Laura Recanati | Il mondo intatto

a cura di

Luigi Riccio

4–6 minuti

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Fotografia di Marcello Merenda


Nel nitore di un ambiente eccessivamente salubre, di una sintassi eccessivamente pulita, di una lingua eccessivamente chirurgica – quelli de Il mondo intatto di Laura Recanati sta la dimostrazione evidente di quanto si diceva qualche mese fa sulla poesia di Matteo Tasca. A rischio di ripetermi, ma certo della centralità di questo concetto nei discorsi critici che stiamo facendo: la sede della violenza più pura sta nella razionalità, o meglio nella razionalizzazione di una natura qui medicalizzata, intatta perchè resa ovattata e quindi inoffensiva per mezzo del suo slittamento nel mondo teorico della diagnosi, dei nomi. Non credo renda giustizia a questo libro calcare la mano su questa semantica, su cui è facile insistere, e però, specialmente laddove si voglia fare l’analisi di un linguaggio – e la poesia lo è – credo pure sia necessario riconoscere dove stiano, appunto, le sue istanze di violenza. Stanno, quindi: nel distacco della pulizia espressiva, nella precisione vincolante dei nomi delle cose, nel fare insomma cartelle cliniche della realtà, testi che – traslando – sottraggono materia e quindi possibilità vitali. Tematizzare tutto questo è tematizzare una forma di tragico particolarmente perniciosa. «Scorticare la visione», allora, non è tanto arrivare a un nocciolo ulteriore delle cose, quanto più rimuovere la patina geometrica che, con la parola, gli diamo. Di seguito i tentativi.





da Il mondo intatto (Mar dei Sargassi, 2024)

C’erano alberi, un tempo
dove ora svettano questi palazzi
c’erano prati.
Non conosco la loro storia, non so
di quale chiarore splendessero
se anche loro qualche volta avessero
paura
del mezzogiorno quando viene
e sfiata la luce sulle superfici, le inchioda
a un’apparenza senza mai nominarle.


Non so se per questo ci fossero grilli
a intessere nodi scorsoi con fili d’erba.


Di quel tempo, qui, rimangono le aiuole
di quel tempo, qui, rimaniamo noi
che proviamo a scorticare la visione.


Ma nominare il prato non cura
la nostra malattia.
Il mondo ci guarda di rimando. È intatto.
Scintilla la sua pelle dura.


+++

Sopra, proprio sopra la mia coscienza
come una seconda pelle
se n’era formata un’altra
e tutto era un tale annebbiamento
e tutto era un tale soffocamento


solo alle volte c’erano screpolature
minuscoli vuoti di pelle e io
facevo capolino.


Allora mi sembrava di guardarmi con distacco
come si osserva una sedia o una mela
sbucciata sopra il tavolino.


Quando poi tornavo al centro
nel perfetto centro del mio inganno
confrontavo nella mente le diverse angolature
l’inclinazione delle teste
facevo sottrazione e risultava sempre
maggiore di zero, qualcosa in più di niente.


Io non coincidevo mai
perfettamente.


+++

Nel mondo degli uomini ogni cosa ha un nome.
L’indice dritto dell’uomo
dice questo e quello. Mio e tuo, decide.
E poi ancora.
Sentenzia e inscatola ogni sostanza
nell’ovatta bianca della parola.


Ma nell’altro mondo
quello piatto e nero e fondo
non si poteva nominare niente.


Persino la diagnosi
abbassata anche di poco la guardia si sgretolava. […]


+++

Ma che orrore l’alba.


Slabbrava il cielo come la testa di un neonato
e scolava sulle foglie.


Che affronto l’alba opulenta.


Dentro il suo torsolo di luce erano i vermi
nidiate di vermi. Si contorcevano.


+++

Ho sempre amato quell’ora del giorno
in cui il sole non alle spalle
ma davanti al corpo getta l’ombra del corpo.


Allora camminavo come uno spettro
fradicio di luce nel giardino dell’ospedale.


E poggiando i piedi, ogni passo
da se stesso preceduto
coincidendo perfettamente mi sembrava
che fosse proprio dove doveva essere.


La mia gemella oscura mi indicava la via. Io
non ero che lo strascico calmo
la redine troppo a lungo tirata e lasciata
per aver fatto sanguinare il palmo.


Noi amavamo quell’ora del giorno.
Camminavamo come spettri
nel giardino dell’ospedale, eravamo
entrambe dissolventi


esiliate e incompiute
un malinteso di luce.


+++

Good morning geese

È l’alba.
Aprono le palpebre.
Prima una, poi l’altra. Infine la terza, trasparente e liscia, che sfila come un sipario sulla [superficie dell’occhio.
Come ogni mattina, allungano il collo e ruotano la testa. Puntano un occhio in direzione del [cielo: salutano la loro regina.
Con un soffio di vento lei ricambia, carezzando il loro corpo sacro.
Quel giorno sarà memorabile, ma loro ancora non lo sanno.
Si lisciano le piume e incominciano a becchettare la terra.


+++

Stanno in fila, rivendicati.
La guerra è finita. Gli assalitori sono spariti.
Qualcuno ha già smesso di urlare, a qualcuno
servirà tempo per disimparare.
Ma adesso sono tutti qui
sottratti al grido gelido degli sferragliamenti
smacchiati dal rosso scuro
trasparenti.


Adesso sono pronti a scendere nella luce


+++

A.

Le hanno infilato in bocca una bomba
grande come una biglia.


L’esplosione ha frantumato tutti i denti
le ha annodato la lingua dentro la gola.
Per un po’ è stato il silenzio, il sangue
e gli alberi azzurri dentro la luce della sera.
Le cherry flavoured chewing gums spiattellate
intorno al letto.


Poi, forti suoni cadenzati: un’ombra
si aggirava tra le stanze della casa.


Era dio, angelo esangue.
Scandiva il suo vangelo a colpi di scure.


+++

T.

Cammina a notte fonda quando la campagna
si risveglia. Cerca la morte come una perla
ai bordi della strada o dentro i fossi.
Adora spaccare con i piedi
una piccola gabbia toracica, saltare
su un minuscolo petto di animale.


Immerge le dita pallide
negli organi lucenti come anguille.


Sa che domani
sarà un giorno uguale a tutti gli altri.


+++

È come puntare la pistola alla fronte di un porco.
Qualcuno lo deve fare e ormai è finito
il pastone di foglie d’oleandro macinate.


Ma non esiste una morte che non sia serena.
È come grattare con le unghie uno strato di cielo
tutto si fa più trasparente, leggero.


Laura Recanati è nata a Milano nel 1993. Si è laureata in Psicologia Clinica all’Università di Bergamo con una tesi dal titolo Malinconia e filosofia nell’opera di Jean Starobinski, dove viene indagato il rapporto tra melancolia, psichiatria e letteratura a partire dall’opera di Ippocrate sino a giungere a quella di Robert Burton. Autrice e musicista, vive e lavora come educatrice e docente in provincia di Bergamo.



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