Sotirios Pastakas | Il sangue del poeta

3–5 minuti

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traduzione di Maria Allo
da Guida di sopravvivenza per giovani scrittori (Apópeira, 2018)

LA MALEDIZIONE AUGURALE

Leggo i curricula dei giovani poeti, con i loro studi faticosi, i master, le lauree specialistiche, i riconoscimenti nel mondo professionale, i loro lavori pubblicati su riviste scientifiche del nostro Paese, ma anche all’estero, e mi sorge spontanea una semplice domanda: «Con una carriera così di successo, perché scrivono poesie?». Cosa manca loro, dunque, dato che la poesia nasce “dalla mancanza”, dal nostro personale vuoto? Perché mai desiderano inserire la poesia in una vita così ben organizzata? «Va bene», mi direte, «tutti i laureati hanno il diritto di pubblicare una raccolta di poesie, un romanzo, una novella, un libro di racconti. Filologi comuni, professori universitari, liberi professionisti come ingegneri, medici e avvocati.
Accetto i loro tentativi con il primo libro, ma non posso perdonare la loro insistenza nel pubblicare il secondo e il terzo. Programmati, pubblicano un libro ogni quattro anni: con parsimonia, con moderazione e mosse mirate, costruiscono la loro carriera letteraria come farebbe un manager aziendale. Passano attraverso la scrittura intatti, impeccabili, pretenziosi, ottenendo riconoscimenti statali, premi ufficiali, partecipando a incontri alla moda e ottenendo interviste in prima pagina. E l’unica cosa che mi resta da fare è maledirli.

Una maledizione augurale, come la menziona F.S. Fitzgerald in Tenera è la notte: «Il miglior augurio che possa farti, figliolo», dice la fata Blackstick in La rosa e l’anello di Thackeray, «è un po’ di sfortuna».

«Un po’ di sfortuna» vi auguro, miei giovani poeti dilettanti. Un po’ di sfortuna, affinché possiate scrivere con autenticità.

IL SUPREMO STRAPON LETTERARIO

Quando ero ancora nuovo nel mondo letterario, ascoltavo con ammirazione e grande stupore Michalis Ganas raccontarmi di aver detto NO al professor D. N. Maronitis. La proposta del professore, all’epoca una figura di spicco nei media e dotato di un’influenza enorme nella valutazione degli scrittori greci (o almeno così credeva lui, e purtroppo anche molti tra i favoriti dalle sue recensioni…), era, né più né meno, quella di scrivere l’ epilogo alla sua seconda raccolta di poesie, Le Pietre Nere. Il mio amico Ganas rifiutò, e allora non riuscivo proprio a capirne il motivo. Dentro di me pensavo che io avrei accettato molto volentieri lo strapon dall’illustre professore.
Ricordo questa storia ogni volta che apro il libro di un nuovo autore e vedo che, di solito, la prefazione è scritta dai suoi… amici, da qualche professore di liceo con una scuola privata di prestigio, o in modo ancora più sottile, con parole di elogio infilate strategicamente nell’epilogo. Nessun valore aggiunto offre “la presentazione” al testo. Un testo deve saper camminare da solo, senza le stampelle di terzi. Deve parlare da sé e conquistare intelligenze, senza il bisogno di spiegazioni, nemmeno da parte dell’autore stesso.

Col tempo, ho rifiutato molte volte di scrivere note di questo genere, anche se, a quanto pare, il numero di persone disposte a sottoporsi a uno strapon aumenta in maniera esponenziale.
Sono persino arrivato all’estremo opposto: non voglio più nemmeno quarte di copertina (quella sottile imposizione di autorità esterna al testo) nei miei libri.

IL SANGUE DEL GALLO

Alle fondamenta della casa, gli antichi sacrificavano sempre un gallo. Ricordo che, quando avevo cinque anni, la nonna sgozzò un gallo, lo consegnò nelle mani del capomastro e lui ne sparse il sangue sulle fondamenta appena scavate, prima che fosse gettato il primo cemento. Mio padre incise l’anno 1959 su una lastra all’ingresso, ed è così che ricordo l’anno di costruzione della casa, in fondo a via Karagatsis, a Larissa. Oppure potrebbe trattarsi di un ricordo falso: forse ricordo semplicemente il rituale osservato nei cantieri vicini, più tardi, durante l’esplosione edilizia che caratterizzò l’intero decennio del 1960.

L’altro giorno un giovane poeta mi ha chiesto via e-mail «se fosse possibile scrivere poesia senza spargimenti di sangue». Ero pronto a rispondergli che, se il sangue non scorre dalle sue vene, se non sanguina personalmente, non potrà mai scrivere non solo poesia, ma nemmeno una singola poesia degna di questo nome. Tuttavia, ho deciso di essere gentile con lui, dato che è molto giovane, e gli ho risposto con la leggenda popolare del ponte di Arta: «Se non murate un essere umano, il ponte non reggerà. Ma non murate né un orfano, né un forestiero, né un viandante, ma la bella moglie del capomastro, che arriva tardi la sera e presto al mattino».
Solo attraverso la (auto)distruzione si ottiene il privilegio della creazione.


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