Clarissa Arvizzigno | Dopo Venezia, un’atmosfera
nota di lettura
da Rilegature veneziane (Arcipelago Itaca, 2025)
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Come mi è già capitato in precedenza di affermare, c’è un movimento, una prassi, nonché un metodo di scrittura e scritture che va affermandosi da più di un anno, auto-canonizzandosi all’interno del panorama poetico, per lo più indirettamente. Che questo ‘pseudo-canone’ passi attraverso la produzione di autorɜ estremamente eterogeneɜ rispetto alla forma e/o alla giustificazione che questɜ ultimɜ si danno della loro scrittura, non è comunque importante. Un punto c’è e diventa sempre più evidente: vi è stato all’interno del mondo poetico un cambio di passo rispetto all’uso della scrittura, alla postura di partenza attraverso cui la scrittura stessa prende forma rispetto a ciò che cerca e comunica, perché sempre influenzata preintenzionalmente – come ogni altra azione o gestualità – dallo spazio di quel qui-ora-per-qualcuno (tode ti di un’ atmosfera specifica), da quel qualcosa cioè che prima di ogni altra ci circonda e agisce su di noi – soggetti – affettivamente coinvolti (agentività dell’atmosfera stessa, presente).
A questo bisogna aggiungere poi come siamo entrati ormai da alcuni anni in una nuova epoca, una autenticamente ipermoderna. Nell’ipermodernità – contrariamente all’annuncio degli esperti – ci si è entrati realmente molto più in là di quanto ci si aspettava e in modalità molto diverse. Guerre, pandemie e crisi sono ciò che ha realmente innescato quest’epoca nel post-pandemico, quella che un fan di NERO definirebbe l’era degli iperoggetti, della continua attesa di una fine, l’era in cui vi è un passaggio dall’imminenza della crisi all’immanenza della catastrofe.
Ovviamente questo tipo di affettività è innanzitutto circostanziale e dipesa dal contesto urbano, atmosferico, geografico. Non vi è, né vi può essere performatività e efficenza dove non è richiesta, in particolar modo in quelle sacche di resistenza adibite al relax, al fascino rustico-campagnolo. L’altro aspetto invece fondamentale è legato al discorso che ci interessa maggiormente e riguarda la soggettività, la postura (anche poetica) di quest’epoca. Questa nuova soggettività ipermoderna infatti si fonda un principio del tutto inedito anche per la scrittura: non siamo noi a fare il mondo come nel secolo scorso, bensì noi ci formiamo e dipendiamo a ogni livello dal mondo stesso, dallo spazio esterno che ci determina e ci condiziona a ogni livello (lavorativo, affettivo, esistenziale).
Possibili spunti di lettura che già conosciamo: Benjamin, Merleau-Ponty, Böhme.
Compreso questo ribaltamento del rapporto tra soggetto e spazio, si può comprendere anche quanto lo ‘pseudo-canone’ di cui stiamo parlando non debba servirsi di una formalizzazione enunciativa, performativa e diretta come è accaduto alle avanguardie fino ai primi anni Dieci.
L’affermazione di questo specifico canone, di cui parliamo come di un modo di porsi rispetto alla scrittura a livello persino genealogico o ontologico, è una diretta conseguenza di quei famosi tempi che corrono, non vi è possibilità di essere contrari, posizionandosi, negandosi alla canonizzazione. L’unico modo per non parteciparvi è l’anacronismo, l’anti-storicismo, l’esclusione sociale e il privilegio di non vivere realmente nella società, ma al di sopra di essa (un tipo di gaslighting di colore avorio). Lo ‘pseudo-canone’ è un fenomeno, esiste in quanto espressione agente all’interno di un più o meno vasto panorama poetico nazionale.
Date queste premesse, oggi appare utile presentare, per la prima volta, un lavoro che di questo tipo di lavoro atmosferografico si fa carico consapevolmente. Stiamo parlando della prima raccolta di poesia con un’intenzionalità specifica: ricostruire una certa esperienzialità atmosferologica di uno spazio, Venezia. L’opera di Arvizzigno, atmosferologa italiana, dovrebbe in qualche modo segnare una differenza importante o quantomeno sostanziale rispetto ai lavori a cui questo tipo di interpretazione, etichetta è stata (forse) indebitamente appiccicata. Leggendo però i testi, ci si accorge che non è così. Seppure con un taglio più tradizionalmente lirico, il testo di Clarissa non si distanzia per nulla da Paradiso di Dal Bianco (Garzanti, 2024) o, anche se formalmente molto differente, da on land di Perozzi (Prufrock Spa, 2024). Qui esiste una ricerca, una riflessione, una vettorialità poietica tipicamente situata all’interno di uno spazio specifico e che ruota intorno al suo contesto.
Ogni rapporto umano presente e raccontato in Rilegature veneziane (2025) infatti fa da contro-altare all’atmosfera laccata di una città come Venezia. L’eros e la sua carica significativa, quando presente, è sintomatica di un sudore che innanzitutto è avvertibile estetico-percettivamente, affettivamente, all’interno di uno spazio in cui la presenza umana sembra secernere anch’essa una liquidità salivare, una reattività corporea di risposta a quello primo stimolo ambientale. Venezia è nelle stanze chiuse, nella geometria della luce, nelle finestre e nelle carte, nell’enigma delle parole che vengono, mutano e si riflettono nello specchio delle acque di una città, Venezia per l’appunto, nelle sue ceneri e nelle sue lacche. Quando il corpo-proprio (Leib) poi se ne distacca, verso la parte finale della raccolta, è impossibile non notare un diverso modo di scrivere, un cambio di passo che si esprime anche qui, in modi necessariamente legati all’elemento spaziale, naturale. La neve cristallizza e muta la parola, la vibrazione ambientale delle parole si ricava scandendole una per una, in quel situazione ordine di segni grafici che noi leggiamo. Non casualmente, osserva Paolo Steffan nella prefazione:
«ed è proprio una tendenza sinestetica a far sì che, tra il paesaggio in cui io e tu sono calati e lo scorrere – o il sospendersi – del tempo, si arrivi talvolta a una piena identificazione […] un io che tocca con mani e piedi e sguardi la sua Venezia […] corpi e luoghi si fanno tratteggio […] diventano ‘sagome di carta senza carne’, in versi che ci conducono con garbo in uno spazio altro, in una città-cuore»
Per comprendere più chiaramente come all’interno di questo lavoro si palesino queste specifiche differenze in stretto legame alla spazialità dove la scrittura stessa vi si insinua, si propone in questa sede la lettura di alcuni testi con spazialità diverse, aure & atmosfere site-specifc.
