Il bilancio dei primi dieci anni di carriera di Carmen Gallo, adesso raccolti per La vita felice in Stanze per una fuga, non credo potesse avere titolo migliore. In breve: credo che l’intera parabola di questa fase si riassuma proprio nel valore ambiguo che la stanza assume, da luogo di reclusione a spazio di nascondimento o di rivendicazione attiva. Ancora più in breve: la stanza è il luogo lirico (ma anche materiale) del conflitto tra l’Io e il Tu, e delle conseguenti fughe. Fughe di cui si sente il bisogno stringente proprio perchè dal Tu intrappolat*, ottenute per mimesi nel Tu, o per abbandono vero, creazione della propria stanza o fuoriuscita totale. Tutte le protagoniste delle poesie di Gallo, da Paura degli occhi fino a Le fuggitive, e fin dai titoli, teatralizzano nello spazio del costringimento fisico e di adiacenza storie di varia emancipazione.
E storie davvero: se in Paura degli occhi e in Appartamenti o stanze il punto fondamentale era la spettrale condizione d’ingabbiate in sguardi e ruoli altrui, in pelli e stanze costruite ad hoc e non proprie, via via la risposta si allarga. Anche perchè il discorso altrui è il fuori, è l’oggetto. Il discorso inattaccabile di un potere tale perchè geometrico, in grado di dirci e stabilire cosa siamo, dove dovremmo essere, definire il nostro spazio (e al costo di apparire banali: come spiega Olga Campofreda «la conquista delle camerette come spazio autonomo rispetto al resto della casa è stata un fenomeno prima di tutto femminile»,1 e davvero femminile e femminista è il discorso di Gallo. È, insomma, il discorso della stanza tutta per sè di Woolf, della camera di reclusione di Emily Dickinson, pur ricordata in esergo, e non è un caso che il linguaggio del potere inconfutabile – penso soprattutto ad Appartamenti o stanze – sia quello dell’assertivo maschile).
Prima, allora, si agisce dal di dentro, ritagliandosi uno spazio tutto per sé, una stanza vera per cui si ha un ruolo nella disposizione, nella presenza dei vuoti, identitaria; poi si riconosce – come pure avverrà nelle Tecniche di nascondimento – che qualsiasi cornice rischia l’irreversibilità, di diventare a sua volta una narrazione obbligata pur se da sé decisa. Si rischia di diventare il museo di sé stess* – la stanza delle stanze, la cornice delle cornici – e rendersi di nuovo invisibili, nella stanza, stavolta per sempre. Allora: si deve giocare a uscirne, a non restarci mai troppo né troppo bene, a vedere che succede rompendo il vetro della teca o trovandosi dove non si deve, dove la stanza non è la propria, ma trovandocisi. Anche perchè la stanza è lo spazio attraverso il quale «lo spirito umano risponde all’impossibile compito di appropriarsi di ciò che deve, in ogni caso, restare inappropriabile».2
Pensandoci bene, questo è allora lo spazio teatralizzato su cui si gioca lo statuto di tutta la lirica. Dirti cosa sono nella forma chiusa della strofa-stanza e del libro e poi restarci intrappolato, peggio ancora intrappolarti senza appello nel senhal e in tutto quello che ne consegue, e fin dagli inizi: «i poeti del ‘200 chiamavano “stanza”, cioè “dimora capace e ricettacolo”, il nucleo essenziale della loro poesia, perché esso custodiva, insieme a tutti gli elementi formali della canzone, quel joi d’amor che essi affidavano come unico oggetto alla poesia», ricorda ancora Agamben. «A presto, / adorate mie larve!», chiosava invece Montale nell’ ’81, e salutava tutto il non vero detto di Arletta e Clizia, tutto il per loro adesso non fuggibile. Citava, pure, l’Aspasia di Leopardi (e da lì Silvia, le altre), ovviamente Laura. Faceva una storia secolare di eternate nelle stanze (e proprio in Stanze – «Ricerco invano il punto onde si mosse / il sangue che ti nutre, interminato / respingersi di cerchi oltre lo spazio / breve dei giorni umani» – faceva a suo tempo il verso al Petrarca di In qual parte del ciel), ma non di uscite vive (e fino al senso di colpa: cosa non sono i moribondi Altri versi se non il tentativo di restituire loro un minimo di discorso identitario? Ad Irma Brandeis che in Uscimmo sul bow window gli dice «Io sono una di quelle che s’incontrano nei versi / dei sedicenti poeti. Così sarà di me», Eugenio sa a un certo punto di non poter rispondere che con un lapidario «Scartai l’ipotesi con orrore. Eppure quella sera / eri più intelligente di me»).
