Editoriale | La storia della poesia è una storia animale

Foto di Mattia Tarantino

a cura di

Mattia Tarantino

3–5 minuti

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In copertina Giotto, Predica agli uccelli, Assisi, Basilisca Superiore, 270×200 cm, 1295 – 1299 ca.



I

Se il verso consiste nella rottura dell’ordine sintattico del discorso (Beltrami), cosa sorge in luogo dell’ordine deposto? Probabilmente la poesia coincide con questo gesto di rottura: non produce né installa alcun ordine alternativo. Piuttosto, in quanto rottura, disgrega la continuità delle parti, individua e rende visibili forze e metodi di assemblaggio dell’ordine disattivato. ‘Fa a pezzi’, ‘porta alla luce’, e questi pezzi, illuminati, sarà ancora possibile installarli. È qui che la poesia, la rottura, fa spazio, nella propria sagoma, alla storia. Il pezzo salvo è ancora certamente installabile e, tuttavia, per la prima volta finalmente revocabile. La storia appare come – e coincide con – questa possibilità di revoca. In questo senso, la storia è uno strumento della poesia


II


La storia della poesia è una storia animale. Più precisamente, la storia di una tecnologia di rianimazione. Configurato l’animale come segno di confine dell’umano e suo residuo inseparabile, la poesia è lo strumento che articola il residuo e il segno di confine, il perimetro e l’avanzo. Come in ogni tecnologia, sono qui in gioco, come urti o coincidenze, prove, collaudi, deviazioni e verifiche.


III


Verificare come evento, avverare. Verificare come registrazione dell’evento, del suo avverarsi. In questo senso, la verità si esaurisce nella registrazione e nell’archiviazione di una possibilità divenuta attuale. Ancora in questo senso, verità e attualità si esauriscono l’una nell’altra e, perché una nuova fondazione sia possibile, qualcosa come una mera possibilità è conservata, intatta, nel divenire-attuale per essere, poi, separata dall’atto una volta compiuto, oramai registrato. La storia della poesia è la storia di questa possibilità ogni volta preservata intatta, ogni volta separata.


IV


Tutta la storia è una storia di registri. La storiografia disciplina dei registrabili. Se dall’atto “una volta compiuto, oramai registrato” qualcosa è separato, la meccanica di questa separazione sarà, precisamente, una revocazione. Qualcosa è recuperato nella voce. Se la voce è registrabile e riproducibile, il “qualcosa” recuperato al suo interno è da sempre sottratto a ognuna di queste due possibilità. Questo qualcosa è la poesia: inscritta nel luogo di questo ricovero, con cui sembra, alle volte, coincidere, lo rende – si rende – luogo del proprio occultamento e, insieme, della propria manifestazione.


V


Così come sembra, alle volte, coincidere con il luogo del proprio occultamento e della propria manifestazione, la poesia custodisce, in questa relazione, la possibilità di uno scarto, di una non-coincidenza. Appare, allora, come il discorso in grado di celare quanto manifesta e di manifestare tutto quanto è celato. Allo stesso tempo, sembra in grado di compiere un movimento ancora differente che le garantisca di installarsi, rispetto al proprio luogo e alla relazione che articola con questo, in altre posizioni, adiacenti, laterali.


VI


La poesia si installa oscillando. Si tratta di un’oscillazione senza poli, senza A o B, già sempre sottratta a punti, contrassegni, di origine o destinazione.


VII


Nella poesia non c’è in gioco nessuna origine, nessun destino. Il suo discorso, piuttosto, è dispiegato su linee di superficie, ripiani manifesti e, tuttavia, costantemente revocabili. Abbiamo a che fare, probabilmente, con la manifestazione di una revocabilità: la voce, ovvero, appare qui come ciò che in questa forma fonda e, insieme, avanza del linguaggio.


VIII


Tutto ciò che sembra avere a che fare con la costituzione della poesia appare come doppio: “Poesia insieme avanzo e fondamento, al contempo fondo e scarto, luogo del proprio occultamento e della propria manifestazione…”. Probabilmente, il nucleo della poesia è questo doppio movimento, questo due che deriva dall’uno che fonda e al quale è ogni volta ricondotto: dialettica come tangente, tuttavia, piuttosto un’adiacenza.


IX


Nessuna dialettica nella costituzione della poesia, nessuna drammatica. Sono qui in gioco, invece, adiacenze e accostamenti, reticoli e convulsioni, lateralità, urti e superfici. Quanto sembra frontale è, piuttosto, decisivo. La misura è, dunque, quella dell’intensità, e non della rappresentazione.


א


Per queste stesse ragioni, la poesia appare come una terra in cui nessuna salvezza è possibile. Si tratta, anzi, del territorio in cui la salvezza, come dispositivo, è già sempre disattivata, ogni volta disattesa. Se la salvezza, come dispositivo drammatico, è quanto investito e ogni volta installato, quantomeno allucinato, dal discorso politico, la poesia sembra, invece, il luogo in cui l’investimento è ritratto, la terra sempre promessa e, tuttavia, esattamente qui, e proprio  come – in quanto –  promessa. In questo senso, l’esperienza del linguaggio in gioco nella poesia è quella di una lingua sempre a venire, per sempre a venire, in cui la struttura temporale del suo avvenimento sembra consistere, come gli interstizi del tempo messianico nel tempo storico, precisamente in questa nuova figura, in una nuova misura: “Sono qui” – sembra ci dica – “Proprio come qualcosa che ancora non c’è; sono qui nella forma della mia promessa. Non è domani il tempo a venire, non c’è lunedì”.



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