In\traverso | Passeggiando tra nuvole e campagne | Il nuovo paradiso di Stefano Dal Bianco

a cura di

Francesco Ciuffoli

22–32 minuti

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in copertina G. Richter, landscape, lacquer on colour photograph

In\traverso.
Poesia e nuove ricerche estetiche

Intraversare significa porre attraverso, creando ostacoli; impedire una determinata azione; arare il terreno in senso trasversale ai solchi già fatti; di cavalli, procedere trasversalmente, per difettosa conformazione delle gambe. In\traverso, in tal senso, è una rubrica, una serie di interventi, una ricerca filosofica incentrata sulla poesia e sulle poetiche di determinati autori passati, quanto contemporanei.

Per fare questo, non si può che procedere trasversalmente, ignorando i metodi specifici di una certa critica letteraria, quella secondo cui approcciarsi a un testo si esprime compilando, più o meno esplicite, schede di valutazione. In\traversare ha quindi lo scopo di porsi in primis tra le poetiche e la critica letteraria, arare il terreno secondo nuove logiche, in senso obliquo (non contrario), leggere con occhi diversi, generare alternativi e inediti metodi di interpretazione, riportando la riflessione su piani più larghi, più profondi.

“Belli erano i tempi quando di una certa poetica si poteva fare filosofia!” – direbbe qualcuno. Ciò che tenteremo qui, infatti, non è nulla di strano, azzardato o avulso alla storia della critica letteraria. L’operazione che si sta facendo, in realtà, è un lavoro di recupero di una vecchia tradizione, quella che in Italia ha portato per la prima volta in luce il pensiero di alcune filosofie, oggi studiate nelle scuole quanto nelle università1.

Al di là dei risultati di questa ricerca2, In\traverso avrà come obiettivo principale riaprire quegli spazi di dialogo tra le discipline, permettere l’emergere di nuove possibili riflessioni sulla poesia, nonché al di là di essa, fornire a tutti accesso a determinate ricorrenze del contemporaneo permettendo così di riconoscerle e riflettere su di esse in quanto fenomeni del nostro tempo, a cui non possiamo più riferirci secondo un solo punto di vista per poterli comprendere realmente.

«après nous, le déluge!». E che sia nostro, in questo,

l’impegno di calare per primi in mare le scialuppe.


1 Caso emblematico, ovviamente, è quello di Francesco De Sanctis in Schopenhauer e Leopardi (1858), dove arrivò a affermare, con tutte le possibili critiche del caso, che «Leopardi e Schopenhauer sono una cosa. Quasi nello stesso tempo l’uno creava la metafisica e l’altro la poesia del dolore. Leopardi vedeva il mondo così, e non sapeva il perché. […] Il perché l’ha trovato Schopenhauer con la scoperta del Wille.».

2 La quale non punta in alcun modo a cambiare le cose.

#1 | Passeggiando tra nuvole e campagne. Il nuovo Paradiso di Stefano Dal Bianco


in ascolto: https://open.spotify.com/intl-it/album/1iWIdNirSM5jBeSUl6R5JE?si=_EmkgOO4Rpm5KuIhTCYt8g


Il punto.

Nella radura – passeggiando tra nuvole e campagne, lungo l’orizzonte
delle colline intorno a Siena,
                anche se «Dio è morto», è forse possibile affermare
che quell’immagine, quel senso, così sicuro e incerto
                 e che in io come in questo suo mostrarsi, Sia forse
il nostro nuovo possibile Paradiso,
la Cosa che c’è
                  di più simile all’invisibile
architettura di un momento – l’incontro fortuito con l’Essere?

E proprio questo è ciò che tenta di raccontarci Paradiso, ultimo recente libro di Stefano Dal Bianco. Perdersi, annullarsi, ritrovarsi, venire attraversati ogni volta da un sentimento, da qualcosa di fantasmatico, di inspiegabile, di indistinguibile; da questo qualcosa che, però, esiste ed è, sempre lì, sempre presente nell’attimo specifico in cui l’io narrante-protagonista tenta di ricavarne, di volta in volta, un senso attraverso le immagini, gli spaccati, quegli sguardi ampi e indefiniti di riflessione sulla sua esperienza, siano questi, tutti così simili quanto diversi. Interrogativo di grande rilievo, se non addirittura il problema fondamentale, è quello su cui si sviluppa l’intera raccolta di Dal Bianco; interrogativo che, come altri hanno tentato di ricercare, rimarrà inevitabilmente oscuro, naufragando sempre in risposte incerte e mai finite.

