Carmen Gallo | Tecniche di nascondimento per adulti

a cura di

Luigi Riccio

6–10 minuti

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«La seppia produce il suo inchiostro: lego con lo spago il mio immaginario (per difendermi e offrirmi nello stesso tempo)». Oppure: «altri […] ritiene alloggino nelle maiuscole miniate, acquattati al centro di quei bei laberinti, le porte chiuse, sotto le coltri, quando taluno diteggia un libro […]. Dottrina che stima i morti deliberatamente non cooperativi». Cito Barthes e Manganelli perchè credo aiutino in parte a comprendere l’operazione – e quindi il valore – di Tecniche di nascondimento per adulti di Carmen Gallo: comprendere come il linguaggio e la poesia, se intesi come spazio, siano tanto l’area vitale di convergenza del dialogo quanto una delimitazione difensiva, il luogo dell’inaccessibile altrui. Ma, pure, la costruzione della mimesi e il riconoscimento della chiave condivisa. Ciò vale analogamente per il genere-poesia, che andrebbe forse inteso più come “punto” in cui determinate tecniche diventano ricevibili (producono, cioè, la possibilità un’agnizione, del far perdere qualcosa o qualcuno o proprio noi stessi a nascondino) che non come “forma”, ma non è tutto. Se questo basta (o potrebbe bastare) a porre un libro simile in un discorso sulla poesia per la sua sola co-esistenza come «uno sfogo, un promemoria, un diario e una cronaca», c’è un motivo più intimo per cui credo sia necessario parlane: la possibilità di riconoscere nel pratico (quindi: nel tecnico) la nostra parola-velo come gesto non necessariamente di nascondimento (e viceversa per la parola “svelata”). Quando scriviamo (e soprattutto quando scriviamo poesia) la sincerità, intesa come stile semplice dell’apertura, è anch’essa una tecnica, una postura scelta, un mimetismo; la massa “difficile” dell’inchiostro informe è a sua volta anche un dato sincero, una risposta della realtà per come è, un’esattezza. Nel gioco del nascondino ci si nasconde insomma, ma pure ci si svela; e allora i suoi strumenti – e il loro riconoscimento e apprendimento – hanno un valore totale, fanno vincere tutti.


Il ritratto in copertina è di Annette Mueck.




da Tecniche di nascondimento per adulti (Italo Svevo, 2024)

Avvertimento

[…] Bisogna gestire bene il desiderio di nascondersi. Non esagerare con la distanza. Studiare attentamente le tecniche che consentono di rintanarsi nei paraggi e solo per il tempo strettamente necessario (anche se può essere difficile stabilirlo. E soprattutto: non sottovalutare i pericoli della vita nel nascondimento. […]


Ciò detto, anche da adulti la regola del nascondino non cambia. Si conta e ci si nasconde, c’è chi viene trovato e chi continua a nascondersi, ma a un certo punto il gioco finisce e si esce tutti fuori.


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Il pensiero di una fuga

[…] Se si fa molta attenzione, è possibile ogni tanto vedere esemplari umani incastrati fino al collo, fino alla spalla, il petto tagliato a metà dalla pressione del ferro contro la carne, dagli spazi angusti, verticali delle sbarre. […]


Quando si conclude questa fase allucinatoria, si passa a considerare soluzioni più ragionevoli, disincantate. È che le sbarre di ferro che cerchiamo di superare, abbattere, scavalcare, non sono la cosa, ma stanno per qualcosa. Ed è chiaro che non riusciremo a liberarcene troppo facilmente. […]




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Stati d’animo

[…] Una volta trovato il modo di nascondersi, non si deve nemmeno provare troppo compiacimento (è concessa solo una certa soddisfazione). Compiacersi è una distrazione troppo grande. Potremmo finire per lasciare delle tracce solo per vanità di mostrare quanto siamo stati bravi. E sarebbe un modo troppo stupido per farsi trovare.


Nel nascondimento si è sempre soli, è più sicuro così. Ma non bisogna mai immaginarsi da soli o soli a questo mondo. Per quanto sia difficile, bisogna convincersi che c’è o ci sarà qualcosa o qualcuno per cui valga la pena tornare. Altrimenti rischiamo di diventare noi il posto più spaventoso.


Non bisogna precipitare nel ricordo di quelli a cui vogliamo bene o rimuginare sui torti. Farsi prendere da nostalgie di vite precedenti o inesistenti, o da desideri di vendetta e rivalsa. Anche in questo caso, le conseguenze potrebbero essere peggiori del pericolo a cui si cerca di scampare. Meglio portarsi dietro giusto un paio di cose innocue da pensare, scelte con molta cura (se ce ne sono). […]


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Il nascondimento

Sparire tra gli altri, nascondersi in piena vista. È più facile a dirsi che a farsi. Ci sono varie tecniche, e ciascuna comporta dei rischi (i vantaggi sono sempre minimi).


