Parlando dell’opera poetica di Pier Luigi Bacchini, Alberto Bertoni commenta la raccolta Cerchi d’acqua (Garzanti, 2003), costruita interamente facendo ricorso alla forma dell’haiku, dicendo: «gli haiku non contraddicono le volute ampie delle poesie più importanti […], ma si limitano a scomporne, quasi in un processo di fissione nucleare, le componenti molecolari, per la conquista di un’attitudine contemplativa che implica “tempo sospeso, contemplativo, pudiche increspature di suoni incorniciate dal silenzio, spazio mentale dilatabile ad libitum“». Allo stesso modo, gli haiku di una delle fonti primarie di Bacchini, Andrea Zanzotto, sono definiti da Anna Secco e Patrick Barron «concentrate meditazioni su aspetti umili, spesso effimeri, del paesaggio: dai minimi cambiamenti del tempo primaverile, con la sua incostanza, alle bizzarrie di vivide piante selvatiche. Sono finestre».
Qui il senso di questo piccolo preambolo bibliografico. Il ridurre le scelte formali, o ancora meglio quelle di genere metrico, a semplici scelte di gusto non giustifica in alcun modo perché le poesie abbiano la loro specifica forma, fermino il loro discorso in un determinato momento e non in un altro; perché insomma si senta il bisogno di limitarle nello spazio, avvenga ciò per il terminare del verso libero o – nel nostro caso – per i confini imposti da una forma chiusa ma anche evidentemente scelta con cognizione di causa. La cosa vale, nella nostra letteratura, per il sonetto, ma è evidente che valga tanto di più per l’haiku, altrimenti passibile dell’accusa di moda o comunque di pura arbitrarietà esotica. E però, appunto, la forma è una materia, un argomento: «l’artista non ha scelto la materia come docile e pieghevole e plasmabile a volontà […]: l’ha scelta proprio perché essa resiste» (riporto qui la citazione – presa da Pareyson – da Immagine del sonetto di Giovanni Getto, dove pure si dice che «il poeta, quando sia veramente tale […], farà della forma metrica qualcosa di nuovo e di unico, una voce nata e ricreata nell’anima»).
Il merito Nuovo manuale di scrittura haikai (Nulla Die, 2025) di Antonio Sacco, adesso arrivato alla sua seconda e accresciuta edizione, è allora quello (già portato avanti nella sua opera divulgativa per «Poesia del Nostro Tempo») di razionalizzare questo discorso, dare un senso estetico – e quindi radicale, profondo – alla superficie di un testo solo apparentemente replicabile ad libitum. Ma replicare vuol dire anche agganciarsi a una storia e a un pensiero, e abbracciarne volente o nolente i presupposti. Tanto meglio per tutt* conoscerli, quindi, se è evidente come è il beneficio di riflessione che una scelta consapevole del proprio vetrino lirico comporta. Anzi: beneficio di responsabilità, per autor* che giustificano a chi legge i propri tagli di porzioni di mondo.
da Nuovo manuale di scrittura haikai. Vademecum pratico per comporre poesie haiku e altri generi poetici di origine giapponese (Nulla Die, 2025)
In sede introduttiva, voglio focalizzare l’attenzione su alcune questioni preliminari, a mio avviso di grande importanza, in merito alla poesia haiku e alle altre forme letterarie di origine giapponese. Oggigiorno ha senso scegliere questi generi poetici nati così lontano nello spazio e nel tempo? E quali motivazioni spingono a comporre tali poesie in Occidente e, quindi, anche in Italia?
La poesia haiku, assieme alle altre forme compositive prese in esame in questo manuale, rappresenta certamente un genere letterario “esotico”, ossia importato da una cultura estranea a quella occidentale. Tuttavia questa, a mio parere, non è condizione necessaria e sufficiente per bollare ed etichettare l’intera poetica haikai come aliena al tessuto culturale, linguistico e poetico della lingua compositiva di destinazione (in questo caso parliamo di poesia haiku in italiano). Quanto appena detto trova la sua motivazione nel fatto che ciò che realmente conta è la sensibilità poetica insita in ogni buon componimento haikai sia esso haiku, tanka, senryū, haibun o haiga. Emerge qui un principio di grande importanza: una volta assorbiti e fatti propri gli elementi formali e contenutistici che caratterizzano i generi letterari di origine giapponese e, cosa ancora più importante, i crismi dello “spirito” di tali componimenti poetici, il poeta capirà da sé che esiste una sensibilità tipica del genere haikai, la quale è universale, poiché trascende lo spazio e il tempo.
[…] Una volta sviluppato e affinato quel “senso poetico”, in altre parole lo “spirito” che anima tale genere, si comprenderà con facilità che tale poetica non riguarda e non può riguardare solo il Giappone. E similmente non può riguardare soltanto i giapponesi, bensì essa appartiene a ogni uomo del pianeta Terra capace di sentire e di comprendere la sensibilità che risiede dietro ogni buon componimento haikai. Affinché questo possa accadere, però, occorre sviluppare e munirsi degli strumenti che questi generi poetici utilizzano. In altri termini, calarsi nello spirito dello haiku: padroneggiare il suo stesso linguaggio poetico.