da Rilegature Veneziante (Arcipelago Itaca, 2025)
Accadimenti
È accaduto oltre il luogo,
è accaduto dove lo spazio piega
e traduce la cipria d’un ricordo
in schegge di riporti opalescenti.
È avvenuto nella dispersione
d’un saluto, dentro un secchio a doppio fondo,
nella magia imperfetta che risale
in qualche superficie misteriosa
che accoglie ora il segreto e lo riporta
in un adagio orizzontale.
In qualche specchio d’acqua la culla d’un segreto:
una frase spezzata riflessa oltre le cose,
un cenno di carezza che si allunga
esitante nel centro del mio volto.
Come quando da un letto d’un canale
t’alzavi e respiravi l’ambra.
**
Stanzionamenti
Fu in quella traiettoria di rotaie
di una stazione levigata
da raschi di sfrecciate
ch’avvenne il lampo, il riconoscimento
nel pastello d’uno sguardo
su grumi di pareti deformate:
una dolcezza, un attraversamento
nell’azzurro del tuo occhio.
Fu una deglutizione delle forme,
un digerire la sintassi, il tempo
di una morfologia
di aste di parole verticali,
uno stillare gocce di fonemi
dal tamburino delle lingue chiare.
Eri in quel rivelarti d’una mappa
d’uno stazionamento di parole
nel saettare d’accenti sillabe
in un sottopassaggio d’un treno per Natale.
**
Dopo Venezia
«Venezia tempo fa» diremo un giorno
dove un ricordo sforma
grinze di immagini,
di stoffe di una trama da un drappeggio
di parole.
Venezia che screma da un giardino
di una chiesa bizantina.
Venezia: le stoviglie di una casa
nel pomeriggio di mattoni rossi.
La storia d’una forma: un serio di parole
rivoltate in canto,
le voci e poi l’usmare tra le muffe
di calcinacci crepolati in pianti
di bambini.
Un libro astratto, un ciclo in versi:
uno sfaldarsi chiaro sale e scende
dalla città di voce che contiene e slega
un saldo di passaggi immaginari.
Venezia è questa scheggia da un vetrino
di colori stanchi.
**
Acquatiche
La città metafisica,
noi che uscivamo dal seminario
liquido, il paratesto della città
che sale e sloga un rubinetto
circolare che stilla dall’infanzia
parabole di acqua dai ricordi.
Tutto un precedere la previsione:
il prima del tradotto, il prisma di parole,
i passi da una sorgente antica.
Lo spazio che snervava le venette
arabescate dai canali lì
su rosoni di chiese veneziane.
Attraversasti una finestra chiara
e fu un prefabbricare dalla luce,
la prefigurazione d’un attesa,
l’infanzia di parole, la bolla originaria
di sciami di favelle.
Ed eri un arabesco nel giro
mai perfetto del rosone,
e ti svolgevi in acqua
in giù verso lo specchio del canale.
Poi condensavi lento la parola
lì dentro un filamento di finestra.
**
Piazza metafisica
C’è una città di piazza, una città che abita una piazza di confine: ha un centro rizomatico e radiale, che muta al mutamento delle ore. La città è una grande meridiana della mente: i confini sono lune di pensieri, il loro movimento è cadenza dei vissuti di chi percorre il grande rizoma mai scoperto. Un omino attraversa la forma in movimento della piazza, lì genera le ore di confine, il tempo-campanella che squilla ad ogni passo meridiano. L’omino attraversa il tempo e lo disegna nel raggio tracciato dalle gambe: dove muore l’ora? – si domanda – dove seccano i minuti senza centro? La piazza è un orologio senza ore, le lancette le gambe dell’omino: dove sta il battito del tempo, in quale cono meridiano? La mente è un modulo di foglie accartocciate e stanche nel lento movimento dei minuti: la foglia è una coperta che nasconde la forma di un pensiero che genera il centro della piazza. «È una costellazione delle ore che genera il fogliame» dice l’omino dal cappello-stella: la piazza è un astro, un desiderio di ricordi.
foto di Paolo Lotto
Clarissa Arvizzigno è nata a Corleone nel 1994 e ha vissuto parte dei suoi anni a Cattolica Eraclea, paese dal mare greco molto amato. Ha conseguito la laurea in Italianistica presso l’Università degli studi di Bologna con una tesi sull’opera di Caproni riletta in chiave fenomenologica, della quale sono stati poi pubblicati degli estratti nella rivista “Dialoghi Mediterranei”. È impegnata in ricerche su tempi di estetica in relazione alla letteratura e alle arti figurative, e alcuni suoi saggi sono stati pubblicati in rivista.
Due sue poesie, Lamelle e Sfere, inserite in Rilegature veneziane, sono stato pubblicate e commentate da Maurizio Cucchi ne La bottega di poesia de “la Repubblica” Milano. Attualmente insegna materie letterarie nei licei di Venezia.













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