non è un paesaggio ma un campo di forze | Lorenzo Basile Baldassarre

a cura di

Francesco Ciuffoli

7–10 minuti

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in copertina foto di Lorenzo Basile Baldassarre


non è un paesaggio ma un campo di forze | Lorenzo Basile Baldassarre
Inediti

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da Transizione continua [in fieri] (inedito)

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Idrologia



Tutta la scienza è scienza dell’acqua. Se si possono conoscere le sue linee, si può conoscere l’acqua. L’acqua è le sue linee, le quali sono linee attuali, concrete, in quanto contenute dall’acqua che è attuale, concreta.
L’acqua è l’azione che si determina specialmente come fatto pratico, come prassi. Praticare è determinare un oggetto, farlo dipendente.
L’acqua conduce le presenze in un luogo. È invisibile, trasparente, è lontana. Gli oggetti traspaiono, mentre l’acqua sparisce. Sembra sparire, allontanarsi.
La sostanza dell’acqua è dietro l’apparenza di sparire, il fare luce dell’acqua è oscuro. La sostanza dell’acqua è dietro il fare buio. Il fare dell’acqua è un non fare. Non appare, non fa luce, è oscuro.
L’azione dell’acqua non può essere compresa, è incomprensibile. Perché non si può precedere l’acqua, l’acqua viene prima. In quanto viene prima, è ciò che versa e pure il versato.
Noi siamo posti in movimento dall’acqua, esistiamo come mezzo con cui l’acqua si afferma come differente. L’acqua è il fine, il risultato a cui tendiamo. Il fine è raggiunto, perché il fine è di non raggiungere il fine.
C’è sempre acqua, c’è sempre esperienza. Acqua ed esperienza non sono sinonimi. L’acqua sporge rispetto all’esperienza, però l’acqua è tutto, è anche gli oggetti, quindi non sporge.
In conclusione, l’acqua getta le basi di tutto. Senza l’acqua non avrebbe potuto esserci nulla. Prima dell’acqua nulla era. Essa è sempre.


***

Teoria dei campi


§



Possiamo intuire, sfondare le linee, spingerci oltre. Tutto è vago, ossessivo, intrattabile, come prima, però si sopporta. È reale e mutevole, come noi, che siamo affabili o ritrosi, a seconda delle circostanze, della salute del mondo e nostra. L’intuizione è buona. Ci sentiamo incominciare, nasciamo così, al presente, progressivamente.

§


il futuro dovrà accadere

perché attendiamo che accada

che ci sia e ci sia stato dell’altro

delle conseguenze e delle previsioni

perché ignari dei nostri cambiamenti

ci trasciniamo pensando

a una faccenda complicata

all’ignoto e all’angoscia spontanea

all’ignoranza beata e impossibile

perché abbiamo memoria

e un senso nascosto e infinito

una qualità distruttiva e originaria di tutto

dei contorni e dei movimenti accertati

perché tutto passa e ha una posizione

un altrove e ci siamo avventurati

sul pendio che ci attrae necessariamente

perché lo possiamo guardare

ed è lieve dopo averlo guardato

§


L’esistenza non è un paesaggio ma un campo di forze, un insieme di cause che si modificano reciprocamente e si possono chiamare natura, perché l’agire di conseguenza è naturale. Desistere non è una mia possibilità di segno opposto, è ancora una reazione, la conseguenza di un’altra forza che si riproduce a causa mia. Sempre accoppiato a un altro polo, lavoro sul suo stesso piano, producendo insieme il sistema totale degli esseri viventi e inanimati, interiori ed esteriori, la stessa materia, lo stesso manufatto, delle persone.


* * *



C’è una riflessione o meglio un movimento di intenti che riguarda la scrittura di Lorenzo, nonché, più in generale, diverse scritture poetiche degli ultimi anni. Ormai ce ne siamo accorti tutti, il paesaggio non è più lo stesso o almeno, il paesaggio potrebbe anche essere rimasto lo stesso ma noi sicuramente non lo guardiamo più come prima. Le affordances e gli schemi con cui leggevamo lo spazio intorno a noi infatti non funzionano più come dovrebbero e ciò è ben riscontrabile nell’ambito poetico italiano. Non-luogo, eterotopie e persino i ben più recenti termini come iper-oggetti oggi più che mai ci si rivelano carichi di una fragilità teoretica, di una inattendibile capacità di produrre (ancora) significato. Alcuni sono già scappati altrove, alcuni persino adesso prendono armi e bagagli, tentando la fuga, inneggiando istericamente la fine dello spatial-turn. Il punto è: cosa abbiamo capito finora del rapporto tra spazio e soggetto, tra scena e io-lirico immerso al suo interno? Emblematica di una certa incapacità di analisi e ragionamento intorno alla dimensione spaziale, da questo punto di vista, è stata la ricezione di Paradiso di Stefano Dal Bianco, la quale ha portato molti, chi più formalmente o informalmente di altri, a citarlo come un testo mediocre e la cui vincita allo Strega si deve esclusivamente alla questione della “carriera” (o meglio per Ritorno al Planaval). Il punto è: non ne so abbastanza, non lo capisco.

