traduzione di Maria Allo in collaborazione con Sotirios Pastakas
da Guida di sopravvivenza per giovani scrittori (Apópeira, 2018)
SCUSE DEGLI SCRITTORI
In tempi sterili, mi sorprendevo a lamentarmi di non poter scrivere perché avevo mal di denti, perché non avevo una penna Montblanc né carta artigianale Fabriano. Se avessi avuto tutto questo, avrei scritto capolavori, e, se avessi avuto anche una casa con vista sull’Acropoli, ancora meglio. Se poi avessi avuto anche una villa a Santorini, scriverei di sicuro.
Ho visto coetanei rimanere fermi alla promessa della scrittura, aspettando di non avere più figli da crescere, dando sempre priorità alla carriera, alla sistemazione familiare, per poi, una volta raggiunto tutto questo, rimandare ancora la scrittura a quel supposto tempo abbondante che Dio avrebbe concesso loro: quando i figli sarebbero cresciuti o, ancora meglio, quando sarebbero andati in pensione.
Anch’io ho dovuto liberarmi delle presunte condizioni necessarie per scrivere. Non esistono condizioni di lavoro ideali per questa attività. Né servono strumenti costosi, come un AirBook. Ho scritto i miei pezzi migliori su pacchetti di sigarette con una Bic, su tovaglioli di carta e persino su carta igienica. Digito su un notebook che fa pena a chiunque lo veda.
Dalla mia finestra vedo le favelas di Larissa: baracche di ferro battuto pericolanti, tegole rotte e grondaie marce. Ma vedo anche una gatta dal pelo fulvo in equilibrio là sopra, elegante come un’acrobata, finché non arriva al mio davanzale. E scrivo di lei: di Chandra (da Alejandra).
DOVE METTIAMO LA MANO QUANDO SCRIVIAMO POESIE
Quando l’ispirazione ci fa visita, ci sediamo davanti alla tastiera (ormai pochissimi scrivono ancora con la matita in mano – e la differenza si nota subito): il grado di difficoltà nella lettura anticipa la difficoltà della scrittura stessa.
Le poesie facili si scrivono in modo facile, direttamente sulla tastiera, e si riconoscono immediatamente se le trasferisci in Word. Non appare neanche una parola sottolineata in rosso. Leggendo in modo professionale, dopo un certo punto non serve nemmeno passare il testo in Word: si capisce subito quante parole “rossate”, non accettate da Microsoft Word, il poeta ha avuto il coraggio di usare.
Ricerche hanno dimostrato la stretta correlazione tra l’uso di questo programma e l’esplosione della grafomania nella nostra epoca, in particolare con l’aumento della produzione narrativa. Ormai scriviamo romanzi in massimo due mesi e, alla fine dell’anno, possiamo aver scritto, pubblicato e persino venduto sei titoli diversi.
Allo stesso modo, possiamo indovinare dove mette la mano il poeta quando scrive: se la mette sul cuore, sulla pancia o (ancora meglio) più in basso.
Se il sentimentalismo è il primo gradino dell’”espressione” della vostra ricca e sensibile anima, e vi spinge a scrivere non solo dopo una rottura amorosa, ma in qualsiasi condizione emotiva, allora è fondamentale cominciare a spostare la mano verso la pancia e, meglio ancora, verso l’inguine.
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LA MUSA E LA LAVA
L’ispirazione, disse in un’intervista Mikis Theodorakis, è come la lava. Se la prendi troppo presto tra le mani, ti bruci. Se ritardi, si solidifica e diventa una roccia inutile.
Questa riuscitissima metafora (tutti sappiamo che è proprio così) però non ci dice da dove provenga l’eruzione della lava. Il grande Charles Baudelaire, senza il quale noi stessi non esisteremmo, il patriarca di tutti i poeti, spazzando via in un colpo solo i pregiudizi del Romanticismo sul poeta ispirato da Dio, dichiara senza mezzi termini che l’ispirazione è sorella del lavoro quotidiano.
Basta mettersi a lavorare con impegno, e l’ispirazione arriverà prima o poi. Agatha Christie si sedeva a scrivere e la sua ispirazione nasceva dal morso di una mela acerba. Alberto Moravia scriveva ogni giorno dalle sette del mattino fino a mezzogiorno. Poi pranzava e dormiva. Il pomeriggio lo dedicava agli amici e la sera agli spettacoli. Il giorno dopo, da capo. Giannis Ritsos considerava la giornata sprecata se non aveva scritto almeno una poesia.
Voi, però, amici miei, scrivete per una donna. Siete gli unici che ancora credono nell’esistenza della Musa. Grazie a voi, le ragazze continuano a gioire e a esultare.
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