La nuova responsabilità dell’Io lirico, nel contemporaneo, sarà allora quella di curare costantemente una strategia di sopravvivenza propria e altrui. Forse una sopravvivenza alla stanza lirica. Anzi, se la storia della lirica è una storia di pronomi (l’Io, il Tu, appunto; ciò che in altri modi cerca di scardinare chi si professa non-lirico), è più sottile della propria indicazione alla lettura la nota che apre Appartamenti o stanze: «Nei primi componimenti siamo noi a descrivere i personaggi. Noi siamo la terza persona. Quando non riusciamo più a vedere cosa succede, diventiamo una prima persona plurale, ma dura poco. Nell’ultimo componimento c’è una donna che parla in prima persona […]. L’ultima voce è la sua».
Il ritratto in copertina è di Dino Ignani.
da Stanze per una fuga; Poesie 2014-2024 (La vita felice, 2025)
da Le Fuggitive
Abbiamo tracciato un cerchio
circoscritto il perimetro del gioco
stretto abbastanza da restarci
il tempo necessario. Abbiamo scelto
la pietra più grossa, l’abbiamo affondata
bene con le mani. Non ci siamo parlate.
Non ci siamo guardate. Una alla volta
abbiamo solo cominciato a tirare.
+ + +
Siamo in una stanza, con un letto grande e un armadio enorme. In casa non c’è nessuno. Rovistiamo nel comodino, e in tutti i cassetti. Troviamo lettere, forbici, creme antinfiammatorie. Poi frughiamo sotto il suo cuscino e non troviamo nulla. Sopra il comò c’è una scatola di metallo piena di anelli e orecchini. Tu dici che sono tutti falsi. Troviamo le sue pillole, quelle che prende sempre. Tu esci dalla stanza. Io ne mando giù due o tre, poi mi stendo dalla sua parte del letto ma non divento lei.
+ + +
Siamo in un sogno, in un corridoio, in una casa in affitto. Siamo appena tornate da scuola. Nessuno ci vede. Lei è lì, indifesa. Ha preso qualcosa, blatera qualcosa, si è infilata da sola la flebo. Noi la tiriamo giù dal letto per i piedi, una gamba per una, la trasciniamo avanti e indietro, poi intorno al tavolo della cucina. I suoi capelli disegnano un cerchio. Con le mani cerca di afferrare i mobili, le sedie, ma è troppo debole, sbatte dappertutto, sbatte la testa, noi invece siamo forti, siamo fortissime.
+ + +
Tornare in superficie
come bocche di colpo spalancate
animali finalmente anfibi.
Dimostrare di avere imparato
il doppio respiro, a stare e restare
nello spazio indiviso dove le cose
accadono e basta. In questo gioco
chi si cerca e chi si nasconde
hanno la stessa faccia.
La paura costringe a forme di vita
innaturali, costringe a stare
nella durata di un altro.
Impossibile prendere aria.
Restituire la paura, lasciarla
sulla soglia di casa e dire
puoi tenerla o nasconderla in giardino
prima che il tempo e lo spazio
propaghino la sua forza.
È novembre. Ho trentasei anni.
Mi porto dietro tutti i miei luoghi.
Faccio attenzione a non dimenticarne nessuno.
+ + +
Uscirne vivi #9
Certi scherzi
R. ha novantadue anni e una decina di anni fa ha comprato un loculo al cimitero di *****. Per sollevare i parenti da ogni onere o fastidio, ha già fatto sistemare la lapide, con nome, cognome, data di nascita, e un piccolo spazio per la fotografia. Ogni tanto va a controllare che sia ancora lì, che nessuno l’abbia occupata al posto suo. Pulisce il marmo, s’informa sui vicini, sorride che lo scherzo è riuscito, che ci sarà ancora da aspettare.
+ + +
da Appartamenti o stanze
Le persone intorno ai tavoli
sono andate ad abitare
uno spazio chiuso, laterale.
Parlano, si separano
occupano gli spazi tra i libri
e le sedie. Sono nel tempo
dove lui non è più. C’è una donna
con i capelli lunghi e neri. Dice
ai tavoli di spostarsi, di lasciare
libero lo spazio per chi vuole ballare.