Non lo capisco, non rientra in nessuno schema tipicamente tradizionale (né lo posso spiegare attraverso quel paio di testi di Foucault o di Augé che conosco a menadito, grazie ai vari bandi a cui mi sono affacciato per ottenere fondi di ricerca). Deve quindi essere per forza e senza alcun dubbio un prodotto mediocre, una raccolta che non si capisce dove vada a parare? Sicuramente, è evidente, Paradiso di Dal Bianco io non l’ ho capito. Ecco, per esempio, Ritorno a Planaval mi piace, Ritorno a Planaval lo capisco. Il punto è: una cosa che non si comprende, è meglio perché se ne può fare facilmente la critica, perché ci sono abbastanza fonti universalmente riconosciute che ne spiegano il valore etico-estetico? Si; qualcosa invece che non si conosce per via di una lacuna nei nostri saperi, va e deve essere, per questo, demonizzata, annullata, messa a margine o peggio all’ombra di qualcosa di più comprensibile, di più accessibile? La risposta è sempre si. Ecco come si muove la ruota critico-letteraria con il suo circolo ermeneutico: applicazione di schemi già presenti; fallimento o parziale comprensione (?); demistificazione, depotenziamento di qualsiasi discorso non in linea su quell’opera (il che spiga anche l’incapacità di ricezione in Italia di diverse opere sia nazionali che estere). Alla fine basta poco per essere lontani dagli schemi tradizionali della scrittura intesa storicamente in questo momento, nella sua imminente immediatezza (almeno finché qualcuno di importante poi, tra diversi anni, non troverà la risposta che si cercava, ribaltandone la visione, ergendosi dalle ceneri di una scrivania grazie al sacro valore delle “riscoperta” di un testo e aprendo nuovi sguardi sul poetico attraverso uno o più schemi). Per intenderci, sintetizzo ora il problema in una frase che mi è stata detta a un convegno: “superati i quarant’anni nessuno legge più niente se non sé stesso”; il contesto e i riferimenti di categoria li lascio a voi intendere. Va detto, per chi conosce questo mondo, ciò non è nulla di scandaloso o di sorprendente… a una certa ci si fa l’abitudine.

Tornando però a noi, il punto che coinvolge i testi di Lorenzo (e non solo) ruota e si basa su un principio chiaro, preciso: “l’esistenza [a ben ragione] non è un paesaggio ma un campo di forze”. E, a questo punto, non si può che notare come questo verso rappresenti e sintetizzi perfettamente l’andamento di una sempre più larga e radicata corrente della scrittura poetica degli ultimissimi anni. Ai più aperti, questa frase non può che portarci a associare tutta una serie di nomi, istintivamente. Ci viene automatico, non è infatti difficile fissare molti libri di recente uscita all’interno di questo schema. La crisi del soggetto-lirico, come di quello più generalmente ipermoderno, in questo momento, blocco storico, trae infatti la sua origine, non tanto da un processo di estetizzazione e riestetizzazione (positiva o negativa) del paesaggio come pensato finora, bensì, a livello più profondo, dalla scoperta (o forse riscoperta) di un “campo di forze” al suo interno, di una capacità della natura, di ciò che ci circonda come Altro da me, di esercitare una determinata influenza, di determinare in certi casi del la soggettività.

Eccoci allora, due possibili interpretazioni sul campo, due possibili elaborazioni che la poesia dell’estremo, estremissimo-contemporaneo sta inseguendo con un ampia gamma di esiti e forme: la prima, quell’elaborazione (sul mondo, “Altro da me”) che rivede in questa influenza dei campi di forza un movimento (Deleuze), l’oscillazione perpetua che va dalla nozione di campo in senso culturale e sociologico, visione tipicamente bourdieusiana, alla concezione scientifica e para-scientifica di campo, in senso fisico, dinamico, magnetico, usata spesso per indicare quanto più metaforicamente le correlazioni tra l’esistere e le forze che lo dominano (un alternativa all’uso strumentale della fisica e della meccanica è, volendo approfondire, anche il misticismo, la visione panteistica); la seconda, invece, in cui si inseriscono perfettamente i testi di Baldassarre come anche quelli di Paradiso (a cui si potrebbero aggiungere quasi una dozzina di altri libri tra il 2023 e il 2025), è invece quella linea interpretativa (sul mondo, “Altro da me”) che, andandosi a concentrare sul occhio dell’Altro, comprendendone e accettandone il rispettivo statuto di ribaltamento, dell’osservazione e quindi dell’esperire, denota quanto aisteticamente il paesaggio, la sua “atmosfera”, sia il vero fautore dell’esperienza (cioé il principio secondo cui oggi più che mai io non determino nulla, sono il determinato). Bisogna chiedersi quindi: può essere questo momento la fine (in termini di scrittura) di quel io-lirico tradizionale, di quel Io(-poeta) faber, generatore di significati e di mondi? Può essere necessario rivolgersi d’ora in poi all’Io come a un io-qui-ora, un traduttore di significati già presenti nell’atmosfera (nell’aura delle cose che mi circondano) al pari di un prestanome dell’esperienza, rielaborata forse per la prima volta in chiave esplicitamente collettiva e non più elitista, non più eternamente montaliana?

E a partire da un discorso così che, sulla seconda di queste due direzioni, si potrebbe ora iniziare a ragionare, introducendo per esempio la categoria di “atmosfera”, avanzando nel testo, fornendo anche una teoria della “poetica sulle atmosfere”, nonché una teoria anche della “poetica delle atmosfere”. Purtroppo però questo è un semplice articolo di estratti e non c’è mai abbastanza tempo per parlare – dicono.


* * *



Lorenzo Basile Baldassarre è nato in provincia di Avellino e ha conseguito la laurea magistrale in Filosofia presso l’Università di Salerno. Ha contribuito a diverse iniziative culturali, tra cui Esiste la ricerca (III ed.) e Poesiæuropa (VI ed.). Suoi contributi e testi inediti sono apparsi online su gammm, Utsanga, La morte per acqua, La Balena Bianca, multiperso ed Esiste la ricerca.



Risposta

  1. […] mi è già capitato in precedenza di affermare, c’è un movimento, una prassi, nonché un metodo di scrittura e scritture che va affermandosi da più di un anno, […]

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