        Giustifico così la mia chiusura all’ombra
ma il vero è che non so ancora se son nato
o abbastanza navigato per il chiaro sole
e l’incertezza in queste cose di navigazione gestazione
non va quasi mai a favore di un sì.

[È il primo giorno dell’anno che fuori…, Paradiso]

Se però la verità1 risulta impossibile da comprendere, in certi casi, il protagonista giunge comunque a darsi una risposta soddisfacente, l’unica possibile: la natura, il paesaggio, gli altri, la sua stessa esperienza di rapimento e attraversamento tra le cose. Questi elementi, nel loro insieme, rappresentano infatti già una spiegazione: la somma delle parti non ridà il tutto, c’è qualcosa che manca e, in questo, l’implicito diario estetico che viene a crearsi giornata dopo giornata, evento dopo evento, riflessione dopo pensiero, permette a Dal Bianco di creare una sorta di guida per giungere alla verità2, una traccia quantomeno utile a mostrare ad altri la via, senza porre mai certezza finale della risposta. Il passaggio risolutivo è quindi rappresentato dalla dislocazione della domanda fondamentale dal “cosa è” al “come è”, similmente a quanto accade nel passaggio da una fenomenologia prettamente husserliana a una di stampo heideggeriano, se non addirittura schmitziano.


        la scommessa di chi vive
di chi lavora e non lavora qui
è far parte di un quadro dove tutto
è fermo e si rimpicciolisce
[…]
Qualunque cosa o chi
azzardasse un movimento
si troverebbe a ragionare
perdendosi così
che non sarebbe più parte del quadro.

[Sotto la luce gialla del lampione…, Paradiso]

Nei vari testi, l’io narrante, attraversando diverse fasi, giunge in questo modo all’accettazione, in quanto accoglimento dell’Evento, della sua condizione di impossibilità conosciuta della Cosa in sé. Abbandonare la ricerca di risposte in senso deterministico, permettere di lasciarsi afferrare con gioia dal dubbio, godere in definitiva dell’esperienza estatica e estetica che la natura è in grado di concedere, sono tutti punti che collidono e emergono nell’epilogo finale della raccolta.

        Io non so come il vento d’autunno
apra alle foglie la loro via di scampo,
né so perché sia così facile
arrivare alla terra,
o come si congiunga il pensiero di noi, dal primo piano
a ciò che lentamente in fondo al bosco
si colora di morte
e a ciò che nell’alto dei cieli
si prepara per l’anno a venire.

Ma non è indifferente
il profilo della luce fra le nubi
e qualche foglia, del resto, viene qui
spinta dal vento
ad accostare i nostri vetri chiusi,
come se fosse necessaria una chiamata,
una foglia che voli verso l’altro
e ci porti con sé
in una vita di stagioni.

[Io non so come il vento d’autunno…, Paradiso]

La natura e lo sguardo.

Dio è morto – diceva il filosofo della Gaia scienza, auspicandosi la venuta di nuovi filosofi in grado di trasvalutare i vecchi valori, di solcare quel mare così aperto che ora ci sta dinnanzi. Questa è la condizione di partenza in cui Dal Bianco tenta di affermare una nuova idea di Paradiso, un Paradiso senza alcun Dio sovrasensibile, senza gerarchie di valori, un Paradiso, in questo senso, terrestre, sempre presente, un Paradiso che sta solo a noi cogliere. Benché la risposta fornita dall’autore sembri diretta verso una Natura classica, i risvolti attraverso cui questa si dà, si mostra, aprendo e ampliando la visione del protagonista, non è così scontata. L’elemento naturale, quanto quello del rurale, qui, non è preso in esame secondo vecchie logiche romantico-ottocentesche come accade nel simbolismo pascoliano, nell’idea panico-dannunziana o nella visione leopardiana di un’esistenza a sé, autonoma e a parte3.


        Delle volte nel bosco è obbligatorio
pensare alla scrittura e dunque immedesimarsi
in una voce non tua
che su di te decide di sostare
e sulla luce del mattino
che filtra tra le fronde
e tu ti senti veramente il nulla
e incredibilmente piangi
non tanto di bellezza ma per l’incapacità
di stare nella lingua di tradurre
quella sosta in parole per non perderla,
dato che non è dato
prolungare l’ascolto più di tanto
e tanto vale allora mutamente
uscir di bosco e andare fra la gente.

