foto di Edoardo Occhionero
Nikki 1·One | Japan diary | Edoardo Occhionero
Quaderno di traduzioni e poesia dal Giappone
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Grammatica dell’emozione – Yoshino Hiroshi
Rientravo da Yokohama a Kamata, a bordo del kakueki teisha (treno che effettua tutte le fermate). Nella carrozza un padre parlava con un tono normale al proprio figlio, che invece lanciava qualche urlo di sorpresa; dal passeggino dove era seduto voleva essere preso in braccio e appeso ai maniglioni. Poi diceva: “Shinkoyasu oriru no?” (“Scendiamo a Shin-Koyasu?”) e il padre lo rassicurava: “Tsugi no tsugi” (“Tra due fermate”). All’imperfezione di pronuncia dovuta alla sua poca praticità coi luoghi di realizzazione consonantica, a ogni ripetizione quasi simile tanto che avrebbe potuto essere altro contenuto frasale, riflettevo a quanto la conversazione con il padre si fosse spinta oltre, pindaricamente, tsugi no tsugi (che letteralmente significa “il successivo del successivo”). Allora mi ritornò in mente una prosa poetica di Yoshino Hiroshi (1926-2014), intitolata “I was born”, sulla quale ho continuato a ritornare con il pensiero e l’inquietudine per diverso tempo. Parla di un bambino che ha due epifanie: la prima è prettamente grammaticale, la diatesi passiva in ‘I was born’ farebbe pensare che siamo nati senza il nostro volere, mentre la seconda è visiva, poiché immagina di soffocare col proprio corpo la madre che muore dandolo alla luce, come l’addome pieno di uova dell’effimera, insetto per cui i millenni evolutivi hanno plasmato una vita di poche ore: senza apparato digerente, raggiunge lo stadio ultimo col fine riproduttivo.
Originario di Sakata, nella prefettura di Yamagata, dopo il diploma in studi commerciali, Yoshino lavora in un’azienda petrolifera e si avvicina al movimento sindacalista, fino al 1952. Questo è l’anno della pubblicazione sulla rivista «Shigaku» (Poetica)della summenzionata prosa, che attira l’attenzione dell’ambiente poetico di allora – e dopo la quale inizia una collaborazione con la rivista «Kai» (Remo).
Di fronte a “I was born” la critica del tempo si divide: se, da un lato, i formalisti intravedono un eccessivo stile prosaico, dall’altro, Ayukawa Nobuo marginalizza la questione del genere a un’istanza secondaria, a favore dell’essenza emotiva veicolata dal testo.
Inoltre, a differenza di Tanikawa Shuntarō e Ōoka Makoto, la poesia di Yoshino non risente particolarmente degli influssi post-modernisti. Questa controtendenza è dovuta in parte al suo incontro fortuito con la poesia, durante un periodo di convalescenza in sanatorio per infezione tubercolotica, intorno al 1949, tramite la conoscenza del poeta Tomioka Keiji. Di fronte allo sperimentalismo, o a una postura metafisica – mi riferisco qui al gruppo nato in seno alla rivista «Arechi» (Terra devastata) – la poesia di Yoshino indietreggia, spalanca di nuovo la finestra sul quotidiano per descrivere i piccoli eventi insignificanti che popolano l’esistenza, senza intellettualismi, servendosi, al contrario, di una lingua semplice e di un tono particolarmente umanistico (Burleigh, 2004). Nel 1962 si ritira dal lavoro e diventa copywriter. Tra le raccolte più famose si menzionano Maboroshi – hōhō (“Illusione e metodo”, 1959), Kaze ga fuku to (“Quando soffia il vento”, 1977), Seimei wa (“La vita è”, 1996); nel corso della carriera poetica si aggiudica numerosi premi, tra cui il prestigioso Yomiuri (1972). Infine, si addormenta per sempre una sera di gennaio del 2014 in seguito a complicanze dovute a una polmonite.
