La sede della violenza più pura sta nella razionalità, o meglio nella razionalizzazione della natura. La levità di ogni gesto di sangue (vero o ideale che sia) può essere il rischio di un’idea di realtà che veda il suo oggetto come un insieme onnicomprensivo di parti consequenziali ma singole: la naturalezza logica lava la macchia, per non parlare del suo atomo. E però l’Io è responsabile. Un’etica dello sguardo – possibilmente un altro nome per l’etica della poesia – si pone ogni volta che chi prende occhio e parola mette in fila il mondo e la sua storia, ogni volta che un’azione di violenza è diretta in un comportamento, una parola in un discorso. La voce è il luogo in cui si scioglie il trauma del reale; il dialogo (effettivo o diretto a chi legge) quello in cui si fa reticolo materiale l’insieme delle parti e delle astrazioni altrui. Un giorno di festa, come nel caso di Matteo Tasca, è allora il punto-voragine di singolarità in cui – nei suoi elementi disseminati per il tempo – il discorso del traumatico precipita; in cui – per parti misere – ci si riconosce tutti come non-innocenti nello «scandalo che dura da diecimila anni». La selezione che segue è un saggio di responsabilità plurali.
da Un giorno di festa (Industria & letteratura, 2024)
Durante la messa per un anno dalla morte di zio Gui
Raccolgo delle scene che ti rendano ancora visibile,
come succede con la polvere
quando si spazza il pavimento:
la scureggia potentissima mentre giocavamo in campagna,
alla calzatora gli amici ti chiamavano la faina,
la pancia gonfia degli ultimi mesi –
c’era stato anche qualche screzio con papà,
chi doveva far mangiare il nonno, il piccolo egoismo dei vivi
ma ora è tutto passato perché i morti
come le bestie sono sempre innocenti.
(Penso a questo mio pensarti e mi pare
un atto dovuto svolto fiaccamente,
debole memoria debole amore,
niente con te ritorna dal passato che mi parli)
La morte. Prima c’è un uomo
poi non c’è più.
*
In fondo, vicino alla porta d’uscita,
la giovane nuora si piega su una bambina nuova,
nata nell’anno,
che sta facendo i capricci,
vorrebbe sgridarla ma la tenerezza è più forte
e trasforma il rimprovero in gioco,
è un po’ arrabbiata un po’ sorride nelle labbra accese,
si vede che ha i seni pieni di latte
e la pancia gonfia
grazie al cielo di un gonfiore buono.
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Ipotesi di amanti
(per un’etologia della vita di coppia)
Li vediamo entrare disordinatamente
nella camera da letto, congiungere le bocche,
mordere i colli, stringere mammelle
in modo da stimolare la produzione
di segnali ormonali che a loro volta
si tradurranno in lubrificazione
o inturgidimento dei tessuti spugnosi.
Lui è cresciuto in un paese di campagna
e pur predicando una visione lucida del mondo
non coglie pienamente la contraddizione interna
alla fiducia cieca che ripone nel suo raziocinio;
per lui il sesso è un simbolo stratificato
che rimanda a qualcosa di riposto
da sbirciare nel corso di esperienze rivelatorie.
Lei ha rifiutato l’educazione cattolica
che le veniva dalla famiglia,
pensa che il corpo sia qualcosa di oscuro
e trasparente che trova in sé stesso le proprie ragioni
e per questo, ma senza accorgersene,
ne ha fatto un oggetto di culto.
In questo momento lei vuole stare a pecorina,
lui predilige altre posizioni
ma decide comunque di prestarsi
perché la febbre del movimento non si arresti
continuando a comporre ideogrammi cui dopo
riterranno corretto attribuire il significato di amore.
(in effetti, nessuno dei due crede veramente
che un ombelico sia soltanto un ombelico.
Nessuno dei due può ricordare che la loro partita
si gioca a livello epidermico
e che la bestia rinchiusa nel sacco
ha bisogno di un’altra che ne assicuri la presenza nel mondo.
Nella vita dell’uomo tutto è profondo,
su ogni superficie si aprono voragini)
Adesso li vediamo stringersi a questa loro serenità,
si ricoprono di baci, sorridono.
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Nonna
Stasera mi sembra di aver capito che la mia recente difficoltà nel concentrarmi sulla scrittura è dovuta al fatto che ho rimandato troppo a lungo lo scioglimento (o il tentativo di scioglimento) del grumo di immagini e sensazioni che ho accumulato nel giorno in cui è morta mia nonna. Me ne sono reso conto mentre provavo a modificare la poesia che ho scritto pochi giorni fa, e di fronte alla quale la mia mente restava perfettamente vuota, finché non mi sono ricordato l’immagine di cui parlerò tra poco, e da cui non sono riuscito a staccarmi, e allora ho pensato che l’urgenza era tutta lì, e non altrove, per cui non dovevo far altro che seguire la direzione da lei indicata. […] Il momento esatto in cui ho constatato che non le restava più la lucidità, o la forza d’animo, per vergognarsi, ovvero per attivare un meccanismo interiore che in lei, così orgogliosa, sarebbe stato inevitabile, è stato il momento in cui ho realizzato che non avrei più rivisto mia nonna.
