traduzione di Maria Allo in collaborazione con Sotirios Pastakas
da Guida di sopravvivenza per giovani scrittori (Apópeira, 2018)
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I DICEMBRINI
Continuano ad arrivare, in pieno febbraio, i libri e le raccolte poetiche pubblicate alla fine dell’anno precedente: tra novembre e dicembre. Questo periodo dell’anno è considerato, a ragione, il più commerciale per editori e librai: la gente compra libri per farne regali o per sé, e i giovani autori credono illusoriamente che anche il loro libriccino “si muoverà” un po’. Si sbagliano di grosso. L’unico risultato che ottengono è di perdere perfino la menzione d’onore nelle consuete liste —centinaia ogni anno— che redigono esperti e incompetenti sui libri usciti durante l’anno.
Meglio pubblicare dopo la baldoria festiva: a metà gennaio, per esempio, o all’inizio della primavera. È inoltre vietato pubblicare in estate, perché la gente in spiaggia porta i soliti “mattoni” best-seller, costruiti per resistere alle alte temperature e ai raggi ultravioletti. Una mia conoscente farmacista comprò da un banchetto sul lungomare una raccolta di poesie, e poi si lamentava di averla finita troppo in fretta e di aver buttato via i soldi: pensava che le sarebbe bastata per tutta l’estate.
Nato a dicembre, ho sentito sulla mia pelle la differenza rispetto ai miei compagni di scuola: da un lato ho guadagnato un intero anno scolastico, dall’altro ora che sono adulto mi ritrovo a gravarmi di un anno in più senza averlo vissuto.
Quanti anni ha, dunque, il vostro libro?
LETTURE PUBBLICHE
Leggiamo sempre per uno. Per quell’uno sconosciuto che verrà a stringerci la mano appena scendiamo dal palco, che ci manifesterà il suo affetto con una stretta e si dirigerà subito verso l’uscita. Al centro culturale di Larissa, con Dimitris Nollas, mentre osservavamo la scarsa presenza di pubblico dal minuscolo bar, dicevamo che “tanto, il lavoro deve farsi comunque”. Il barista raccontava di nove ateniesi venuti per una presentazione con due macchine, e che in platea erano arrivati solo sei spettatori. Serate di provincia e di capoluoghi: nemmeno mezzo letterato tra il pubblico.
Nollas ricordò le pianure di mais dell’Iowa. Lì, nel cuore degli Stati Uniti, uno Stato pigro. È lì che, un pomeriggio, si trovò Orson Welles, divenuto famoso in tutto il mondo nel 1938 con la trasmissione radiofonica La guerra dei mondi. Grazie a quella trasmissione fu cacciato dalla stazione radio dopo il panico seminato tra i creduloni americani e rimase disoccupato. Disoccupato, accettò di fare il conferenziere per pochi spiccioli, per tirare avanti. Arrivò dunque anche in Iowa, salì sul palco, aprì la sua valigetta che portava sempre con sé nelle manifestazioni pubbliche, guardò il piccolo uditorio composto da sette persone, e imperturbabile iniziò la sua lettura: «Sono Orson Welles. Sono produttore radiofonico, giornalista, editore di giornale, poeta, sceneggiatore, regista, attore, elettricista, drammaturgo, romanziere, agitatore internazionale, fotografo, saggista, teorico della settima arte: peccato che io sia così tanti e voi così pochi!»
Un paio d’anni più tardi girò Quarto potere.
A SE STESSO: IL LETTERATO VECCHIO
Il collega italiano dai capelli bianchi venne alla nostra serata comune (durante la mia tournée in Italia di qualche anno fa) viaggiando in treno, da solo, benché fosse stato operato all’anca appena una settimana prima. Si reggeva su stampelle metalliche di ultima generazione, e quando arrivò il suo turno di leggere e intervenire, recitò con voce stentorea (in piedi, come impone il savoir-vivre delle letture pubbliche di poesia) una poesia scelta per la serata, insieme a un’altra dedicata alla Grecia provata dai memorandum. Lo ringraziai a nome mio e lo congratulai per la sua “lettura in piedi”, dicendogli che in Grecia, oltre ai memorandum, ci tiranneggiano certi atteggiamenti di giovani poeti ribelli, che recitano o seduti, o in piedi ma con le mani in tasca —forse per reggere i loro pesanti e ingombranti attributi.
Fin qui tutto bene, ma un po’ più tardi, in una trattoria di pesce, il collega dai capelli bianchi non ebbe una parola buona per nessuno. Non gli si mosse neppure un sorriso sulle labbra. Amareggiato e sprezzante verso i colleghi e verso il mondo delle “cricche” letterarie, dei premi carpiti e dei giudizi volanti, non riconosceva alcun merito né ai predecessori, né ai coetanei, né ai più giovani —solo ai defunti.
Ho settantun anni (venti in più di quanti ne visse M. Karagatsis) e penso che mi separano appena otto anni dal collega italiano: sono anch’io diventato un vero vecchio della letteratura. Se mai dovessi arrivare agli ottanta (cosa che sinceramente auguro a me stesso), mi terrorizza l’idea di ridurmi a guida e portabandiera di un drappello di scrittori amareggiati e perennemente lamentosi.
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