da Ipotesi sul mio disfacimento (Mar dei Sargassi 2024)
Spostamenti #144
Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole
*
Ogni tanto, quando scrivo “quantomeno”
mi esce “quantomento”.
E questo accade spesso
a meno che non faccia più attenzione.
È un refuso acquisito con l’esperienza
un tic tenace in cui sembro al sicuro.
Spero che scriverlo mi aiuti quantomento
a capire quanto mento quando scrivo
agli amici che tra scrivere e non scrivere
non corre differenza, che posso stare senza.
*
Cammino per ore nel freezer no frost del mattino
tra pezzi di carne indistinta e bottiglie d’amaro
la strada si apre a ogni passo e mi chiama
con nomi inventati, il telefono è a casa
si carica piano sul pouf, sta lì che mi aspetta.
Tornato, mi accoglie con luce sensibile, dice
che hai fatto finora, Pedometro conta
kilometri zero, sei sotto la soglia dei passi
sei grasso ma non te lo dico, ti mostro soltanto
obiettivi che tu stesso hai deciso e impostato
quel giorno lontano che hai dato il permesso
hai detto distratto sei mio, ti appartengo.
*
Ho un quaderno su cui scrivo se mi accade di squamarmi.
Si può dire che è un quaderno in vera pelle.
I singoli brandelli danno forma al volumetto: più mi sgretolo
più spazio avrò per scriverne, almeno fino a quando
non si estingue la specie singolare a cui appartengo solo io
assurdo ed esclusivo come un codice fiscale.
Quintali di particole di carne, che anno dopo anno
ho ricucito a filo refe in sedicesimi.
Se cadono le placche più ingombranti per un sisma
il sangue si riversa sulla pagina formando
macchie brune tipo Rorshach che gli esperti
sono pronti a analizzare immantinente: e che gli devo dire?
Le ipotesi sul mio disfacimento sono giuste, quasi sempre.
*
Camuffando una bestemmia con la tosse
il macellaio sradica dai ganci due quarti di bovino.
Li depone come cristi dalla croce, obesi,
rubicondi. Li indosserebbe a smoking, se potesse.
Agisce con contegno e polso fermo. Spalanca
clavicembali di carne, il colpo del coltello
si infrange sulla trama costumata dei barocchi
in sottofondo. Il Canone di Pachelbel
infonde nei ragazzi del macello la calma necessaria
a frantumare ossa e muscoli dei manzi: filetti
biancostati ed interiora disparate sopra al banco.
A mannaia, segaossa o fenditoio, com’è meglio
come serve, come vuole questa bestia. Non diresti
mai che il mondo, che la storia, la tua storia sia di morte
se sapessi quanta vita nei macelli si riassesta
intorno al noce con Corelli, Monteverdi, con Vivaldi.
*
Il mio passato è la luce bianca che illumina
la sala espositiva dei pianoforti
all’ora di chiusura. Una donna coreana
sta suonando, non sa di essere veduta.
La ritraggo malamente con lo smartphone
da dietro la vetrina. Se entrassi
potrei ascoltare quel pezzo di Grieg
che non ho mai finito di studiare
quando al quarto ho abbandonato
velluto e madreperla. Ora che lei se ne è andata
la sala è silenziosa, i tasti e il carapace
dei mezza coda neri luccicano quieti
mentre il vuoto si esibisce.
Il mio passato ora risuona tra la corda
e il feltro del martelletto.









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