Di tutto ciò, assumo una consapevolezza piena solo adesso che ne scrivo. A ridosso dei fatti, la morte di mia nonna si collegava spontaneamente a dati più grezzi: la sua frase, il rumore subito successivo, l’odore nell’anticamera. Da quel momento in poi ogni volta che ho pensato alla morte o ne ho sentito parlare ho sentito ancora quell’odore, come se fosse una sua emanazione.
*
[…] Mi sono accorto che a tutti noi veniva naturale rapportarsi a nonna (che era ancora viva benché non più cosciente) come se fosse una cosa, e anzi: prendersi cura del corpo di nonna, trattato come un oggetto a statuto speciale, era diventata l’ultima forma di cura che riusciva a dedicarle nonno, che già mentre era in vita si era premonito di contattare le onoranze funebri, il cimitero, quelli che avrebbero preparato la salma (la salma) e tutto il resto. Questa modalità estrema di affetto, che certamente aveva anche in sé la difesa psicologica offerta dai rituali, mi riusciva quasi insopportabile, perché qualunque atteggiamento che la riducesse in maniera troppo esplicita a un corpo morto da inumare mi sembrava offensiva verso mia nonna, che viveva e forse, chissà, ci ascoltava nel torpore. Allora andavo da lei a tenerle la mano, come si fa con i vivi che sentono gli stimoli e il calore, la guardavo e mi meravigliavo di quanto fosse diventata piccola sotto le lenzuola, come se, per un qualche strano fenomeno chimico, la morte imminente e la fatica del respiro le avessero sottratto massa, e parte delle sue cellule fosse evaporata chissà dove, lasciandola diminuita, quasi una bambina da carezzare.
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Un insetto
Sul libro che sto leggendo
continua a posarsi un insetto, somiglia
a quelle formiche con le ali ma
è più piccolo, e io non lo scaccio perché
non dà nessun fastidio, anzi
abbiamo stabilito una specie di rituale per cui
quando giro una pagina lui salta via,
subito dopo ritorna e si mette
a sfregarsi le zampette.
Succede però, forse per sua distrazione,
o forse per una mia mossa troppo brusca,
che nel girare una pagina lo urti e gli spezzi
un’ala: adesso tenta di volare
ma non gli riesce, disegna nell’aria
piccoli semicerchi e poi si schianta
irrimediabilmente sul tavolo, si sfrega le zampe
con violenza. Prova, riprova:
volo, schianto, schianto, schianto;
e io mi chiedo se un insetto può arrivare
a sentire la disperazione, se può pensare
a sé stesso come una creatura disperata.
Ho pensato al divario che esiste tra le specie;
poi a quello tra gli individui. Vorrei dire
la tragedia di un mondo che si spegne
nel silenzio, per un puro accidente, senza niente
che brilli, ma temo sia vero
solo per il me di questo momento.
Ho guardato Isa e le ho detto sta morendo.
Lei si è intenerita e ha cercato di consolarmi.
Quella notte ognuno ha dormito dalla sua parte del letto.
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Paesaggio XIII
Ci sono momenti in cui si può esistere
con chiarezza e non appartenere a nessuno,
neanche a sé stessi: si è appena uno sguardo
che non si sofferma su niente,
e un gatto al sole è la stessa cosa
di un uomo. Da qui si vede più cielo,
o comunque un cielo migliore, e il pezzo
di mondo che ti cade davanti
ha una luce sua propria, come un gioiello
di strana fattura con dentro
un azzurro irripetibile.
Poter stare qui sempre, non affidare
a nessuno la propria vita, essere
questo sguardo prolungato in eterno.
(Questa rosa finta adesso
la vedi fiorire, puoi sentire
un profumo nell’aria e un fastidio
di spine tra indice e pollice.
Se lasci la presa non ti resta più nulla).
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Secondo livello
Buio. Sono Mongatti, sono dentro la spazzatura e sto sprofondando, io non vorrei ma non controllo il corpo di Mongatti, sono prigioniero, sento quello che sente lui ma non ho potere. Qualcosa non va. Adesso è un momento precedente nel tempo, ancora non siamo arrivati alla spazzatura, posso sentire la sua voce che esce dalla mia gola, poi arriva di nuovo il momento della spazzatura ed è terribile, c’è qualcosa che vuole portarmi via. Vedo me stesso (Matteo) mentre la mia coscienza affoga nella spazzatura. La scena si ripete ancora, ma stavolta ho solo sensazioni tattili, sento cose sotto le mani ma è come se le toccassi attraverso un sacco di plastica, sono in trappola, voglio uscire. Ora sono nel mio letto, faccio versi bestiali con la bocca, è la mia bocca, nella stanza c’è una presenza contro cui sto lottando, se mi tocca sarò perduto. Sopra di me c’è un’immagine luminosa e rotonda, bianca e rossa, c’è raffigurato un personaggio simile a capitan america, l’immagine ruota in senso orario, mentre ruota la figura al suo interno cambia progressivamente, poi alla fine del giro riassume la sua forma iniziale. So che quella immagine è il male, ma è sospesa in alto e non posso distruggerla. C’è qualcosa nella stanza che si vuole impossessare di me.
Matteo Tasca (Anagni, 12/04/1993) ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in Lettere presso l’Università degli studi di Siena. Attualmente lavora come redattore per il settore universitario della Mondadori Education. Suoi testi sono usciti su Formavera, Nuovi Argomenti e sul terzo volume dell’antologia Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90 (Interno Poesia, 2022).









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