Lo Specchio Mondadori ha da pochissimo accolto l’ultimo libro – postumo – di Pier Luigi Bacchini: Staminali eterne. Si tratta del risultato di un’opera filologica (ma anche biografica) di particolare interesse, che segue il progetto e i testi affidati al figlio Camillo nel 2013, prima che il corpo prendesse «il sopravvento»: non è difficile vederlo. Al di là della struttura macrotestuale – saldissima e che si attiva e riattiva per l’ossessiva germinazione delle piante e ghiandole che la abitano, quasi per pulsazioni – è una raccolta che si regge su due forze opposte. Da una parte la colata della biologia, degli «anche» e degli «oppure» che si danno vita a cascata, come se la poesia avviasse un invisibile rapporto di cause ed effetti e a questo avvio si riducesse; dall’altra la pianificazione metafisica, l’energia ab origine – più autoriale che divina – che, scoperta la maglia del reale, se ne assume la responsabilità. È la responsabilità del lascito, e cioè della presa di coscienza di una natura che è sia in grado di ravvivare costantemente i suoi elementi passati (pur minimi) che in dovere di essere tutt’altro, e quindi in silenziosa dialettica con un prima non ricomponibile. Ogni parto (e cioè ogni pubblicazione intesa come «messa nel pubblico») si scopre però, più che un testimone, un corpo a parte; la sua specifica responsabilità – separata da quella autorial – non sta nel riconoscimento bensì – lavorata l’assoluzione – nel tragitto che segue, nell’uso che fa di sé. L’antologia che segue si immagina di strumenti, non di lasciti.
da Staminali eterne (Mondadori, 2024)
La casa dal camino alto
Una cancellata di malve.
E una donna del Nord
nella sua compostezza
la pelle così bianca ma con un segno rosso
sul collo, piccola ferita, come uno sfregio;
sotto il velo della spallina
tra sole e ombra, nascosto appena.
Perchè non guardare quest’erba che cresce?
dove camminavano insieme? Il tiglio. Da giugno a settembre,
lui e lei, per i primi anni.
E un’altra persona ho visto
che nel morire aspirava forte,
ed espirava. La fiamma della candela – e le labbra
nella cavità, dure,
risputate fuori, sempre.
Accade così, atroce a pensarci
guardando queste deliziose giornate
con l’aria nuova dopo la pioggia estiva
quando di mattina si aprono le finestre
dietro le tende bianche
sul fiume nella vallata –
un’aria alleggerita…
Era una piccola cicatrice, a semicerchio;
per gelosia. Canini appuntiti.
Ho molti anni ormai,
così ho anche visto uno
portato via che si volgeva con gli occhi riversi
a salutare sua madre.
E una figlia baciare la fronte
secondo il ritmo che l’agonia segnava,
nell’attimo della fine
E tutti, come me, tutti
avete visto qualcuno morire, anche alberi, anche fiumi ormai,
e magari chi aveva dei torti verso di voi
non pagati.
Lei,
seduta qui.
O seduta in giardino, in settembre, e diceva
che la faccia della luna ha due profili,
guardando attentamente, che si baciano,
uno argenteo bianco l’altro nero
e la Canzone del Salice.
+++
La porta dell’andito
Lasciala chiusa, così, coi suoi vetri smerigliati
e quelli verdi, li illumina il sole lungo del pomeriggio,
prima che si frantumino.
Col loro mantello di legno chiaro. È una luce
d’un verde dorato. Silenzio.
Eccolo,
sta entrando. Getta sul tavolo
la sua natura morta di pennuti
dal collo ciondolante
accanto al vaso azzurro
Oh, tu, ciao figura
del vetro,
mi riporti calore nelle ossa.
Per queste case i ladri riprendono il maltolto,
rovesciando i cassetti della scrivania,
tutti i fogli per terra, le inferriate divelte. Parente
o amico,
o sotterrato.
In questa casa dagli orologi fermi.
Di là dalla parete, sotto il vòlto,
ti chiamano i cani.
