foto di Edoardo Occhionero
Nikki 2·Two | Japan diary | Edoardo Occhionero
Quaderno di traduzioni e poesia dal Giappone
* * *
Nell’altrove una dimensione abitabile – Ishigaki Rin
Nel momento in cui scrivo è ancora fine marzo e sono in viaggio; qualche giorno di pausa prima dell’inizio del semestre primaverile. Lasciarmi alle spalle Tokyo la Verticale, la Cibernetica, ha aperto un altro flusso diverso sul visibile e sul paesaggio. Mi sono sentito, e mi sento – nel momento in cui scrivo – senza un punto di ancoraggio, senza “piombino interiore”. Non che la metropoli mi faccia sentire stabile e completo, ma addentrarsi nelle zone meno mercificate del Giappone è stato destabilizzante forse per il [ri]connettersi con la dimensione domestica, locale, comunitaria. A Tōkamachi una studentessa aspettava la nonna fuori dalla stazione, che si è scusata per il ritardo e sono ripartite in macchina. Ho pranzato in un bar al primo piano che appariva palesemente un interno casa riarredato: la televisione sul notiziario locale, manufatti e manga in ordine sulle mensole, assieme a berretti all’uncinetto, la gestrice che mi parlava di un’esposizione di tessuti. Nel breve transito alla stazione di Naoetsu, aspettando il cambio per Nagaoka e da lì per Niigata, ho fatto due passi. Qui è stranissimo, lo shōtengai era deserto, col porticato basso disomogeneo; che uniformava tutto era il giallo rugginoso della salsedine, copriva l’asfalto e i muri e le tettoie dei palazzi. Sulla sinistra si apriva la zona nuova dello shopping. Ma i centri commerciali sono la vera anima giapponese – pensavo tra me e me – il gradiente di indifferenziazione da nord a sud, da Aomori a Kagoshima; ma questi luoghi qui meno appariscenti in fondo serviranno soprattutto come centri di aggregazione per anziani soli. Superando la stazione di Kameda, i bambini salutavano il treno in braccio ai genitori; le case allineate in quartiere residenziale: come si vivrebbe qui? – riflettevo di nuovo, nella mia fantasia più irrefrenabile di immaginare una vita altrove. Qui potrei coltivarci i pomodori; qui metterei la tettoia per parcheggiare la macchina se ne comprassi una; su questo canale potrei venire a pescare la domenica mattina…
Il dramma di riconoscersi in un luogo di appartenenza è manifesto anche nell’opera poetica di Ishigaki Rin 石垣りん (1920-2004). Dalla metà degli anni Trenta inizia a lavorare come impiegata di banca a Marunouchi – il cuore finanziario di Tokyo, il centro economico del Giappone –, sia come forma di intraprendenza personale, sia come unica alternativa al sostentamento di una famiglia disastrata (il padre mezzo paralizzato, madre e madri adottive morte in successione, un fratello con disabilità); dopo il pensionamento a cinquantacinque anni si trasferisce da sola in un appartamento a Minami Yukigaya, distretto di Ōta.
I suoi lavori di poesia raccolti in un palmo di mano: Watashi no mae ni aru nabe to okama to moeru hi to (“Con pentole, calderoni e fuochi ardenti davanti a me”, 1959); Hyōsatsu nado (“Targhetta col nome eccetera”, 1968); Ryakureki (“Curriculum vitae”, 1979), Yasashii kotoba (“Parole semplici”, 1984).
Per questa sua situazione viene spesso definita poetessa del lavoro e della vita quotidiana. Perché l’ambiente domestico e quello lavorativo sono inscindibili dai suoi testi: l’atto creativo si muove nell’ufficio, nel labirinto dei grattacieli, nella casa, in cucina (storicamente riservata alle donne, ma che diviene il luogo da dove inizia la resistenza al patriarcato). Se è semplice definire la sua cifra linguistica, che risente di uno stile retoricamente disadorno (anche se l’umorismo è una qualifica distintiva), è altrettanto complesso fissare le sue coordinate entro una letteratura di stampo proletario o di una produzione femminista (due aspetti che sono stati trattati forse troppo sbrigativamente dalla critica; anche se non mi sembra questo il contesto per approfondire: ciò valga come una messa in guardia al lettore). Con questo ci si può chiedere quale fosse in effetti il luogo di appartenenza di Ishigaki Rin. Era l’ufficio? La casa? Il bagno della stazione? Non si può avere certezza, quello che però percepisco è che anche lei cercava nell’altrove una dimensione abitabile, nella lontananza un riflesso di sé stessa.
Edoardo Occhionero

