in copertina un frame da un intervista a Michele Zaffarano di diaforiaVIDEO
Michele Zaffarano | Sei pagine e mezzo + un frammento di realtà
Estratti
* * *
Inizialmente pensato come un semplice articolo di estratti sulla rivista, i seguenti testi vengono qui proposti in relazione a quello che potremmo chiamare un personale, personalissimo, frammento di realtà e lettura.
6 pagine e ½, riportate fedelmente
da Tre movimenti e una stasi (Tic, 2024)
+ + +
[…]
sono messi e si sono raccolti
qui assieme con noi, perché
assieme con noi ci sono tutti
quelli che formano il gruppo
in cui ci siamo raccogliendo,
in cui ci troviamo già raccolti
e assembrati e assommati,
e siamo quindi tutti quanti
noi assieme, e stiamo usando
e sfruttando e contando sul
gruppo di persone che tutti
quanti assieme noi e gli altri
stiamo formando per muoverci
in avanti lentamente, con
lentezza e ponderatezza, per
pensare a noi tutti quanti
assieme che ci muoviamo
assieme, al gruppo di noi tutti
quanti assieme, e poi stiamo
per forza pensando tutti
quanti al fatto che ci stiamo
muovendo per muoverci nella
direzione dell’avanti, verso
[…]
+ + +
[…]
o a dieci o a dodici buchi, e
allora cominciamo a pensare
che stamattina ci ritroviamo
tutti quanti dentro a questo
spazio, pronti a raggiungere
un punto di sutura comune
e comunista e dipendente,
ma poi anche autonomo e
indipendente, sempre comune
e comunizzato nello spazio-
tempo che per adesso è
comune accomunato di tutti
noi e di tutti gli altri, e poi
dopo ma solo dopo prende una
certa distanza, e accoglie una
certa distanza che ci separa,
e scioglie il fatto che adesso
siamo tutti un noi unico e solo
e individuabile visto dall’alto,
e che invece per adesso non
funziona come separazione ma
solo come congiungimento
e accomunamento, e che ci
porta a confrontarci in questo
[…]
+ + +
[…]
situazione dell’inizio, e siamo
a un certo punto di qualche
cosa, non sappiamo bene a
che punto, prima siamo fermi
e adesso ci stiamo muovendo
di nuovo per andare verso il
basso, siamo ripartiti dopo
una stasi, ci siamo rimessi
dentro nel viaggio continuando
la direzione del viaggio che
avevamo già preso prima, cioé
verso la direzione dell’avanti,
e allora andiamo nell’avanti,
osserviamo per un momento
queste scale e le scendiamo
sempre tutti quanti assieme,
sempre accanto l’uno dell’altro,
sempre però senza parlare,
abbiamo sempre paura di
parlare con quello che ci sta
vicino, magari quello che ci
sta vicino già lo conosciamo
e gli parliamo, magari
[…]
+ + +
[…]
passare attraverso questa
esperienza, soltanto a questo
ipotetico pensiero che da una
parte c’è il passaggio e
dall’altra ci siamo noi tutti che
applichiamo il passaggio, in
prima piega, e passiamo anche
attraverso le immagini che ci
circondano piano, e le
incameriamo, e facciamo tutto
a posto, sappiamo che
passandoci pensiamo a noi
passanti, e ci pensiamo mentre
stiamo in mezzo all’azione del
pensare e del passare, al
passare al pensiero del passare,
e questo ci illumina la strada, e
ci fa capire che siamo nel
giusto, che non stiamo
deviando dalla nostra strada, e
ci permette di fare il nostro
percorso, di percorrere la
nostra diritta via, e ci permette
di non spaventarci, di non
angosciarci, di non pensare
male della nostra vita e del
fatto che magari la stiamo pure
sprecando, magari la stiamo
pure buttando via, magari
stiamo pure buttando la misura
giusta, nella maniera giusta,
con le giuste dosi, e questo
fatto di spare che stiamo
passando, che magari stiamo
già buttando via tutto, questo
fatto è un’esperienza che ci
obbliga, ci fa sentire in un
certo senso obbligati a passare,
ci fa sentire nel giusto del
passaggio, e qui noi passiamo,
passiamo nel giusto e siamo
giustamente noi che passiamo,
e mentre passiamo pensiamo al
fatto che stiamo passando, che
stiamo andando verso quella
che è un’altra porta, ed è in
fondo dall’altra parte, ed è
probabilmente la porta
attraverso quella porta che
passeremo per spezzare il
nostro passaggio, per decidere
che il passaggio è terminato,
almeno temporaneamente, che
stiamo per passare a un altro
passaggio, a tutta un’altra cosa,
a qualcosa che ancora non c’è
nel dentro del passaggio, e
mentre passiamo tutti quanti
[…]
+ + +
[…]
attesa, nel momento della stasi
in comune, e continuiamo
a pensare a tutto quello che
accumuliamo nel segreto
contrafforte della nostra
esperienza, a tutto quello che ci
è sembrato giusto accumulare
nel dentro accumulante della
nostra memoria, per poterlo
ricordare nella comunanza,
nel comunismo con tutti questi
che magari ci circondano
anche adesso, per poterci
disfare di qualche cosa, ora
di riappropriamo delle nostre
vite, ora ci riconfiguriamo per
tornare padroni e vincitori
sulle nostre vita di noi tutti che
siamo qui, delle nostre vite che
ci aspettano, le nostre vita ci
aspettano, succubi, e prone,
e accoglienti, le nostre vite ci
stanno al di là di questa stasi,
[…]
