Sophie di Silvio | Inediti

a cura di

Luigi Riccio

4–6 minuti

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Ho due buonissimi motivi per questa selezione di materiali inediti di Sophie di Silvio, che forse sono lo stesso motivo: la plasticità della creazione (e i suoi problemi), subita e attiva. Come accennavo per gli ultimi lavori di Imperatrice Bruno – e in generale la cosa mi pare cruciale nella rappresentazione dell’esperienza femminile, culturalmente e politicamente più soggetta a “subire lo sguardo” e a venir incasellata in precise narrazioni – in poesia e fuori ci si crea, materialmente, come identità, ma pure le si subiscono e fanno subire. Ci si rivendica, ma contemporaneamente si paga il prezzo e la responsabilità di star narrando – e quindi imponendo qualcosa di qualcun* e senza appello -, pure si sa di star venendo narrat*, altrove, che la propria rivendicazione è una rottura, una qualche forma di polemica o lotta o tutto il resto. È la killjoy che allora sottolinea, per corroderla, la brava bambina, ad esempio. Si parla di montaggi e di inneschi, quindi, di qualcosa che ha molto a che fare col mettere gli stracci nelle bottiglie di liquore, vedere cosa succede, prima ancora spiegare come si fa (ma da parte di chi? Verso chi? Con quale riconosciuta autorità, se ogni istruzione la sottintende?). Non accade diversamente con la genitorialità, e forse è anche questo il punto: parlare – qui e non solo – di maternità non è una caratterizzazione, un dato, ma un problema.





Manuale di disinnesco per bambine implose

[…] C’era una volta una lingua,
ancora calda,
sul comodino.

(la usavamo per dire amore,
ma poi ha preso fuoco).
ora diciamo cielo
e ci viene la nausea.

la nostra psiche è un frigorifero aperto
alle tre del mattino:
– ci sono dentro tutte le madri che abbiamo vomitato
per far posto alla fame.
abbiamo smesso di dormire:
i sogni ci violentavano in corsivo.

non si nasce mai una volta sola –
noi siamo nate sette volte:
tutte sbagliate
tutte senza testimoni
senza ombelico
senza pianto
solo con un rumore sordo
che chiamano presenza […].

Siamo un labirinto senza Minotauro.
ci siamo già mangiato tutto:
le briciole, i bambini, la nonna.

e adesso ci sediamo sul trono del nostro stesso male,
regine delle isterie incompiute,
mentre fuori piove sangue di gallina
– e nessuno lo chiama miracolo.
abbiamo pregato con la bocca
piena.
il nostro rosario erano gemiti,
in sequenza: a-a-a,
come un motore che non parte.
sotto l’altare,
una lingua ha fatto comunione
con la ferita primitiva:
lì dove nostro padre
ci ha dimenticate un’ultima volta
con le mani in tasca
e l’alito d’incenso.

[…] Siamo il porno di noi stesse:
guardiamo la scena dall’alto,
camera women del nostro strazio.
nessuna censura.
solo pixel rotti
sulle ginocchia.

e infine, un urlo.
non di piacere,
ma di grammatica:
l’abbiamo coniugato al futuro:
non vi amerò.
non vi amerò.
non ci ameremo.

[…] Cosa resta di noi?
(cosa resta?)

una vertebra tua tra le ciglia,
la saliva secca sul bordo della nostra grammatica,
le mutandine nere che non hai mai voluto portare via,
le parole ti voglio dette in overdose semantica,
una lettera mai spedita con dentro una pelle
con tre peli pubici tra le pagine di un Barthes
sottolineato male,
l’odore della stanchezza dei nostri padri,
lo schiocco della lingua sul palato,
una regola grammaticale spezzata in due (1 . 1)
un’erezione teorica,
una collana dimenticata (platonica, diremmo),
i nostri fianchi in versione allegorica,
l’orgasmo che non abbiamo avuto,
lo sguardo che l’ha saputo,
la mano callosa sulla schiena,
il significato
l’intenzione
il non detto

resta:
un lenzuolo con struttura sintattica,
un corpo come campo semantico,
una voce dentro la nostra voce,
un errore lessicale che continuano
a scrivere su di noi,
un punto (ma non finale)
e infine, un’etimologia maschile
che ancora tenta di spiegarci

nota conclusiva:
chiunque trovi questi corpi
è pregato di restituirli all’infanzia.
(non occorre firma.
sono tutti senza destinatario).


+ + +


Chi c’era prima di noi

I denti hanno masticato lo stato primitivo
dei futuri figli degli uomini che mi hanno attraversata.
Con le mani bavose ho tirato su la fune
dell’ascensore per farli uscire dal buio della tana maschile.

Sono spruzzati via come il succo d’uva
in tempo di vendemmia: i piedi hanno dato
l’ultimo saluto ai semini nel frutto — Ciak Ciak.

Velocissimi si sono sballottati nelle guance,
che prontamente si sono gonfiate
per contenere le noci e rendermi mamma scoiattolo.

Ho assaporato le loro teste,
le future ossicine che li comporranno.
Le code, non più di scimmia,
ma di pesce – si agitavano nella galleria orale di me
ragazzina, donna, vecchia, troia.

Posso dire con certezza il sesso di chi sarebbe nato:
femmina, per la dolcezza del sapore fruttato;
maschio, per il retrogusto del sapore amaro.

Non saprò mai i nomi di chi è morto
nell’acidità del mio stomaco:
forse Luca, Angela, Alda o Roberto.

Di chi con il corpo spezzato si è appigliato
alla trachea, qualcosa ho conosciuto:
voci, prime parole, il primo passo
da un anello carenale all’altro.
Giorni dopo, tra una spazzolata ai canini
e ai molari, il rigetto giallognolo della loro permanenza.

Ai figli che non hanno visto la vita
e di cui non sentirò la rabbia
di un «Ti odio, mamma»,
c’è un «Morirei per te» nascosto
tra lo spazio di un dente e la gengiva
per un padre che possiede il loro nome.

Sophie Di Silvio, classe 2002, nasce a Velletri. Frequenta la facoltà di Lettere Moderne all’Università La Sapienza di Roma. Comincia a scrivere in tenera età, facendo della poesia le sue radici. Suoi testi sono apparsi in diverse antologie (Habere Artem, Aletti Editore, 2021); (Una poesia al giorno Vol. II, Affiori, 2024); (Libertà, Affiori, 2025); Blog (Radura Poetica, 2024-2025) e nella rivista Psicografici Editore n.10, nel 2024. Nel 2023 la sua prima raccolta poetica Passeggiando ti trovo, edita Porto Seguro. Nel 2025, come ultimo lavoro, è stata pubblicata la raccolta Di Carie Venute, edita Affiori.



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