「くらし」
「くらし」
食わずには生きてゆけない。
メシを
野菜を
肉を
空気を
光を
水を
親を
きょうだいを
師を
金もこころも
食わずには生きてこれなかった。
ふくれた腹をかかえ
口をぬぐえば
台所に散らばっている
にんじんのしっぽ
鳥の骨
父のはらわた
四十の日暮れ 私の目にはじめてあふれる獣の涙。
**

Vita
Vita
Non si può vivere senza cibo.
Riso.
Verdure.
Carne.
Aria.
Luce.
Acqua.
Genitori.
Fratelli.
Insegnanti.
Cuore e denaro.
Non ho potuto vivere senza.
Tenendomi la pancia gonfia
e asciugata la bocca
si spargono per la cucina
punte di carote
ossa di uccelli
interiora di padre
il tramonto dei quarant’anni
lacrime di bestia che mi inondano gli occhi per la prima volta.

私の前にある鍋とお釜と燃える火と
私の前にある鍋とお釜と燃える火と
それはながい間
私たち女のまえに
いつも置かれてあつたもの、
自分の力にかなう
ほどよい大きさの鍋や
お米がぷつぷつとふくらんで
光り出すに都合のいい釜や
劫初からうけつがれた火のほてりの前には
母や、祖母や、またその母たちがいつも居た。
その人たちは
どれほどの愛や誠実の分量を
これらの器物にそそぎ入れたことだろう、
ある時はそれが赤いにんじんだつたり
くろい昆布だつたり
たたきつぶされた魚だつたり
台所では
いつも正確に朝昼晩への用意がなされ
用意のまえにはいつも幾たりかの
あたたかい膝や手が並んでいた。
ああその並ぶべきいくたりかの人がなくて
どうして女がいそいそと炊事など
繰り返せたろう?
それはたゆみないいつくしみ
無意識なまでに日常化した奉仕の姿。
炊事が奇しくも分けられた
女の役目であつたのは
不幸なこととは思われない、
そのために知識や、世間での地位が
たちおくれたとしても
おそくはない
私たちの前にあるものは
鍋とお釜と、燃える火と
それらなつかしい器物の前で
お芋や、肉を料理するように
深い思いをこめて
政治や経済や文学も勉強しよう、
それはおごりや栄達のためでなく
全部が
人間のために供せられるように
全部が愛情の対象あつて励むように。
**

Con pentole, calderoni e fuochi ardenti davanti a me
Con pentole, calderoni e fuochi ardenti davanti a me
Per molto tempo
davanti a noi donne
sono sempre stati posti
una pentola della giusta misura
conforme alla nostra forza
un calderone che sia comodo
perché il riso si gonfi, sfiati, e inizi a risplendere
davanti alle vampate del fuoco ereditato dall’inizio dei tempi
mia madre, mia nonna e le loro madri erano sempre lì.
Quanto amore e quanta sincerità
hanno versato in questi recipienti,
a volte erano carote rosse
alghe kombu nere
o pesce schiacciato
in cucina
sempre con precisione le preparazioni per colazione, pranzo e cena
davanti a queste
indefinite ginocchia e mani tiepide sempre allineate
ah, perché qualche donna
continuava a cucinare
senza che qualcuno si mettesse in fila?
Questo è l’affetto instancabile
una forma di servizio diventata inconscia routine.
Non è da considerarsi sfortuna
che per qualche coincidenza
il cucinare sia stato ascritto a compito della donna
anche se la sua conoscenza e posizione sociale
sono arretrate
non è tardi
davanti a noi abbiamo
pentole, calderoni, e fuochi ardenti
davanti a questi recipienti nostalgici
mentre cuciniamo carne e patate
con profonda emozione
studiamo anche la politica, l’economia e la letteratura,
non per orgoglio o arroganza
ma perché tutto
sia offerto per il bene dell’umanità
perché tutto sia oggetto d’amore e dedizione.

