Sotirios Pastakas | A proposito di premi

4–6 minuti

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traduzione di Maria Allo
da Guida di sopravvivenza per giovani scrittori (Apópeira, 2018)

COME ILLUDERE SÉ STESSI (Barzelletta serba)

Il poeta sessantenne, grasso e calvo, mentre mangiava al Club dell’Unione degli Scrittori Jugoslavi, in un raro pomeriggio di sole a Belgrado, sentì le frecce dell’amore trafiggerlo. La poetessa alta, bionda e di due metri, che era diventata membro dell’Unione a soli ventidue anni, passò come un’apparizione davanti a lui, tornò indietro e si sedette al suo tavolo, poiché non c’erano altri posti liberi per godersi il pranzo. Il poeta anziano tirò fuori dalla tasca il fazzoletto di seta bianco con le sue iniziali ricamate in filo d’oro, per asciugarsi il sudore dalla fronte, e con tutto il coraggio le propose di uscire lo stesso giorno, di passare da casa sua per mostrarle la sua biblioteca, ecc., ma la giovane poetessa rifiutò categoricamente il suo invito.

Il poeta anziano e pluripremiato nel suo paese confessò la sua disperazione a un collega romanziere di successo cinquantenne, che comprese la sua passione senile e si offrì di aiutarlo disinteressatamente. Infatti, il giorno dopo la giovane poetessa fu molto gentile con il nostro poeta: accettò il suo invito, passò anche da casa sua dove non ammirò solo la biblioteca del nostro pluripremiato poeta, ma anche le altre stanze con una rapida visita (a causa dell’eiaculazione precoce del vecchio), e nella camera da letto. Entusiasta, il giorno dopo all’Unione degli Scrittori Jugoslavi a Belgrado, ringraziò il romanziere per la sua mediazione con la giovane, chiedendogli per curiosità come l’avesse convinta a cedere alle sue lusinghe. “Le ho detto molto semplicemente e confidenzialmente che vincerai il Premio Nobel, questo ottobre”.

Il nostro poeta calvo, grasso, famoso e sessantenne, sbalordito, gli chiese: “Davvero mi daranno il Nobel quest’anno?”

LA VERA POESIA

«Cerco di capire cosa significhi vera poesia… Da cosa è esattamente determinata e come viene definita? Da cosa dipende e quali sono i suoi criteri? Dall’intensità dell’esperienza, dalla sincerità dello scrittore e dalla sua espressione? Dalla cultura e dalla sensibilità del suo lettore? Dal tipo, dalla forma, dallo stile, dall’etica della poesia scritta? Qual è quindi la vera poesia e, in contrasto, quale la falsa poesia?», si chiede un amico poeta strizzandomi l’occhio. Le domande sono state poste su un social network e non hanno suscitato clamore, come forse si aspettava chi le ha poste.

Proviamo quindi a rispondere, partendo dall’ultima domanda: la falsa poesia è quella che si atteggia a poesia. Quella che scimmiotta la poesia tradizionale. Quella che viene scritta entro l’orizzonte di attesa di un lettore di poesia contemporaneo. Quella che grida forte di essere poesia. Quella che ha scritto in fronte “qui si vendono buoni sentimenti, idee elevate e filantropia”. Quella che fa sentimentalismo volgare e attacchi gratuiti contro il buon gusto.

La vera poesia è quella che a prima vista non sembra poesia. Lo aveva detto Tarkovskij: l’arte è ciò che non si spaccia per arte. La vera poesia non ha fretta, aspetta. Non viene riconosciuta nel suo tempo, ma segna il secolo successivo. La vera poesia è creatrice di metafore: avvicina cose eterogenee e crea nuove parentele. La vera poesia fa sì che il mare a volte diventi vino (dal sangue) e altre volte si riempia di pecorelle (dalla lana bianca delle sue onde spumeggianti).

La falsa poesia è una banconota pagabile (con premi, riconoscimenti) a vista. La vera poesia è un investimento ad alto rischio nella banca del futuro.

L’OTTAVO PECCATO MORTALE DELLO SCRITTORE

Un giovane poeta, caro amico mio, che si dichiara politeista, e da quello che mi dicono partecipa a varie cerimonie pagane, sul Monte Olimpo dal lato di Litochoro, si lamenta ogni tanto perché la comunità letteraria, alla quale partecipa come giovane promettente sotto i trent’anni, non è caratterizzata dall’amore. Mi lamenta continuamente che dalle persone spirituali del luogo si aspetterebbe che fossero umili, misericordiosi, prudenti, temperanti, pazienti e virtuosi. Ignaro, mi menziona le sette virtù teologiche, che assicurano la strada per il paradiso, penso tra me e me. È vero che coloro che non hanno letto Dante, i sette peccati mortali, li hanno incontrati per la prima volta guardando il thriller poliziesco “Seven” di David Fincher. Il mio caro giovane poeta ogni volta che si imbatte in un comportamento inaccettabile di un poeta anziano che ama, me li ricorda uno per uno: tale premiato dell’Accademia di Atene è arrabbiato, l’editore e poeta è lussurioso e pigro. Il critico e poeta invidioso e goloso. Il poeta anziano avido di riferimenti al suo nome. E tutti insieme arroganti e superbi. Si fregano le mani di gioia appena qualcuno lascia il posto e se ne va. Uno in meno, quindi, nella classe dei premiati! Nei giorni in cui sono di buon umore (raramente, cioè), mi siedo e rispondo pazientemente a tutte le sue domande e osservazioni acide. Che tutte queste cose di cui si lamenta da giovane, sono le stesse delle persone di tutto il mondo: sono i nostri comuni sette peccati mortali e non è necessario attribuirli esclusivamente agli scrittori. Lo scrittore cade in un solo peccato: il silenzio sul valore di un suo collega. Il paradiso è escluso per chi nasconde e cerca di far sparire l’opera di un collega meritevole. Chi tace un bel libro, chi non condivide una bella poesia che ha avuto la fortuna di leggere, chi non include in un’antologia almeno un verso riuscito, perché non è stato scritto da qualcuno gradito alla comunità.


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