[Delle volte nel bosco è obbligatorio…, Paradiso]

La natura di Dal Bianco è un escamotage, uno spazio costituito di poche cose, cose semplici; uno spazio svuotato di stimoli, oggetti, impulsi nevrotici; uno spazio eleggibile a luogo del sereno, contrario, quindi, alla frenesia tipica della realtà urbana. Va notato però che, nelle giuste circostante, potremmo ritrovare questo stesso luogo del sereno anche in altri luoghi e contesti o, persino, in quegli stessi spazi convenzionalmente estranei alla calma. Volendo, nulla ci impedirebbe di affermare che, trovandoci a passeggiare per le strade di una città a notte fonda, quando la piazza è deserta e le luci e i segnali si perdono, confondendosi come lucciole su un prato, nascosti nel buio della foschia, potremmo provare anche noi quelle stesse emozioni, imbattendoci nel rapimento tre le cose, oltre le cose, la cosa che c’è di più simile al Paradiso in terra4.

Secondo questa possibile interpretazione, il passeggiare, compiuto dal protagonista tra le colline senesi e le campagne intorno a casa, non si distingue, a questo punto, quasi in nulla rispetto al passeggiare tipico del flâneur in mezzo alla città. Il rapporto con la natura diventa in questo modo circostanziale, un pretesto che può essere subordinato alla vera ricerca del protagonista: quella di comprendere il sentimento. Se il flâneur però è disciplinato nel suo assentarsi dal mondo degli oggetti e degli stimoli, il narratore di Paradiso si trova molto spesso a inciampare all’interno dell’esperienza estetica, che diventa estatica e olistica solo grazie alla non-presenza de facto di riferimenti e oggetti precisi.

È difficile stabilire un confine
tra quello che si vede – una pianura
un palo della luce una macchia di bosco –
e quello che si immagina
o che ritorna dopo lunga
frequentazione identico com’era
alla mente passiva,
ma sarà nebbia, nube o fumo di camino
quello che sale dalla valle risolvendosi
in una vaga profezia di luce e vista
in nuce e ridondanza fosca di
sconfinamenti
da visione a visione
nel ricordo o nell’immaginazione?

[È difficile stabile un confine…, Paradiso]

Nuovo paradiso perché.

L’esperienza dell’io narrante di Dal Bianco più che riferirsi quindi a determinati oggetti attivamente, segue i tratti di una particolare tipologia di percezione, quella passiva. Il protagonista si imbatte nel sentimento attraverso una percezione non tradizionale, una diversa; un tipo di percezione che viaggia tra le cose e le situazioni, pratiche e non; una percezione che si fa trarre involontariamente in inganno, ricavando senso e modi di esprimersi all’interno di questi stati di catarsi e abbagliamento presenti nelle varie scene.

	Così nel digradare
di verde in verdegrigio e grigioazzurro stamattina
si libera la mente
dai torpori notturni
e gradualmente accetta l’infinito niente
che sta oltre l’Amiata
e circonfonderà di vera luce
ciò che durante il giorno ci confonde.

[Quella seconda fascia di colline…, Paradiso]

Qui la domanda sorge spontanea: dove viene però a generarsi in primis l’impressione?  Se infatti il protagonista, in questo processo, è realmente passivo («alla mente passiva»), cioè ridotto a ricettore di sentimenti e codificare per immagini, come si crea il senso da cui l’io narrante trae, nei versi, il significato dell’esperienza? Dalle atmosfere, dal percepire il significato oltre lo sfondo alla stregua di quanto avviene quando ci si trova davanti a una delle tele di Mark Rothko. Questo tipo di percezione atmosferica non riguarda mai oggetti coesi, delineati, precisi, quanto piuttosto situazioni dotate di una loro significatività interna. La significatività dietro questo processo, a sua volta, viene a determinarsi proprio a partire dal paesaggio, cioè da quel indefinito co-esistere delle cose di un dato momento.

        Entrare in un bosco in un giorno sereno
d’autunno nel silenzio
è aprire l’occhio a pacatezze nuove
e a nuove rarefatte convergenze
mentre ogni foglia che cade
costruisce una sua storia
e la racconta come può, con lievi digressioni
che nella calma parlano di te
e di altre cose altrettanto misteriose.

[Entrare in un bosco in un giorno sereno…, Paradiso]

Tutto “è” posto sullo stesso piano, nulla “viene” posto da qualcosa o da qualcuno, in fondo, Dio è morto, quindi non esistono più le gerarchie e persino gli odori sono atmosferici, quando questi permettono l’imprimersi dell’ambiente sul protagonista attraverso rimandi, significatività e immagini alla stregua di quanto fanno gli altri sensi.