公共
公共
タダでゆける
ひとりになれる
ノゾミが果たされる、
トナリの人間に
負担をかけることはない
トナリの人間から
要求されることはない
私の主張は閉めた一枚のドア。
職場と
家庭と
どちらもが
与えることと
奪うことをする、
そういうヤマとヤマの間にはさまった
谷間のような
オアシスのような
広場のような
最上のような
最低のような
場所。
つとめの帰り
喫茶店で一杯のコーヒーを飲み終えると
その足でごく自然にゆく
とある新築駅の
比較的清潔な手洗所
持ち物のすべてを棚に上げ
私はいのちのあたたかさをむき出しにする。
三十年働いて
いつからかそこに安楽をみつけた。
**

Spazio pubblico
Spazio pubblico
Spazio pubblico
Ci puoi andare gratuitamente
trovarci solitudine
appagare un desiderio
non onerare
sulle persone accanto
non ricevere richieste
dalle persone accanto
la mia dottrina è una porta chiusa.
Tra lavoro
e famiglia
entrambi
danno
e sottraggono
come una valle
chiusa tra monte e monte
come un’oasi
come una piazza
come il luogo superlativo
come il luogo più infimo.
Di ritorno dal lavoro
dopo una tazza di caffè in una sala da tè
mi viene spontaneo fare quel passo
nel bagno relativamente pulito
di una stazione di recente costruzione
appoggio ogni avere sullo scaffale
e mi spoglio del calore della vita.
Per trent’anni ho lavorato
non so da quando ma lì ci ho trovato conforto.

摘み草
摘み草
東京丸の内で摘み草をした。
昭和は十年代のはじめ
私は十歳代のなかごろ。
銀行へ通う
出勤の道すがら
袴の裾をひるがえし
舗道の脇をちょっと駈けのぼると
原っぱがひらけた。
クローバー
タンポポ
ハルジョオン
職場の机に飾るには
貧弱すぎる野の花だった。
あれからおよそ半世紀
ビルディングが戦火で燃え上がる日もあったが
戦後の東京駅周辺は
経済成長の伸びをグラフにしたような
新しい高層建築群である
私は定年退職したけれど
小学校出の少女を
受け入れる会社はもう無いだろう。
女性も市場価値が問われ
選り分けられる。
ついに野の花ではありえない日を迎えて
競い咲く。
さようなら丸の内
いまはどこにもない原っぱ
かつて握りしめた細く青い花茎
あれは私自身の首でした。
**

Erba da cogliere
Erba da cogliere
Ho colto l’erba a Marunouchi, Tokyo.
All’inizio degli anni Dieci dell’era Shōwa
nel mezzo dell’adolescenza.
Verso la banca
strada facendo per l’ufficio
sventolavo l’orlo del mio hakama e
a salire appena lungo il bordo del marciapiede
si apriva un prato.
Trifogli
denti di leone
asteracee
fiori di campo troppo modesti
per decorare una scrivania di lavoro.
Quasi mezzo secolo è passato da allora
ci sono stati giorni in cui gli edifici bruciavano sotto il fuoco della guerra
Ma l’area della stazione di Tokyo dopo la ricostruzione
era piena di nuovi grattacieli
simili a grafici che descrivevano la crescita economica
Sono andata in pensione, ma
non credo ci saranno più aziende che accettino
una ragazza con un’istruzione elementare.
Anche le donne vengono esaminate
e scartate per il loro valore di mercato.
Infine per i fiori di campo arriva il giorno impossibile
in cui competono a sbocciare.
Addio Marunouchi
ovunque ora senza prati
il gambo verde e sottile che un tempo stringevo
era il mio collo.
**
**

Edoardo Occhionero (Carate Brianza, 1997) è laureato in Traduzione presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi sulla poesia giapponese contemporanea a verso libero e su una proposta traduttiva di Takahashi Mutsuo. Attualmente è iscritto al Dottorato di ricerca in Digital Humanities presso la medesima università.
È vincitore del Premio “Elena Violani Landi” 2019 – Sezione Inediti. Suoi scritti sono comparsi online su “Atelier Poesia”, “Argonline”, “Diario di passo” – il blog ufficiale di Franca Mancinelli –, “La morte per acqua”, “Malgrado le mosche” e “Mirino”. Ha inoltre curato l’introduzione e la traduzione di due poesie di Arai Takako uscite per Almanacco Internazionale de Lo Spazio Letterario. Alcune sue poesie in giapponese sono state pubblicate su “BUBU” e in diversi numeri di “Inkarepoetori”, rivista interuniversitaria che raccoglie i contributi dei principali atenei giapponesi.














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