Valentino Ronchi | Ma tu l’hai letto «Il giovane Holden»?

a cura di

Giovanna Frene

3–4 minuti

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Valentino Ronchi, Ma tu l’hai letto «Il giovane Holden»? (Graphe.it 2024, collana Le mancuspie, diretta da Antonio Bux)


Spostamenti #157

Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole



(Glicine a Populonia. La rocca)

E tu, cos’hai da dirmi di te? Fai il duro

il romantico il poeta il suonatore lo scappato

di casa incompreso, il taciturno il calciatore

ma ti passerà, forse, col tempo. Scoprirai

gli strafalcioni nascosti nei migliori

pensieri, nella voglia stretta nei pantaloni,

come allo sfalcio del glicine si scopre

un passaggio in giardino, una porta

impensata su una terrazza. E cercherai

intorno, affannato, qualcuno cui chiedere

scusa. E amerai ancora, ma pi. piano,

con una specie di parsimonia, una dolente

ritrosia, a ben volerla nominare un’armonia,

un tocco d’eleganza, impensabile impensato,

a guardarti qui, ora come ora.

*

Venite, ora vi porto nell’unico vero mistero:
la quiete splendida, sospetta, silenziosa
e potente della domenica nel paesaccio bigio
abbraccato a Milano. L’alba da pellicola sensibile,
la mattina deserta, distesa, il giro il perno
del mezzogiorno, il dopopranzo immobile,
fatato, le porte chiuse, il sonno steso del vino
che corregge i versi peggiori, e Novantesimo
minuto che tutto inghiotte e sutura. Seguitemi
entriamo in questa pace simile alla miglior morte
alla miglior vita. Fermiamoci a una partita
di perenni esordienti oppure a pedinare la banda
di due amici che scavallano il confine diretti
alla città, o gl’innamoratini le mani nei jeans
al fondo bagnato dei giardini. I padri di famiglia,
sconsolati, un secolo di settimana alle spalle,
le madri con le madri a somigliarsi, le carte
sui tavoli a riposare. La festa dei giusti
e degli ingiusti, tirati assieme e confusi
nel piazzale vociante, affollato.



(Dans quelque part dans l’inachevé)

Quando battevo in su e in giù via Bergamini
nel buio di gennaio uscito dal metrò
piena di gambe nude sotto i cappottini
e speranze azzeccate e ben riposte
fra le altre cose allora volevo scrivere
una tesi su Jankélévitch e Cioran. La base
del brogliaccio era il fatto incontrovertibile
documentato, che entrambi conoscevano
il Pavillon al parco, che entrambi si perdevano
nei viali del Jardin, che li cacciavan fuori
all’ora di chiusura gendarmi perplessi
e allampanati da tanta assidua assiduità.
Si saranno incontrati – mi dicevo – per forza,
il russo ed il rumeno avran parlato, avran
giocato a scacchi. Ma quella tesi non la feci,
non me la fecero fare. Ne feci un’altra
si potrebbe dire, più normale. Qualche
appunto però dev’essere rimasto,
nel cassetto incompiuto, insieme a quanto
resta ancora da cercare.


*

A Calvairate un cross arriva da lontano
dalla fascia, dai palazzi, da quel ciglio
oltre il macello di Milano. È forte preciso
perfetto, come lo avessi chiamato,
inventato. E l’attimo più lungo
del mondo per me che ancora prima
di saltare, frenando la corsa, rido
che ho già capito come andrà a finire.



*

Ora che il tempo è passato, potrei venire io
fuori dalla tua aula dove insegni elegante
il greco di Alcmane e aspettarti, lì, in strada,
possibilmente al gelo, respinto sconosciuto
all’entrata dell’Università. E potrei portarti
per Milano come neanche nei giorni buoni,
al miglior lustro bistrot di Sant’Agostino,
coi lampadari accesi nel pomeriggio del nuovo
inverno. Avrei anche un paio di libri
che dovrei restituire. Così magari qualcuno
potrebbe domandare, chi è quel cagnolino
che ti aspetta, rintanato nel montgomery
alamari sbeccati, gli occhi azzurri, ma opachi.
Non ce l’ha una casa dove stare, una vita
una compagna? Sicura che è con lui che vuoi
vederti e passeggiare? E tu diresti sì, capitemi:
prendevo il primo treno quell’inverno all’alba,
solo per il gusto di vederlo arrivare.






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