Giacomo Venara | Inediti

a cura di

Luigi Riccio

4–6 minuti

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Se Ophelia Borghesan parlava di efficienza del linguaggio nella giustapposizione non banale di elementi originariamente banali – come il lessico social -, le Notti aptiche di Giacomo Venara, attualmente inedite, hanno un presupposto contrario: melmificare l’espressione linguistica e la sua efficacia, giustapponendo senza soluzione di continuità il letterario e – per opposto – privandolo di qualsiasi soluzione di continuità originaria, nella frustrazione di un lettore costretto al binge reading, a una mukbang poetica. Non c’è gabbia tecnica, forma o respiro narrativo, né principio di memorabilità continiana dei versi o tantomeno delle chiuse che tenga. Nonostante tutti questi dispositivi siano pienamente operativi in apparenza, si ritrovano depotenziati di qualsiasi loro funzione che non sia la “cantabilità sludge“, il catturare la soglia d’attenzione della lingua, costringendola a non arrestarsi se non davanti a finali che – più che terminare il testo – segnalano la necessità di uno scroll down, di un cambio di contenuto. Ma, allora, «a ognuno il suo cucchiaio in vetro nero / lucido e nel fuoco temperato; dentro da / sé, del suo colore stesso, in che il mio viso / a dire e digerire s’era messo»: a ognuno il suo scrolling compulsivo di letteratura, qui non solo tema, ma obbligo per scelta stilistica, algoritmo autoriale. C’è poca differenza tra guardare Il settimo sigillo con accanto Subway surfer e far implodere così la forma lunga del poema.





da Notti aptiche


concilio di demiurghi in braghe corte

come bracci di bussole all’agnello

sollecitano il passo della sorte.

si snocciola la carne dal budello

secondo la parola di chi domi

più manici che lame di coltello

e tra le maglie della lingua il vomito

informa sé di sé pendant la rima

che sgocciola frattaglie sopra i nomi


+++

ii.

era un invito, un altro come tanti

un esser-dove, dislocarsi, un dasein sollen

programmato lì a venire. ancora un niente

solamente un saldo impegno a divenire


+++

s’infiltra escava penetra la testa

coi denti e nella sistole grifagna

strappa assilla sala il cranio infesta

gli occhi, il naso, la pelle. Come bolo

amaro sale scende e non s’arresta.

angusto spazio un ventre preso a nolo.


+++

lo schiaffo delle cose, la folata

dell’io lo prese ch’era lì sul molo

solo, come accade. sciabordata

di sé la mente cede al danno, quando

intorno il mondo batte in ritirata.

ma non gli si domandi chi sta urlando


+++

ma qui il dilemma: è male o di buongusto

assenza il detto torcere in da dirsi

più dotto, e rimboccarci il bellimbusto?

oppure c’è del giusto? impratichirsi

al buono con del bello è mezzo come

un altro. in miele i farmaci a coprirsi


+++

la sedia, l’apparecchio, il telo, chiome

argentee sparse in terra – i suoi fragmenta –

la dimora, i piaceri e pure un nome

tutto suo. ma suo davvero? spenta

la luce torna solo, muto, privo

di un nome e di quell’«—» che lo tormenta.


+++

vii.

se non che è già così che a dire il quando

il dittico dei nati, il cigno, leda, ovini

galeotti e il doppio doppio, annega il naso

in carni d’oppio l’uditorio in piatti d’oro

in salse, unguenti, balsami, cosciotti

verze, fave, more in entrecôte disciolte

e lui, che li governa, intatto, l’uovo.


+++

viii.

Oh che delizia, oh juchhe, juchhe, juchhe

juchhèisa, heisa, he! c’è qui del genio!

cento e ancora cento, un prato esteso

dall’uno all’altro capo del banchetto

d’uova in coppe argento, e a lato a lato

a ognuno il suo cucchiaio in vetro nero

lucido e nel fuoco temperato; dentro da

sé, del suo colore stesso, in che il mio viso

a dire e digerire s’era messo.


+++

avvicinarsi prèroga al lontano

la gravità, così al lontano tocca

denudare il tuorlo condiviso

coll’ovo che si cova in altra scocca


+++

xiii.

assenti. eppure ero sicuro, il cartomante

e il cartografo concordi

indicavano che appena un po’ più avanti…

ma non torna. dovrebbero, se i conti

tornassero, trovarsi già da un pezzo

alla porta… lì avrà sospinti il rezzo…

qualcosa è andato storto… i preferiti

nemmeno gli arricchiti li abbandonano

alla polvere… tutto dice: dopo.

è senza fondo il ventre di cariddi

e mai nessuno s’è salvato a nuoto


+++

la luce, l’audio, il filtro da soft-porno

condiscono l’offerta da salotto

shabby chic. si sente il click del forno

e lei che china – l’occhio insinua sotto

la campana – e worth e tradizione

si legano insolvibili nel motto.

la cucchiarella batte il pentolone.


+++


xv.

lo sa il bambino che non c’è vacanza

a mancare, ma solo se si riempie

e che la festa bella è carnevale

che pesa il tempo come conta il sale

grosso il cuoco. ricolma la scodella

ad ogni morso e si rintuzza il fuoco

a certi venti, e giostrano quadrella

ad ogni poco. e gridi e movimenti

e poi finisce il gioco… un do-it e stella.


+++

l’ascensore in rosso che trasuda

l’inconscio. il rattrappirsi del ditino.

la scena in cui ti pare che s’alluda

a te, si a te che guardi. l’arrotino

fiero della propria sottigliezza,

dedalo che reimprigiona il minotauro.

la neve che accarezza

righe di follia. slega il terrore
dal cappio un ritmo, un pattern che si spezza.


+++



si obietta. il nero è invero una minaccia?

rode i polsi? o il suo frugare i denti

nel sangue fino all’osso che s’affaccia

al cielo e straccia carni e frange menti

e spreme succhi e svuota è il camouflage

di una chiamata all’armi? se apparenti

rossi e neri sulla tela il maquillage

fa apache di cittadini, coca in sale.

no. il rosso è torto in prop sul nero stage


+++

più s’alza il tuono e più si rigremisce

il parco. i bimbi osservano a gruppetti

eserciti di bolle terse e lisce

di sapone. occhi di bue, faretti

a spiovere. benzene, arco riflessi.

arcobaleni. evviva di capretti


Giacomo Venara (Borgosesia, 1998) è un dottorando in Filologia moderna a Napoli. Da bambino aveva un gatto chiamato Anacleto. È daltonico e intollerante al lattosio. Non ricorda di aver mai scritto poesie.



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