La più semplice, e forse più praticata, è quella di provare a nascondersi tra tutti, a essere come tutti. […]


Questa tecnica a dire il vero non ci piace. È la soluzione più facile, ma presenta un rischio troppo alto: non tanto di non riuscire a tornare, quanto di non avere più voglia di tornare. È un nascondimento troppo comodo, ma anche appiccicoso (come una specie di pellicola di miele sulla pelle), e dunque tra i più pericolosi. Rischia di non farci più riconoscere il nemico, così noi lo dimentichiamo e lui lentamente ci divora e noi nemmeno ce ne accorgiamo. […]


Un’altra tecnica è invece diventare invisibili. Per diventare invisibili non è necessario somigliare ai più, ma bisogna riuscire a somigliare al niente, a mimetizzarsi con il niente. È una forma di annullamento, ma senza mantelli, maschere e senza liberazione. Sì, senza liberazione. […]


Questa tecnica richiede una dose massiccia di immaginazione e, come la precedente, può creare forte dipendenza: è difficile rassegnarsi a uscire dal niente, che è comunque una forma di pace (ma non somiglia alla morte). Bisogna stare attenti a essere niente troppo a lungo, anche se la tentazione, diciamo pure la forza di inerzia, può essere fortissima.


A noi interessano solo le tecniche reversibili, non ci piacciono i nascondimenti definitivi. Per quelli sono bravi tutti, o quasi. Ammazzarsi è molto più semplice, ma anche meno divertente. […]


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Essere altro #2

Ho provato a nascondermi nel disordine di una stanza. La disposizione armonica degli oggetti, gli armadi ordinati, i letti rifatti, mi sono sempre sembrati il segnare inequivocabile della vittoria della morte sulla vita. Quella rigida e cadaverica immobilità delle cose avrebbe preso presto anche me. E così, per qualche mese, ho ripristinato il caos primordiale che genera la vita e mi sono nascosta nell’altissima caotica missione di sconfiggere per sempre la morte. Poi, però, la fatica di abitare in quella coazione al disordine è diventata insostenibile, e la stanza si è trasformata in un luogo troppo angusto per tutta quella vita che proliferava come erbacce. Così sono tornata nello spazio ordinato e il delirio di onnipotenza ha lasciato il posto all’angoscia della fine dell’infanzia. Ogni tanto però riprovo l’esperimento, ma solo nelle camere d’albergo.


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Essere altro #11

Qualche volta, per lo spazio di qualche ora, mi sono nascosta diventando un corpo. È una sensazione di grande liberazione, anche se dura poco. Mentre accade posso essere un corpo che fa subisce protesta s’inarca e nulla di ciò che gli capita mi riguarda. È la prova che esiste nella testa un posto in cui nascondersi mentre guardi il resto accaderti. Oppure puoi non guardare, semplicemente venire meno, sottrarti al tempo dell’accadere. Non è come trattenere il fiato sott’acqua. Somiglia piuttosto a galleggiare senza pensare, ma ancora di più a nuotare, a guadagnare il largo lentamente, bracciata dopo bracciata. Essere un corpo che non stabilisce relazioni, ma risponde a stimoli esterni o interni, come il calore, il dolore, la fame, gli odori. Il pericolo di questo nascondimento, credo, è che alla lunga porti a una specie di abulia. Come se venisse voglia di diventare solo un corpo anche in assenza di un nemico, per non sentire più niente, nemmeno la paura.


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Essere altro #13

Le poesie non vanno bene per nascondersi. Le poesie sono luoghi inospitali, in cui si può restare per pochissimo. Non c’è modo di sdraiarsi, di stare comodi. Il più delle volte è tutto pieno di aghi e di spigoli in una poesia. E ogni muro o stipite a cui ti appoggi a un certo punto, inderogabilmente, frana. E poi non è facile uscirne. Ti cambiano tutte le parole nella testa e nella bocca. Quelli che si nascondono nelle poesie se tornano, ammesso che tornino, li riconosci perchè non hanno più tanta voglia di parlare. Vanno scelte con attenzione le poesie che si possono abitare per un po’. E comunque, nella mia esperienza, quelle piene di aghi e spigoli sono più sicure di quelle foderate di soffice ovatta. Nelle prime si prova molta inquietudine, nelle seconde si soffoca e basta.


La dedica è di amici che hanno compreso il punto, forse sempre.



Carmen Gallo vive a Napoli. Ha pubblicato tre libri di poesia: Paura degli occhi (L’Arcolaio 2014), Appartamenti o stanze (D’If, 2016) e Le fuggitive (Aragno 2020), che ha vinto il Premio Napoli 2021. Nel 2019 è stata inclusa nel XIV Quaderno di poesia contemporanea a cura di F. Buffoni (Marcos y Marcos) e un’ampia selezione delle sue poesie, tradotte in tedesco, è presente nell’antologia Die Maulposaune. Gedichte aus Italien, a cura H. Thill e C. Caradonna (Das Wunderhorn). Come anglista e traduttrice, ha curato Tutto è vero, o Enrico VIII di Shakespeare (Bompiani 2017) e pubblicato il saggio sui poeti metafisici L’altra natura. Eucaristia e poesia nel primo Seicento inglese (ETS 2018, Tempera Book Prize 2018). Il suo ultimo lavoro è una nuova traduzione commentata di The Waste Land di T.S. Eliot, intitolata La terra devastata, per il Saggiatore (2021). È nella redazione del blog Le parole e le cose. Ha svolto attività laboratoriali in carcere. Insegna letteratura inglese alla Sapienza Università di Roma.



Risposta

  1. […] di questa fase si riassuma proprio nel valore ambiguo che la stanza assume, da luogo di reclusione a spazio di nascondimento o di rivendicazione attiva. Ancora più in breve: la stanza è il luogo lirico (ma anche materiale) […]

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