Introduzione a cura di Luigi Riccio e Mattia Tarantino
Verrebbe da chiedersi se non sia reale solo ciò che è credibile all’interno (all’interno, cioè, delle cornici ogni volta attivate, dei copioni, dei prompt, degli auto-canoni). Cosa è Extrareale di Imperatrice Bruno, allora, in uscita per Prufrock spa? Meglio ancora, cosa – paradossalmente – è Imperatrice Bruno? Qui mi sembra si offra una prospettiva diversa: che la poetessa d’amore – quando non erotica – e il personaggio digitale rispondano grossomodo allo stesso principio costitutivo, e ciò quello della manipolazione autoriale della realtà. Libri e personaggi si costruiscono, funzionano per rapporti di vicinanza e distanza tra i loro selezionati elementi, per macrotesti, sicché non solo non c’è poi troppa differenza tra il mettere sul tavolo – à la Balestrini – le pagine di una raccolta e i post di un feed, in griglia. E però questo vuol dire un cortocircuito. Le poesie di Imperatrice sarebbero diretta conseguenza dei dati del personaggio e contemporaneamente, date le specifiche poesie, sembrerebbe non poter risultare che un personaggio-Imperatrice. Non solo, ma questo vuol anche dire creare un extra: lavorare, da lettor* e critic*, non tanto per somma di elementi ma per sottrazione, taglio, perimetrazione.
Questo extra è una forma dell’imperioso, quando non della violenza. È una responsabilità da prendersi. In Materia Verticale (Nulla Die, 2024) si ipotizzava la genesi di un mondo nuovo da parte di un Io sovrano e, in quanto tale, selezionatore, problematizzato proprio nel suo tenero conto o meno del lasciato fuori, della natura collettiva, prismatica, del reale. Si scriveva un libro sul creare. Qui c’è il secondo e necessario atto: il chiedersi cosa voglia dire essere creat*, il subire le cesure, il sentirsi extrareali, mancanti di ciò per cui non si è stat* definit*. Si scrive un libro su quello che dentro non ci sarà.
Luigi Riccio
Il primo gesto del secolo è la rottura del pensiero romanzo: nessuna trama, nessuna filatura, l’associazione rimanda all’associazione, il campo è analogico. Poniamo tre modi, come livelli, gradienti di coscienza: la similitudine, la metafora, l’analogia. Se il primo stabilisce la somiglianza, e la prossimità – la precisa lontananza – della somiglianza informa il campo del secondo, il terzo è invece un gesto nell’immagine, la linea che unisce qualcosa a qualcosa o che, ed ecco l’incantesimo, dalla cosa data rende possibile tutt’altro. La poesia è questo tutt’altro, l’improvvisazione escogitata nella sgranatura (frame problem?) delle associazioni possibili, un gesto precisamente analogico. Un gesto, cioè, a risoluzione più alta, perché solamente nella forma in cui si svolge, nel frame da cui improvvisa, l’immagine è conciliata alla propria nitidezza. Qualsiasi altra possibilità è, prima di tutto, una conversione, una forzatura, una traduzione. L’intraducibile, invece, è questa nitidezza scorniciata, il fotogramma scivolato nel proprio scrollamento, l’aracnofobia (nessuna trama, dicevamo, nessuna tela, non ci sono ragni, non c’è storia). Le poesie che presentiamo sono una campionatura delle cose manipolate nei loro rimandi, ipotesi di sintassi a venire, faccende alchemiche: mattoni, wi-fi e ormoni per una nigredo che ci ha beffati, ci ha presi in contropiede, per una nigredo che il pensiero, come sempre, osserva avanzare vegliando in retrovia – Il pensiero tenta di acciuffare il tempo, ma il tempo, questa volta e come sempre, ha la nuca rasata e non si volta, ci spernacchia.
Mattia Tarantino
da Extrareale (Prufrock spa, 2025)
Un fotogramma appare sulla sedia.
Dice che l’equilibrio è sepolto
molto lontano che ha parlato con mio padre
e devo vergognarmi che il mio ultimo pasto
sarà di una sostanza che a oggi provoca
isteria che non sudo abbastanza e che la discriminante
di un vero poeta è non temere la bellezza
di carne. Poi mi ha spiegato un’equazione
che a me serve per un esame e a voi non interessa
e che la morte deve essere sempre al centro
del centro delle cose vicine.