Dietro la porta
dai reticoli di piombo e dal colore
d’un biondo verde.
+++
Noi
Abbiamo combattuto in guerre pazze,
poi caduti -.
e noialtri, ben vivi, qui, oggi, vivi…
I loro figli, tra carcasse di vertebra… noi
che studiamo cadaveri antichi nei loro ordini
comparsi
e increduli di venir meno
e quelli già sotto i monumenti e le erbe.
Tutti noi siamo nati
dall’automatico spermio
e dalla segmentazione dell’ovulo…
E questa è l’epoca nostra, della nostra generazione,
l’ultima, longeva e, dobbiamo dire, più bella
per una miglior nutrizione
noi
con le staminali eterne…
Noi, che ancora aspiriamo le polveri amorose
dell’aprile sulle labbra
e contiamo le nostre rughe in cuore
e che in volto scrutiamo
l’affetto dei figli
e intanto noi, morti prima dei genitori
che ci guardano come quando eravamo bambini.
Così come gli altri
che lasciarono impronte curiose
nel fango alluvionale,
e le impronte nei gessi dei vulcani.
+++
Ancora in giardino
– ossa spezzate
l’amore,
corrose le cartilagini –
sgranocchiando le giunture
e tutto il sentimento mi strideva forte al pensiero che proli=
ferassero elementi ostruendo gl’ingranaggi con cui un tempo
passeggiavamo – prati fioriti, nascenti,
nella tua piccola macchina
il palpito regolare
ora interrotto.
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Al figlio appena nato
Mio grano,
sopra il mucchio, la finestra incontro al sorgere.
mia ape, lingua, col miele.
Si perfora la ghiandola lacrimale
il sapore salato, erompe la voce.
Ricantano in casa
– palpi
sui nettari del latte.
+++
Cicale
Segmenti musicali
vibrazioni del maschio,
memoria di giacigli d’ombra
per un bacchino amoroso.
Luce
e corona agli alberi.
Fusione armonica scheggiata –
Dimostrazione erettile del suono.
Solleone assordante, ma ascoltando ascoltando
pareva più celere il canto, un’ossessione,
la costrizione ad un unico rigo;
non era un canto in gloria,
ma una spasmodica richiesta,
una condanna corale e selettiva.
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La marzaiola di passo
I.
Le viole bianche per adornare il capo.
Senza profumo, fra gli alti cespi
e sulle radici degli olmi –
alcune altre, viola.
II.
Poco tempo resiste, bisogna difenderlo
dagli uccelli
dalle formiche; anche questi fiori
sono un pensiero di breve durata.
III.
Come violini bianchi i rami
ora s’intrecciano
della sophora, divenuta una gentile orchestra
di minime punte ronzanti.
Api.
IV.
DI nuovo si sono aperte
le grandi labbra della terra
e sono usciti gli ireos
e le loro pelurie.
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Grotte
E dopo dal mio orecchio è fiorito un albero,
mai visto, nuovo per mutazioni e selezioni
e per tutto ciò che è ancora da scoprire,
teorizzare e correggere ed esperire;
e da poco è germinato un uccello,
con travolgimenti d’ossa,
sulle montagne; e montagne
di nuovo sprofondate
in mari altri, con torsioni di vallate e picchi,
e vulcani subacquei.
Stillicidi.
Pier Luigi Bacchini (Parma 1927-2014) per tradizione familiare dopo la maturità classica si iscrisse a Medicina, ma decise poi di abbandonare gli studi e di dedicarsi alla poesia. All’esordio nel 1954 con Dal silenzio d’un nulla seguirono Canti familiari (1968), Distanze Fioriture (1981), Visi e foglie (1993, Premio Viareggio), Scritture vegetali (1999), Cerchi d’acqua. Haiku (2003), Contemplazioni meccaniche e pneumatiche (2005), Canti territoriali (2009, Premio Brancati) e il romanzo L’ultima passeggiata nel parco (2003). Nel 2013 la sua opera è stata raccolta nel riassuntivo Poesie 1954-2013.









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