Quando ho letto questo libro. Mi trovavo a Roma ed era poco di un mese fa, quando leggevo questo libro e mi trovavo a scorrere le pagine seduto o in piedi su un autobus o, come capitava più spesso, tra i vagoni di una metro. Nello specifico mi trovavo a aprire questo libro per leggerlo solo nella tratta che andava da San Giovanni verso i quartieri di Centocelle, Torre Spaccata o Alessandrino, dove ero diretto, dove mi riconnettevo al mondo. Dico questo perché la metro C ha il grandissimo vantaggio, se la si vuole leggere così, di viaggiare a una profondità tale per cui il campo di ogni dispositivo telefonico, o elettronico più generalmente, si perde del tutto, sparisce, d’improvviso. Puff e ti ritrovi a non poter mandare né ricevere alcuna notizia dal mondo esterno, nessun messaggio o email sono ammissibili nelle oscure profondità a vista (grazie al formidabile vetro panoramico all’inizio e alla fine del convoglio) della metro. Puff, dicevo, persino alla prima scala mobile e, superato il tornello, non restava altro che mettersi a fare qualcosa. Tra quei diversi e personali qualcosa che svolgevo diligentemente e che vorrei condividere con voi, c’era proprio questo mettersi a leggere, questo dannato libro. E così mi sono trovato che ho letto questo libro. L’ho letto senza fretta, nonostante la grande scorrevolezza, lo leggevo appositamente non di corsa ma poco per volta, quasi ogni giorno, facendo sul quel treno (+ due autobus, andando e tornando) avanti e indietro in un lungo e ridicolmente devastante processo di logoramento. Dico ridicolmente devastante perché mi trovavo a Roma70 da mio padre e perché mi trovavo a svolgere una ricerca sul campo della durata di un mese, poi esteso, senza finanziamenti ulteriori, a due. Una ricerca sul campo che a oggi, passate diverse settimane, ha portato a esiti poco chiari, sia sulla mia capacità di ricercatore quanto sulla mia predisposizione a impiegare un’ora e quaranta della mia vita per arrivare (+ un’altra ora e quaranta a tornare) dai nostri, i compagni, per essere messo a giudizio se, in qualche modo, anche indiretto, tramite la fondazione che mi aveva finanziato, lavorassi per Soros o per chi finanzia Israele (diffidando nonostante tutto, sempre), oppure se magari fossi effettivamente chi dichiaravo di essere, un amico, un compagno. In quel periodo che leggevo ho svolto una ricerca sul campo che a oggi, passati due mesi e diverse settimane dall’inizio del progetto, ha portato anche a esiti personali altrettanto poco chiari, sia sulla capacità di ricercatore, di trovare il giusto modo con cui affacciarsi su un territorio poco conosciuto per chiedere la collaborazione (in determinati frangenti, supplichevole) di diverse associazioni “amiche” del territorio, quanto sulla mia predisposizione a sentirmi così tanto “compagno” di questi. Quando ho letto questo libro, mi trovavo a Roma ed era poco di un mese fa, quando leggevo questo libro e mi trovavo a scorrere le pagine seduto o in piedi su un autobus o, come capitava più spesso, tra i vagoni di una metro, nel mentre che mi trovavo a segnare con dei biglietti le pagine più significative per me di questo libro; nel mentre prendevo stranamente sempre più coscienza di non essermi mai sentito così tradito da chi, forse per natura o per mia falsata interpretazione dei testi, poteva e Doveva essere un compagno per me e che non lo era, non lo è stato, nel mentre che quasi ogni giorno, passando dalle due alle tre ore complessivamente sui mezzi, cadevo anche nella mia sempre più convinta e personale opinione di cosa significa sentirsi politicamente traditi, abbandonando forse in questo passaggio, in questo movimento del leggere non di corsa ma poco per volta, tutto il mio senso di appartenenza politico. PS. Se qualcuno chiede, con i soldi della ricerca comunque ci ho pagato le rate delle bollette arretrate a casa di una ex FGCI, mia madre.
* * *
Michele Zaffarano (Milano, 1970). Traduttore dal francese (Baudelaire, Ducasse, Flaubert, Gleize, Hocquard, Mallarmé, Paulhan, Ponge, Quintane, Tarkos). Fondatore del sito grammm.org. Direttore delle collane ChapBooks, UltraChapBooks, Gli alberi (Tic) e Manufatti poetici (Zacinto). Redattore della rivista francese Nioques. Autore di Wunderkammer (in Prosa in prosa, Le Lettere, 2009/Tic, 2020), Cinque testi tra cui gli alberi (più uno) (Benway Series, 2013), Paragrafi sull’armonia (ikonaLíber, 2014), Todestrieb (Arcipelago, 2015), La vita, la teoria e le buche (Oèdipus, 2015), Sommario dei luoghi comuni (Aragno, 2019), Istruzioni politico-morali ([dia•foria, 2021), Poesie per giovani adulti (Scalpendi, 2022), Tre movimenti e una stasi (Tic, 2024).
NOTA: Quasi tutti i testi citati sono stati riportati in maniera discrezionale e con una versificazione alterata rispetto a quella prevista. È cura dell’autore del seguente articolo dichiarare che ogni testo è stato debitamente maltrattato e forse anche sfruttato illecitamente per fini comunicativi di tipo personale.









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