La sedia traballa ed è tutto più vicino:
ora niente sentimentalismi.
+ + +
Si spara in petto come un ariete d’oro
pronto a spaccare lo sterno, a trapassare
chiunque tu sia per lasciar nascere
chiunque tu voglia essere. Lacerato,
sbranato, migliorato. Capita
delle volte nella vita
che tutto il mondo si offra all’immaginazione
anche quando bastano venti metri quadri
per quelle volte, per quell’amore:
quanto spreco
per sentirsi meno soli.
+ + +
Tutto troverà una quadra, tutto tornerà a casa:
quando avrò una figlia e la chiamerò Margarita
come la bambola che adoravo da bambina, quando
gli anni di malumori si chiuderanno in un anello
non troppo stretto, perfetto su tutte le mani
che ho amato. Non prima di una qualche
influenza parigina, non prima d’aver tentato
d’essere una buona figlia. E in qualcosa si dovrà pur fallire.
E “Vedrai, vedrai” nelle orecchie da amici che indicano
un cielo lontano e te lo dicono tutto blu, oggi-
non chi avrà tifato tra gli altri per te ma
per la tua gioia.
+ + +
Sullo scalino del tuo bagno sono alta quanto te,
possiamo baciarci senza che io stiri la colonna
vertebrale, c’è un’altra altitudine qui.
È amore?
Il mio seno un giorno farà il latte per i suoi figli?
Tanti meccanismi del mio corpo e del mondo
che abita il mio corpo non li ho capiti ancora.
Per esempio, perché se tutto lì è più dolce
non mi hanno fatto dieci centimetri più alta?
+ + +
“Torna a casa che puzza di cagna,
il sudore caldo (e altro che non è suo)
ancora sotto al seno e intorno ai genitali:
lei esce e tesse tutti i destini dell’universo
che accade per il suo desiderio, per la bava
alla bocca che salva chi di sera pulsa
e si bagna in solitudine mentre a me resta
il desiderare almeno di non morire
quando il decoro vitale e il soffiare il naso
alla selezione naturale mi allontanano
dai follicoli pronti a esplodere.”
Mattoni, Wi-fi, ormoni: questo quello che lui vede
e pensa. Poi apre la mia bocca per perdonarsi.
+ + +
La lampadina rossa dava il fuoco alle tapparelle di ciliegio,
la scala opposta alla veranda crollava. Tre decenni dopo
un toddler indicava l’insegna intarsiata della bakery
lì dove nasceva il pollaio; un uomo perdeva il posto in banca
per aver detto di aver visto un fantasma.
La morte si è dimenticata di loro,
la stessa che si riproduce goduriosa
nelle nostre ossa non aveva trovato
pane in quel posto. Loro vedranno
i cristi sciogliersi sulle croci ma
per paura o per dolore i polmoni
continueranno a respirare. Vedranno
il Mayor incravattato posare una corona
di fiori sulla vestaglia di mamma.
Poi una mano prenderà l’altra.
+ + +
Che si sappia che la poesia ha danneggiato
le riunioni condominiali da Milano a Bologna;
l’idea del radicchio scottato in padella
solo come contorno, ora è un Picasso nel piatto;
le ragazze che amano gli uomini ma
non gli uomini che amano le ragazze;
quei pochi poeti che hanno figli
e che rincorrono ancora le ragazze;
i genitori che non hanno raucedine;
i bei campi di grano presidiati ormai da tutti,
e tutti quei morti
tirati sempre in campo.
Imperatrice Bruno (Ariano Irpino, 2001) ha pubblicato con la Nulla Die Caratteri Interi (2021) e Volontà nobili (2022) vincitore del Premio San Vito al Tagliamento Giovani Poeti 2023. Nel 2024 pubblica Materia Verticale, menzione speciale al Premio Camaiore. I suoi testi sono stati tradotti in diverse lingue e presentati su riviste di rilievo, tra cui Poesia Crocetti e Gradiva International Journal of Italian Poetry.
Ha tradotto Anne Carson e Bhanu Kapil in uscita per Biblion edizioni Milano.








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