Edoardo Occhionero
I was born
I was born
確か 英語を習い始めて間もない頃だ。
或る夏の宵。父と一緒に寺の境内を歩いてゆくと 青い夕靄の奥から浮き出るように 白い女がこちらへやってくる。物憂げに ゆっくりと。
女は身重らしかった。父に気兼ねをしながらも僕は女の腹から眼を離さなかった。頭を下にした胎児の 柔軟なうごめきを 腹のあたりに連想し それがやがて 世に生まれ出ることの不思議に打たれていた。
女はゆき過ぎた。
少年の思いは飛躍しやすい。 その時 僕は〈生まれる〉ということが まさしく〈受身〉である訳を ふと諒解した。僕は興奮して父に話しかけた。
——やっぱり I was born なんだね——
父は怪訝そうに僕の顔をのぞきこんだ。僕は繰り返した。
——I was born さ。受身形だよ。正しく言うと人間は生まれさせられるんだ。自分の意志ではないんだね----
その時 どんな驚きで 父は息子の言葉を聞いたか。
僕の表情が単に無邪気として父の顔にうつり得たか。それを察するには 僕はまだ余りに幼なかった。僕にとってこの事は文法上の単純な発見に過ぎなかったのだから。
父は無言で暫く歩いた後 思いがけない話をした。
——蜉蝣という虫はね。生まれてから二、三日で死ぬんだそうだが それなら一体 何の為に世の中へ出てくるのかと そんな事がひどく気になった頃があってね——
僕は父を見た。父は続けた。
——友人にその話をしたら 或日 これが蜉蝣の雌だといって拡大鏡で見せてくれた。説明によると 口は全く退化して食物を摂るに適しない。胃の腑を開いても 入っているのは空気ばかり。見ると その通りなんだ。ところが 卵だけは腹の中にぎっしり充満していて ほっそりした胸の方にまで及んでいる。それはまるで 目まぐるしく繰り返される生き死にの悲しみが 咽喉もとまで こみあげているように見えるのだ。淋しい 光りの粒々だったね。私が友人の方を振り向いて〈卵〉というと 彼も肯いて答えた。〈せつなげだね〉。そんなことがあってから間もなくのことだったんだよ。お母さんがお前を生み落としてすぐに死なれたのは——。
父の話のそれからあとは もう覚えていない。ただひとつ痛みのように切なく 僕の脳裡に灼きついたものがあった。
——ほっそりした母の 胸の方まで 息苦しくふさいでいた白い僕の肉体——。 **
I was born
Dev’essere stato poco tempo dopo che ho iniziato a studiare l’inglese.
Una sera d’estate. Mentre camminavo insieme a mio padre nel giardino del tempio, come dal profondo di una foschia azzurra ci venne incontro una donna pallida. Languida e lenta.
Sembrava incinta. Per quanto in imbarazzo davanti a mio padre, non riuscivo a staccare gli occhi dalla sua pancia. L’associai a un feto a testa in giù, al suo morbido dimenarsi, e mi meravigliai all’idea che presto sarebbe venuto al mondo.
Passò oltre.
I pensieri dei ragazzini balzano facilmente qua e là. In quel momento capii di colpo che “nascere” era in realtà una “forma passiva”. Esaltato, mi voltai per raccontarlo a mio padre.
«Tutto sommato, I was born».
Mio padre mi fissò perplesso, e io lo ripetei.
«I was born! Vedi, è una forma passiva! Per l’esattezza si dovrebbe dire “siamo stati nati”. Non dipende dalla nostra volontà».
Chissà in quel momento la sorpresa di un padre mentre ascolta il proprio figlio. Che la mia espressione gli fosse apparsa come pura innocenza? Ero ancora troppo piccolo per comprendere. Per me quella non era più di una semplice scoperta grammaticale.
Dopo aver camminato a lungo e in silenzio, mio padre disse qualcosa d’inaspettato.
«Sai, c’è un insetto chiamato effimera. Nasce e dopo due o tre giorni muore, si dice. A questo punto mi domando quale sia lo scopo di venire al mondo, c’è stato un periodo in cui la faccenda mi stava molto a cuore».
Lo guardai, e lui proseguì.
«Un giorno ne ho parlato con un mio amico, “questa è una femmina di effimera” ha detto, e con la lente di ingrandimento me l’ha mostrata. Mi spiegò che la sua bocca si era atrofizzata al punto da non permetterle di ingerire cibo. Anche con lo stomaco spalancato, le sarebbe entrata solo aria. Ed era proprio così a guardarla. Invece la pancia era piena zeppa di uova, che le arrivavano fino alla parte più sottile dell’addome. È come se il dolore della vita e della morte, che si ripete a un ritmo vertiginoso, le fosse incorporato nella gola, granelli di una luce triste. Quando mi rivolsi al mio amico dicendo: “Uova”, lui annuì e rispose: “Penoso, vero?”. Da allora non passò molto tempo. Tua madre morì subito dopo averti dato alla luce».
Non ricordo il resto della storia mio padre. C’era solo un’immagine che mi bruciava nel cervello, triste, come un dolore.
«Il mio corpo bianco che ostruiva e soffocava il petto di mia madre».