+ + +
Le donne intorno al tavolo hanno fatto il nostro nome
non sono state contenute, non sono state riprodotte
hanno scandito chiaramente il nostro nome
hanno agitato bene tutte le lettere
e se le sono infilate una a una nella bocca.
Solo adesso si sentono piene della stanza.
Le donne hanno visto la nostra faccia
e hanno sollevato il soffitto. L’aria adesso
sale dal pavimento, l’uomo sparge i passi
e noi siamo tornati con le donne a sedere
e a misurare i vuoti.
+ + +
Da quando siamo finiti nella stanza più lontana abbiamo cominciato a sparire, uno a uno. Se non possiamo guardarla non siamo più sicuri di esistere. Alcuni non ce la fanno, hanno paura, scompaiono. L’uomo che vive con lei ogni tanto apre la porta e prova a farci uscire. Ci chiede di nascosto di tornare, ma noi siamo soltanto incrostazioni nell’intonaco e non sappiamo come fare. Se lei non viene qui scompariremo. Ad aspettarla siamo rimasti solo in due. Non so se ci siamo scelti, so soltanto che mi somiglia. L’altro sente quello che sento io, vede quello che vedo io. Presto diventeremo una cosa sola e spariremo.
+ + +
noi parliamo
I.
le parole nuove al telefono
non sento bene quando dici
sono felice che ci sei, dove
ti chiedo, e come ci sono arrivato e tu
come mi hai riconosciuto
qui nel cemento il buio arriva bianco
il cielo ha cavi orizzontali
in alto molto più in alto diresti
stiamo bene qui parliamo
non è questo il posto dove ci siamo parlati
non è questo il posto dove ci siamo portati
da una stanza all’altra la linea dei cavi
adesso la seguo con gli occhi con le gambe
fino al letto in cima alle scale
(nell’ascensore i vecchi restano settimane)
il momento preciso in cui non importa più se sono io
nella caduta siamo tutti uguali possiamo
non mangiare possiamo non toccare
salvarci la pelle letteralmente
+ + +
scompaiono
un nuovo ordine di calamità
che invada lento le case
colpisca i piedi dei tavoli, poi le sedie
sollevi mattonelle un millimetro al giorno
solo dalle schegge, minuscole, sul pavimento
indovineresti il taglio vivo smarginato
ancora estranea io, a ogni assestamento
di giorno diresti che è solo vento
tutti i vetri che ci parlano
nella notte non si contano
le montagne che vedevi e che di colpo
scompaiono
+ + +
da Paura degli occhi
Come avere paura degli occhi
come sapere che tutte le bocche
diranno il falso e per prima la tua
dirà cose che non vuole
vedrà cose che non sa
ma il vero più del falso
resta nelle parole che non riconosco
perchè non hanno la tua forma
la calce bianca dei tuoi sensi
deformati per l’occasione
parole annerite, scartavetrate
cercano rifugio tra le mie
ma non trovano
che una pace fatta di spilli
di mura che non tengono
di soldati che non parlano la tua lingua.
+ + +
Ancora e di nuovo
trattenere a stento la pelle
tra pareti che cadono dall’alto
poi le linee scure, trame che non ricordo
avevano maglie troppo larghe
per ricucire le finestre
e giocare a battaglia navale fra le sbarre.
+ + +
Resistere all’aria immobile
degli scompartimenti
e respirare lo spazio nuovo
che si nasconde in alto
il tempo di cancellarsi la faccia,
le rughe sulla fronte
+ + +
L’elenco dei corpi affastellati
all’appello della luce risponde
come sconfinato territorio
di volumi inabitati bianchi
prima di essere cancellati
come calendari distesi a occultare
le vene aperte nella parete
la porta di braccia distese
e intanto ritrovare
negli occhi allineati
una città intera di sassi da scagliare
nel tempo senza ora
l’ordine del giorno
resta quello di guardare
Carmen Gallo (Napoli, 1983) insegna letteratura inglese a Roma e ha pubblicato alcuni libri di poesia e un fototesto intitolato Tecniche di nascondimento per adulti (Italo Svevo, 2024). Con Le fuggitive (Aragno, 2020) ha vinto il Premio Napoli per la poesia. Ha scritto sulla poesia metafisica inglese di John Donne e ha tradotto opere di William Shakespeare, T. S. Eliot e Caryl Churchill.









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