Quando a inizio 2024 iniziai a fare ricerca sulla rappresentazione in poesia del lavoro, trovando un nodo fondamentale nella tematizzazione della presenza o assenza di agency sul presente, venne lasciato fuori un argomento, per motivi di spazio: il porno, o meglio ancora le sexcams. L’idea – presente ad esempio in Latte di Ophelia Borghesan o in C4MG1RL del duo Monosportiva – che in questi spazi fosse possibile, per totale dominazione di un Tu dal quale si era fisicamente separat* perché al di là di uno schermo, un surrogato di agentività.
Dico questo, e dico anche che come risaputo la regola cardine di Internet è la reductio ad pornon di qualsiasi referente, perchè mi pare un buon modo per inquadrare TLC di Federica Defendenti, da poco uscito per Industria&Letteratura. Al di là di tematizzazioni più esplicite, di webcam e telecamere incessantemente accese, il vetro dello schermo-pagina in questo letterale libro-pc è quasi più un vetrino. Sicuramente qualcosa di asettico (e penso alle descrizioni del sesso in Un giorno di festa di Matteo tasca, uscito per la stessa collana), di fisicamente distanziato, schermato, appunto. Da qui, come per un tamagotchi (ritornando a Borghesan), si impone all’imperativo un Tu, del resto presente ossessivamente e anzi rappresentato proprio nel suo assegnato ciclo vitale per gran parte del libro. Si tenta di applicare un’agency, quindi, ma c’è un però: al di qua dello schermo-pagina, applicando a nostra volta la forza di uno sguardo che qualcosa muove, siamo convint* che il fatto non ci riguardi, o magari di essere noi i corpi dominanti, in questo caso. Peccato che TLC sia, forse più che un libro-pc, un librogame, qualcosa di scritto in seconda persona: il Tu che si muove e obbedisce a quanto detto al di là dello schermo è un Noi.
da TLC (Industria&Letteratura, 2025)
wunderkammer (problem-posing)
cercando in ogni modo il tu
nel cloud da cancellare, la furia
delle immagini.
compari che ti sposti adesso con la mano
ti copri il viso:
un video in verticale di nascosto al civico
mentre sali le scale con la camicia in lino che svolazza.
finito i giga di memoria per le cose serie, come sempre,
ma pensare di sciogliere in acido del bin
eliminare le tracce senza backup su hard-disk e pure lì:
indietro e avanti a 120hz lo schermo
tra kebab insegne screenshot foto fatte
per dirti dove stavo e questa roba
non ci riesco a dirgli addio non so perché
+ + +
telecronaca
la notte che l’italia ha vinto gli europei
ce ne fregava nulla:
stese nella macchina, sedile reclinato,
sotto la luce del parcheggio svuotato delle mura
(luce non di luna ma di auto che partivano
lampioni clacson bandiere semafori arancioni lampeggianti)
fuori un gran bordello, un pandemonio
di volanti a sirene spiegate, camionette
una a una a intervalli regolari sul viale.
mentre mi baci prendo dentro la manopola del cambio
tu suoni il clacson con un piede per errore ma è una sera
di grandi concessioni in questo senso:
un monitor ci fa la telecronaca, commenta la performance
spiata dalle telecamere di sorveglianza
+ + +
pornhub deepfakes
saremo al buio da un pezzo, senza riscaldamento:
ci scalderemo a legna non importa
ma senza il pc con tutto sopra come faremo,
specialmente le tue foto nuda di anni fa
ci vorrebbe un bot automatico un’IA.
con faceapp le genererò in video
un podcast asmr con la tua voce;
potremmo spartirci la password allo streaming che apriamo entrambe
e lo sappiamo prima di partire in solitaria in cima al materasso
per qualche ragione col tasto play
sempre allo stesso ricordo
+ + +
Zapf Dingbats
sembra che ti do le spalle mentre ti parlo.
quando mi giro fai al contrario,
col sopracciglio alzato.
certe cose stanno sempre fuoricampo,
nascoste in parentesi oltre la nuca
adesso che ti giri a destra: non si capisce
verso cosa.
cerco una frase da rigiocare
per proseguire la scena, armeggio con le mani
sudate sopra il tavolo, provo a giustificare il testo.
