Se Ophelia Borghesan parlava di efficienza del linguaggio nella giustapposizione non banale di elementi originariamente banali – come il lessico social -, le Notti aptiche di Giacomo Venara, attualmente inedite, hanno un presupposto contrario: melmificare l’espressione linguistica e la sua efficacia, giustapponendo senza soluzione di continuità il letterario e – per opposto – privandolo di qualsiasi soluzione di continuità originaria, nella frustrazione di un lettore costretto al binge reading, a una mukbang poetica. Non c’è gabbia tecnica, forma o respiro narrativo, né principio di memorabilità continiana dei versi o tantomeno delle chiuse che tenga. Nonostante tutti questi dispositivi siano pienamente operativi in apparenza, si ritrovano depotenziati di qualsiasi loro funzione che non sia la “cantabilità sludge“, il catturare la soglia d’attenzione della lingua, costringendola a non arrestarsi se non davanti a finali che – più che terminare il testo – segnalano la necessità di uno scroll down, di un cambio di contenuto. Ma, allora, «a ognuno il suo cucchiaio in vetro nero / lucido e nel fuoco temperato; dentro da / sé, del suo colore stesso, in che il mio viso / a dire e digerire s’era messo»: a ognuno il suo scrolling compulsivo di letteratura, qui non solo tema, ma obbligo per scelta stilistica, algoritmo autoriale. C’è poca differenza tra guardare Il settimo sigillo con accanto Subway surfer e far implodere così la forma lunga del poema.
da Notti aptiche
concilio di demiurghi in braghe corte
come bracci di bussole all’agnello
sollecitano il passo della sorte.
si snocciola la carne dal budello
secondo la parola di chi domi
più manici che lame di coltello
e tra le maglie della lingua il vomito
informa sé di sé pendant la rima
che sgocciola frattaglie sopra i nomi
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ii.
era un invito, un altro come tanti
un esser-dove, dislocarsi, un dasein sollen
programmato lì a venire. ancora un niente
solamente un saldo impegno a divenire
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s’infiltra escava penetra la testa
coi denti e nella sistole grifagna
strappa assilla sala il cranio infesta
gli occhi, il naso, la pelle. Come bolo
amaro sale scende e non s’arresta.
angusto spazio un ventre preso a nolo.
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lo schiaffo delle cose, la folata
dell’io lo prese ch’era lì sul molo
solo, come accade. sciabordata
di sé la mente cede al danno, quando
intorno il mondo batte in ritirata.
ma non gli si domandi chi sta urlando
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ma qui il dilemma: è male o di buongusto
assenza il detto torcere in da dirsi
più dotto, e rimboccarci il bellimbusto?
oppure c’è del giusto? impratichirsi
al buono con del bello è mezzo come
un altro. in miele i farmaci a coprirsi
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la sedia, l’apparecchio, il telo, chiome
argentee sparse in terra – i suoi fragmenta –
la dimora, i piaceri e pure un nome
tutto suo. ma suo davvero? spenta
la luce torna solo, muto, privo
di un nome e di quell’«—» che lo tormenta.
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vii.
se non che è già così che a dire il quando
il dittico dei nati, il cigno, leda, ovini
galeotti e il doppio doppio, annega il naso
in carni d’oppio l’uditorio in piatti d’oro
in salse, unguenti, balsami, cosciotti
verze, fave, more in entrecôte disciolte
e lui, che li governa, intatto, l’uovo.
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viii.
Oh che delizia, oh juchhe, juchhe, juchhe
juchhèisa, heisa, he! c’è qui del genio!
cento e ancora cento, un prato esteso
dall’uno all’altro capo del banchetto
d’uova in coppe argento, e a lato a lato
a ognuno il suo cucchiaio in vetro nero
lucido e nel fuoco temperato; dentro da
sé, del suo colore stesso, in che il mio viso
a dire e digerire s’era messo.
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avvicinarsi prèroga al lontano
la gravità, così al lontano tocca
denudare il tuorlo condiviso
coll’ovo che si cova in altra scocca
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xiii.
assenti. eppure ero sicuro, il cartomante
e il cartografo concordi
indicavano che appena un po’ più avanti…
ma non torna. dovrebbero, se i conti
tornassero, trovarsi già da un pezzo
alla porta… lì avrà sospinti il rezzo…
qualcosa è andato storto… i preferiti
nemmeno gli arricchiti li abbandonano
alla polvere… tutto dice: dopo.
è senza fondo il ventre di cariddi
e mai nessuno s’è salvato a nuoto
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la luce, l’audio, il filtro da soft-porno
condiscono l’offerta da salotto
shabby chic. si sente il click del forno
e lei che china – l’occhio insinua sotto
la campana – e worth e tradizione
si legano insolvibili nel motto.
la cucchiarella batte il pentolone.
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xv.
lo sa il bambino che non c’è vacanza
a mancare, ma solo se si riempie
e che la festa bella è carnevale
che pesa il tempo come conta il sale
grosso il cuoco. ricolma la scodella
ad ogni morso e si rintuzza il fuoco
a certi venti, e giostrano quadrella
ad ogni poco. e gridi e movimenti
e poi finisce il gioco… un do-it e stella.
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l’ascensore in rosso che trasuda
l’inconscio. il rattrappirsi del ditino.
la scena in cui ti pare che s’alluda
a te, si a te che guardi. l’arrotino
fiero della propria sottigliezza,
dedalo che reimprigiona il minotauro.
la neve che accarezza
righe di follia. slega il terrore
dal cappio un ritmo, un pattern che si spezza.
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si obietta. il nero è invero una minaccia?
rode i polsi? o il suo frugare i denti
nel sangue fino all’osso che s’affaccia
al cielo e straccia carni e frange menti
e spreme succhi e svuota è il camouflage
di una chiamata all’armi? se apparenti
rossi e neri sulla tela il maquillage
fa apache di cittadini, coca in sale.
no. il rosso è torto in prop sul nero stage
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più s’alza il tuono e più si rigremisce
il parco. i bimbi osservano a gruppetti
eserciti di bolle terse e lisce
di sapone. occhi di bue, faretti
a spiovere. benzene, arco riflessi.
arcobaleni. evviva di capretti
Giacomo Venara (Borgosesia, 1998) è un dottorando in Filologia moderna a Napoli. Da bambino aveva un gatto chiamato Anacleto. È daltonico e intollerante al lattosio. Non ricorda di aver mai scritto poesie.









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