魚を釣りながら思ったこと
魚を釣りながら思ったこと
人が、今住んでいる世界の外へ
不意に釣り上げられるとき
釣針のようなものは
身体のどこに食いこんでいるのだろう
けいれんしながら
呼吸の止まる所へ連れ出されるまでの
激しい狼狽と恐怖は
その人自身が持ち去ってゆくので
人の住む世界には残らない
水中の魚たちの世界でも同じことだろう
稀れに、釣針を逃れて水中に帰った魚が
赤い糸のようなものを
口からしたたらせているのを
他の魚たちは明るい眼で
ふしぎそうに眺めるだけ
**
A cosa pensavo mentre ero a pesca
Quando all’improvviso qualcuno
viene trascinato a riva dal mondo in cui vive
in quale punto del corpo
si conficca quella cosa simile a un amo?
L'intenso smarrimento e la paura
di essere condotti altrove, dove il respiro si ferma
nel mezzo delle convulsioni,
lo strappano via
non rimane più nel mondo degli esseri umani.
Lo stesso accade sott'acqua nel mondo dei pesci.
Nella rarità che il pesce, sfuggito all'amo,
torni sott'acqua con la bocca gocciolante
come un filo rosso,
gli altri pesci l’osserverebbero perplessi
con uno sguardo alquanto stupefatto.
工場
工場
1
帽子を目深にかむっていた。
草のまばらな堤の斜面に
腰を下ろして
ぼんやり風に吹かれていた。
まわりは木炭画の風景で
ちびた木立ちが向うにそよぎ
工場は赤く錆びていた。
工場はピカピカしている筈がなかった。
なぜなら
労働者は錆びている筈だったから。
しかし実際は
工場は光っていて
労働者だけが錆びていた。
工場だけがピカピカ光り
労働者は錆びていて
ときどき
機械に捲きこまれたりした。
2
帽子を浅くあみだにかむり
広いひたいを陽に灼いて
草の豊かな堤の斜面に
大きな肩が笑っていた。
まわりはレジェのえがく労働者ばかりで
(レジェの労働者は歯並みもきっと
美しいだろう)
向うに森がふくらんで
工場は白く光っていた。
工場はピカピカ光っている筈だった。
なぜなら
労働者は内側から輝いていたから。
そうして実際に
工場は光っていて
労働者はもっと光っていて
一番光る機械よりも光っていた。
工場も
労働者も
光っていて。
工場では良い製品が沢山
とりわけ
錆びの出来ない人間が沢山
生みだされていた。
**
Fabbrica
1.
Calato in testa il cappello,
seduti
sul pendio erboso e rado dell'argine,
si lasciavano cullare dal vento, assorti.
Tutt'intorno, un paesaggio come disegnato a carboncino,
il filare di alberi potati ondeggiava lontano
e la fabbrica era rossa di ruggine.
Non ci si aspettava che la fabbrica brillasse.
Perché
dovevano essere gli operai ad arrugginire.
Eppure, in realtà
la fabbrica luccicava
e solo gli operai arrugginivano.
La fabbrica luccicava
mentre gli operai arrugginivano
e a volte
venivano risucchiati dai macchinari.
2.
Il cappello calato all’indietro in modo frivolo
con la fronte ampia arroventata dal sole,
sul pendio rigoglioso dell'argine
spalle larghe si scuotevano nel riso.
Tutt'intorno, lavoratori come quelli dipinti da Léger
(i lavoratori di Léger, di sicuro, avranno dentature perfette).
In lontananza, il bosco si gonfiava
e la fabbrica risplendeva di bianco.
Ci si aspettava che la fabbrica brillasse.
Perché
al suo interno risplendevano gli operai.
E infatti,
la fabbrica brillava,
e gli operai brillavano ben di più
più delle macchine più luminose.
Sia la fabbrica
che gli operai
brillavano
e nella fabbrica si produceva tanta ottima merce
soprattutto
tanti esseri umani che non potevano arrugginire. **
**
Edoardo Occhionero (Carate Brianza, 1997) è laureato in Traduzione presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi sulla poesia giapponese contemporanea a verso libero e su una proposta traduttiva di Takahashi Mutsuo. Attualmente è iscritto al Dottorato di ricerca in Digital Humanities presso la medesima università. È vincitore del Premio “Elena Violani Landi” 2019 – Sezione Inediti. Suoi scritti sono comparsi online su “Atelier Poesia”, “Argonline”, “Diario di passo” – il blog ufficiale di Franca Mancinelli –, “La morte per acqua”, “Malgrado le mosche” e “Mirino”. Ha inoltre curato l’introduzione e la traduzione di due poesie di Arai Takako uscite per Almanacco Internazionale de Lo Spazio Letterario. Alcune sue poesie in giapponese sono state pubblicate su “BUBU” e in diversi numeri di “Inkarepoetori”, rivista interuniversitaria che raccoglie i contributi dei principali atenei giapponesi.













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