i segni che cerchiamo sono un alfabeto
in dingbats non si capisce niente
(e non è a capire che serve dopotutto, al massimo
è un abbellimento)
+ + +
Nella foto in cui dormi dietro la zanzariera sei lunga
Millesettecento pagine in windows predefinita in Arabo oppure in thai mi
dici un'altra cosa
Una lingua che non parlo e che non parli
I've tried to read your portrait
Tutto quello che mi dice è
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chadllø111, bTRC110111 gTRC110111 desclllll11
Display
+ + +
AS17-148-22727
in un reel un comico americano dice
zoom out.
per farlo meglio in querty sul touch
the blue marble original picture;
poi sullo schermo come una biglia di fluidi
scoppiare gli occhi; su generative fill
ogni quadro regge lo stesso nero.
ora che guardo meglio non sembra strano:
è di tre quarti con la coda dell’occhio
che sorveglio il mondo,
che da un momento all’altro esca dal campo visivo aspetto
che con una grande esplosione ci sbalzi fuori
+ + +
abiogenesi
sopra all’illustrazione in impact:
i was born in the wrong generation
fa sempre ridere.
con l’immagine del libro di scienze delle elementari
le facce di quei mostri,
bestie con l’asterisco ipotizzate
in ghigni che somigliano a certi villain da cartoon:
identica l’aspettativa sul superare un qualche limite
uscire dall’acqua, poi fossilizzarsi
+ + +
lifespan
si blocca di continuo, la ragione
di certo il poco spazio
il disco pieno da decenni, messaggi testi
file immagine, interi album.
a notte quando la fifa
di crepare prima del tempo;
accadesse adesso cosa importa infondo:
come una SD fallata, una chiavetta
ma dopotutto è un sogno che abbiamo
anche per l’elettronica di consumo
venire al mondo con un lifespan dichiarato
fosse solo per non avere brutte sorprese.
col foglio di via dal mondo, le dimissioni senza data
facciamo i piani integrativi apposta
le polizze sulla vita
+ + +
cimitero
scorrendo la tua pagina fb che ormai è commemorativa
uno non pensa al contatto erede all’impostazione elimina post mortem
o su ig l’ultima storia di ventitré ore prima madonna
forse dovrei dare la password a qualcuno
metti domani mi investe un’auto, mi ammazzano.
non riesco a crederci che anche così occupiamo spazio:
in un server energia per farci zombie digitali
immortali inumani a farci fare gli auguri in bacheca anche tra cent’anni
o diventare pane per i furti d’identità
+ + +
a bug’s life
hai gli arti informicolati, negli occhi
mosche a decine. dici che sbattono continuamente
in colonna tra la pupilla e l’iride come d’estate.
per questo servono lunghe
pause paglia fino al filtro per scacciarle;
te la prendi con la pietra dell’accendino
che non scatta al primo colpo,
le mani che tremano.
io dici scatto come una locusta, come una mantide hai fifa che ti sgozzi
mentre il fumo ti lucida le cornee.
il pianeta è degli insetti, dopo di noi sarà il loro regno:
in strane metamorfosi li anticipiamo,
eppure tutto ci sognavo meno che cimici spaesate che si ribaltano
mi farò fuori pure io come sui giornali:
dal cornicione dopo mille ore di visualizzazione
di annunci su profilcultura.
lo farò come dio comanda
dopo aver inviato i civvì e ritirato la pergamena di laurea.
nel frattempo i cfu li assorbo per osmosi
con le neolaureate o le stagiste, le neoaccademiche
che vogliono splendere di titoli all’ora dell’aperitivo o
al centro del dancefloor. la chiamano
piccola morte per un motivo pure questa in fondo
basta poco per proteggersi:
a ottant’anni anche noi con la demenza
soli in casa nel pieno pomeriggio.
almeno mi consolo, non avranno elementi per farci
cascare in quelle truffe telefoniche
suo figlio ha avuto un incidente è in fin di vita servono
cinquantamilaeuro e così via.
da invertiti anche da scemi quali siamo chi vuoi che ci freghi
Federica Defendenti (1997) è laureata in Lettere all’Università di Pavia, dove continua gli studi con una magistrale in Arti visive e performative.
Ha codiretto “Inchiostro” e scritto di cinema per “Birdman Magazine”.
Si interessa di cinema sperimentale, teorie dell’immagine e nuovi media.
Sui testi sono apparti sul blog di Interno Poesia, Lay0ut Magazine e La Morte per Acqua.









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