Anteprima editoriale da Un giorno di guerra (Aragno editore 2024)
Ritratto in copertina di Rita Antonioli
Spostamenti #146
Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole
Soldati
Un soldato arabo ha
sparato. Sua madre era il deserto
o il disertore che ci si era
perso. Suo padre era il pallore ogni notte
diverso delle lune tenui di crepuscolo. Vegliava
cangiante e sconosciuto sui suoi
passi lungo i muri bassi dell’esistenza
araba
un soldato pallido ha
sparato. Ibn
sharmuta ha detto l’altro cadendo e lui
non ha fiatato. Ha risparato al morto
per essere sicuro e ha camminato zitto
lungo un muro
un soldato cieco ha
sparato. Era moro, era biondo,
era il secondino o il carcerato,
era il diseredato del deserto senza
strade dov’è morto
il disertore. Ibn
sharmuta ha detto
l’altro cadendo o era lui
stesso specchiato dal pantano
che si sparava in testa e poi
cadeva
specchio di fango, occhio
della terra per incrociare lo sguardo
di chi cade e dirgli siamo
da qualche parte nel deserto
che ogni giorno è solo, è cieco
e spara
Un giorno di guerra
Sei il morto nell’acquitrino, sei la strada
su cui si bucano le ruote, nella sera
sei il corpo che fa un rumore
di preghiera, sei nessuno
per nessuno e senti il mondo diventare
nero. Dentro
c’è l’alba, un cane che ha perso
sangue e si gonfia dentro al fango e ancora
non si vede e anche lei
è nessuno. Il tronco
ficcato dentro l’acqua era ferito
da nomi incisi che nessuno
legge e un tronco basta
per un quartiere intero. L’uomo
che fumava vendendo sigarette e la finestra
che aveva gli occhi della vecchia cieca e la ragazza
ferma ad aspettare e il figlio
che era già nato prima di saperlo
e l’uccello che volava
sottoterra e la fine incisa
nella storia come una ferita
del suo inizio. Il giorno è un cane
che non vuole
svegliarsi
Storia di Roma
Le chiese fasciste lungo l’Appia
Nuova, le banconote stese tra due dita
in controluce, la coda nera dei preti e poco altro
sono il vecchio futuro della storia. Lontani
palazzi negli occhi pieni di pioggia della pecora
che ha fame e rumina la stessa poca erba
senza fine: il fumo dei camion, la tosse
dei bambini, le scarpe delle suore dagli alluci
deformi, i nuovi giorni delle cose che saranno
senza memoria e senza nome, l’erba
scarsa, rimasticata
della storia.
Via Rasella
ma lui era vestito
da assassino. Camminava specchiandosi
nel cielo terso e rotto al centro come un vetro. L’aria
di vetro è rotta al centro dall’uomo
che cammina. Nello specchio la donna conta i soldi
rotti al centro per non ricordare
l’assassino. La mattina, bellissimo
e triste si radeva col vetro
più affilato della notte rotto
al risveglio andando
contro l’aria
ricorda, aveva mani da assassino
e il suo cuore tintinnava al vento: incontrava
sempre il cane che al mattino
piangeva docile nel freddo. Accarezzava
il pelo gelato e il muso
si nascondeva tra le sue ginocchia.
Andavano via insieme, con gli stessi
occhi, sulle pozzanghere
dell’alba
un giorno, piazzato l’esplosivo,
ha detto a te e agli altri ragazzini: via
subito! Ora scatta la sirena. Poi
il più grande di voi l’hanno
fucilato alle Ardeatine
conti per dimenticare ma ricordi: sei tu
quella bambina. Nella foto
l’acqua della pozzanghera su via
Rasella specchia il gesto che fai mentre
cammini: ti guardi
allargando le braccia come per volare
sullo specchio che il tuo piede
sta per toccare. Sei rimasta nell’immobile
volo di quel passo che non sfiora
l’acqua per contemplare
sé stesso nel suo specchio
Elettra
Madre di pugnali non chiedere
se ti ho amato
madre di solitudine non chiedere
da dove arriva la mia voce
madre di morti e vivi che
si parlano, per vivere
bisogna uccidere il mistero
di questa parola detta ai morti
che i morti hanno mangiato con tristezza
senza più risorgere perché
tu hai voluto
amare
madre di vivi in viaggio
di cui temi il ritorno, vedo
che mi cullavi
in solitudine









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