È chiaro che uno haiku in lingua italiana composto da un poeta italiano che parli di geishe, tatami o sakè non ha molta ragion d’essere. Questo perché tale ipotetico componimento è avulso dalla cultura di appartenenza e anche perché viene il sospetto, più che fondato, che quello scrittore di quello specifico haiku non abbia mai visto una geisha, ma che, piuttosto, ne abbia solo sentito parlare: in altre parole s’insinua in noi il dubbio che ci stia raccontando, in forma di scritto 5/7/5 sillabe, una bugia.
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In una poesia haiku, nulla deve essere lasciato al caso, il lettore lo avrà già compreso da sé da quanto fin qui detto. Tutto è importante in questa poetica: quello che c’è, ossia quello che è scritto, ma, soprattutto, anche quello che non c’è, che, ossia, è stato omesso e taciuto. Un esempio: l’importanza nell’uso persino degli articoli determinativi o indeterminativi:
edera secca:
il vecchio muro torna
un vecchio muro
In questo componimento, l’articolo determinativo “il” al secondo ku [cioè verso, momento poetico] vuole, chiaramente, indicare uno specifico muro, caratterizzato, fino ad allora, dall’edera. Ma da quando questa pianta è seccata, ecco che “il” vecchio muro ritorna a essere “un” vecchio muro, cioè un muro qualsiasi. Questo esempio fa capire come anche le particelle, come per esempio alcuni articoli, le quali contano solamente una sillaba, possono rivestire un’importanza non trascurabile.
[…] Buoni esempi di poesie haiku contenenti sia una buona toriawase [i. e. la combinazione di due immagini distinte in una stessa poesia haiku] sia sufficiente non-detto possono essere rappresentati, per esempio, da questi componimenti:
sbalzo d’umore –
un fiore d’ipomea
cade nel fango
*
fragili foglie –
dimentico le offese
di passo in passo
*
fiori d’ortica –
l’opportuna distanza
tra me e l’altro
*
un lungo bacio –
nel sottobosco cadono
bacche di vischio
*
nocciole in pezzi –
linguaggi sconosciuti
negli occhi fragili
Lascio al lettore le possibili interpretazioni di questi componimenti e le associazioni mentali riscontrabili in ciascuna toriawase di uno specifico componimento su riportato. Alla luce di quanto fin qui esposto, credo sia opportuno indicare al lettore alcune delle ipotetiche domande che egli dovrebbe porre a se stesso una volta composta una poesia haiku:
1) La toriawase del mio componimento è evocativa e ben strutturata?
2) Questa stessa toriawase presenta immagini originali? Oppure propone una giustapposizione d’immagini già utilizzata o addirittura abusata?
3) Qual è il sotto testo della poesia? In altre parole, è presente, in maniera adeguata, una buona quantità di non-detto?
4) Il kigo o il kidai, adoperati nel componimento, sono rappresentativi di quello che voglio esprimere? I miei sentimenti o sensazioni sono impliciti nel riferimento stagionale?
5) Quali sono i canoni estetici che possiede la mia poesia haiku? (vedi capitolo 6)
6) Il mio componimento è intriso di quel sentire tipico e caratterizzante della poetica haiku? Ovvero, è aderente allo spirito della poesia haiku? (vedi capitolo 6)
7) Il registro linguistico e il repertorio immaginifico usati sono consoni a questa poetica?
Queste sono soltanto alcune tra le numerosissime domande possibili, il mio intento qui è solo quello di far comprendere che bisogna essere giudici inflessibili e rigorosi rispetto ai propri componimenti: l’arte compositiva delle poesie haiku è costituita anche da questo.
Antonio Sacco è nato ad Agropoli nel 1984, vive e compone versi nel cuore del Parco Nazionale del Cilento (Salerno). È uno studioso e un ricercatore di poesia di origine giapponese (soprattutto di poesia haiku). Ha pubblicato su molte riviste internazionali dedicate a questo genere poetico, oltre a essere l’autore di numerosi articoli sia tecnici sia divulgativi sulla poesia d’origine giapponese. Dal 2017 cura la rubrica chiamata Echi da Shikishima per la rivista digitale «Poesia del Nostro Tempo». Nel 2018, nel 2019 e nel 2020 è stato inserito nella European top 100 most creative haiku author (Haiku Euro Top). Già giudice in tre concorsi nazionali di poesia per la sezione haiku, ha, inoltre, pubblicato due raccolte poetiche di haiku. Il Nuovo manuale di scrittura haikai. Vademecum pratico per comporre poesie haiku e altri generi poetici di origine giapponese è la sua seconda opera pubblicata con Edizioni Nulla Die nel 2025.









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