In copertina Priamo della Quercia, Miniatura a Inferno XXXIII, Ms. Yates Thompson 36, 1444-1452 ca.
a. Generazione di poesia
[Ipotesi 1]: Un principio fondamentale imparenta biologia, organizzazioni economico-industriali e storie della letteratura o dell’arte in genere: è il principio di riproduzione. La nostra comprensione del mondo si imposta per alberi e catene. Partendo da ciò che giuridicamente riconosciamo come padre (ovvero: ultima volontà di riproduzione) facciamo una storia del senso che la realtà ha ricevuto per noi non diversa da quella che ci racconta la mappatura dei melanomi, le ragioni per cui il nostro corpo attacca un determinato cibo se lo ingeriamo, il montaggio del computer su cui stiamo scrivendo e la sua evoluzione. [Imperatrice sa qualcosa della volontà, e poteva essere mia sorella. Non è d’accordo e dice che esiste il non volitivo, che la poesia può essere il gettare per strada l’osso di un frutto che mangi e stupirti dell’albero. Ma: il racconto del mio sangue ha nel tragitto la strada su cui – stanco per gli strati delle giornate trascorse e diseducato da quelli delle mie esperienze – sarò obbligato a gettare quell’osso. Nel racconto del mio sangue, pure, nella metafora: il codice che porta quell’osso nelle mie mani per tutte le volte che la polpa precedente mi fa saltare la lingua con cognizione]. Poi: andiamo avanti.
[Ipotesi 2]: Siamo qui e faremo oltre. Ciò vuol dire che assumere i mezzi di ri-produzione non è più utile o positivo – in atto – dello scrivere un libro o figliare: mettiamo in moto la macchina della storia privata o pubblica e – per il codice al suo interno – il risultato non cambierà di un punto da noi, anche assumendosene la prima persona. A meno di cambiare padri o meccanismi tutto continuerà ad avere i nostri occhi. [Walter poteva essere mio bisnonno. Dice: «dunque, prima di chiedere: che posizione ha una poesia rispetto ai rapporti di produzione dell’epoca?, vorrei chiedere: qual è la sua posizione in essi?». Oppure: Stephen poteva essere mio zio. Dice: «ma quando si andrà per il bianco / quando sarà il momento avrà spazio per voi questa vostra voce», ma anche «ora è mia questa voce», ma anche questa voce mia è sempre del collettivo]. In una qualche forma, ogni scrittura è narrazione come lo è ogni oggetto. Ma: narrazione è la concretizzazione di uno stato di cose, quindi di una realtà di poteri adoperati e subiti, quindi di direttrici che portiamo in grembo. [Brigitte poteva essere mia madre. Dice: «la naturalizzazione della sequenza è il messaggio». Con le sue costruzioni retoriche Ugolino obbliga Dante a seguire una gerarchia di pensiero ben precisa, guidandolo verso un altrettanto preciso risultato. Non si segue il naturale ordine della narrazione, bensì l’ordine stravolto che le impone il dannato con le sue logiche conseguenze. Con l’ordine naturale è cosa che il dannato sia tale, che si situi nel luogo dov’è, che rosicchi precisamente quella regione di cranio. Altrimenti non si narrerebbe, andrebbe a vuoto un potere. Mi è interno ed evidente, ma lo riconosco dal racconto. Rifarei tutto].
[Ipotesi 3]: Tutto questo vale senz’altro nelle ipotesi letterarie di un mondo. Dall’alto caliamo o leggiamo le coordinate, ci divertiamo – o infuriamo – nel tratteggiare i percorsi delle specie, a tagliare e incollare i pezzi di una chimera che nel simbolo o nella politica ci risarcirà. Ma: i frammenti vanno già a male. Sono stati prodotti prima di noi e anzi: siamo. Se la violenza per cui cerchiamo risarcimento è ereditaria, il corpo-testo (come il corpo-umano, come il corpo-realtà) ha davanti a sé il problema dell’essere quello che gli è stato detto sia. Cioè: la sua parafrasi. [Gabriele tradisce Giuseppe – con la separazione di qualche grado di parentela linguistica – se nel Recitativo di Palinuro legge un antifascismo che non ci sarà mai. Io tradisco mio padre tutte le volte che assumo quel timbro che odia se leggo, che lui mi ha dato]. Ogni identità e ogni lettura sono una reazione, un adoperare la storia che ci è data. Proviamo ancora. [Mattia poteva essere mio fratello. Dice: «è un movimento di scostamento quello che dobbiamo operare. Non sul modo di interpretare la poesia (comprensione, percezione, ecc., tutto un quadro che non si può scalzare dalla ‘Vorverständnis’), ma nel suo modo di farsi-interpretabile, di disseminare punti e soglie di accesso». Lo tradisco e non sono d’accordo. La poesia non va capita, va messa assieme. Non c’è nulla di più violento della parola che traduce sé stessa, del ‘con ciò sia cosa’ lineare che quello ricevuto sia il discorso corretto, che seguirmi nella metafora e fuori sia l’unico modo per capire, che non sia tu a dirti qualcosa. Io: seguendo un racconto infettivo, attraverso gli strati di una terra ereditaria e porto una parola obbligatoria. La poesia, invece, ora: quello spazio in cui il codice genera un non-obbligatorio, quella materia nerissima per cui ogni nome è esatto. È un manganello la logica conseguenza e protegge una riproduzione].
b. Poesia di generazione
[Giovanna poteva essere mia madre. Dice che la parafrasi è morta e le rispondo che il telegramma non è girato].
[Svolgimento 1]: A fuggire il difetto della gravità scivola
il risultato, già dice un destino (e tu
leggessi il cielo dei sussidiari). Per logica
addizione la voce
che si ricambia non può tornare avanti.
[Svolgimento 2]: (A fuggire la giustizia dell’io scivola – e non
dal senso – il collettivo fogliame per mano e mano, questa materia
civile. Questa indigestione di pezzi. Caro, è una barba
il diritto del dire: ti resto
sugli incisivi. (Se hai buone ossa
e cammini, col tuo alfabeto galante mastichi
comunque benissimo. Se resta al sangue
il soma; e riferisce la tua gamba a muscoli) per certo Andrea
avrà ragione, me ne farò stuzzicadenti,
toglierò bucce. Non credere serva
farla pulita tu).
In te converge, ignara, una raggèra di ife.
[Svolgimento 3]: Questo poema è in seconda persona. Questa risposta
virale al corpo della tua lingua non è un’azione
di presenza è il modulo
interrogativo della tua voce illecita. È un errore di cura
se resta ma se ci parti se metti il punto giri
a vuoto per la città esausta. Il tuo progetto è un uomo
malato. Un vegetale che rimbalza grida. Una mia parafrasi.









Rispondi