	Viene allora spontaneo di adeguarsi
alla fragranza diffusa che innegabilmente c’è
e finirà col perdonare ogni esistenza ambigua
ogni rivolta di quei passi
che sembrano puntare
dove è il dovere della nostra pace in fondo al bosco
e invece troppo a lungo si soffermano
alla periferia pensata in quel profumo.

[Avvicinando il naso a una di queste mai viste…, Paradiso]

Il nuovo Paradiso si fonda, in questo modo, sull’assenza di un principio primo o un senso eletto; nell’atto rivoluzionario dell’incontro olistico e estatico con l’Essere, senza più vincoli, vertice o ordini di sorta; tutto è necessario e compartecipa all’attimo dell’Evento, permettendo così il raggiungimento della “radura”, ovviamente nelle giuste condizioni e predisposizioni.

        A chi per disgrazia
fosse poco animista si consiglia
di prolungare il tempo della sosta
o aumentare il numero dei lanci.

[Se si rimane a lungo…, Paradiso]

Questo orizzonte che configura
non è paesaggio alternativo
e però nel suo rasoterra
può portarti anche molto lontano
o a casa di qualcuno,
come un pensiero qualunque quotidiano
che tu calpesti e non sai di coltivare
ma intanto porta l’eco
di un pensiero che era stato
e di uno che verrà.

[Nel caso tu sia stanco del paesaggio…, Paradiso]

Perché Paradiso non è un ritorno a Planaval.

Qualora non fosse chiaro il punto su la natura e lo sguardo, approfondendo, possiamo dire che l’operazione fatta da Dal Bianco in Paradiso, oltre a stravolgere il valore dell’esperienza e dello spazio ‘classico-tradizionale’, riesce in un certo grado a catturare la realtà di quell’esperienza autentica, cioè di quel heideggeriano troppo heideggeriano vivere ‘sincero’ tra gli individui e le cose del mondo. Trans-valutando i significati, depotenziandone il valore iper-simbolico, Paradiso prende controllo della parola poetica, stabilendo, nell’uso, una parola capace di sfruttare realmente la metafora con il mondo, al di là anche del valore ‘specchio’ di quell’io ‘poetante’, tipico di una certa letteratura dopo lirica e/o circostante.

        In questo giorno che ci appartiene solo in parte
abiteremo senza preclusioni
sia le case dei morti
che le voglie dei vivi,
ma queste e quelle non ci basteranno
a credere o a far finta di capire
dove ci porta queste festa di passioni,
dove ci fa sostare veramente l’immobilità.

[In questo giorno che ci appartiene solo in parte…, Paradiso]

Ma ciò che ci sostiene è la tempesta
che va riconosciuta come tale
e abbracciata a mente spalancata
qui dove l’obbedienza è
nostra salvezza
nostra immobilità verso la preda.

[Un falco fermo contro un vento forte…, Paradiso]

[ma]
Come si può trovare il sonno
se il momento è passato
e quando tutto con la luce accesa
è diventato nitido e violento,

come si può rifiutare
lo stordimento e la fatica
della testa che cade
e ancora intende funzionare,

come si può non voler prendere visione
del copriletto a quadri
della maniglia della porta
della propria ombra,

[Notte di Saint Barthélemy, Ritorno a Planaval]

Per comprendere meglio questo fenomeno ci basterà osservare la configurazione della natura-spazio all’interno di una delle precedenti opere di Dal Bianco stesso. Ritorno a Planaval (2001), ad esempio, con il suo connato spaziale ci mostra infatti una natura che, come in tanti altri casi, è uno spazio iper-simbolizzato, uno spazio, quindi, utile solamente all’io: -lirico per manifestarsi; -biografico per raccontarsi; -narrante per condurci verso qualche intima consapevolezza nel migliore dei casi.

Ma il cielo è sgombro, il sole entra dai vetri e tutti i movimenti del vento sono sotto controllo.
Sto in bilico tra paura e sicurezza. Sto nella situazione in cui si sogna.
Allora scrivo e ogni tanto mi avventuro in terrazza e sollevo l’oleandro e il gelsomino. Mi ostino a non  proteggerli, a rimetterli in piedi.
Mi hanno detto che il vento rinforza le piante.
Io come un padre in lotta con se stesso mi apposto dietro il vetro, noto il ramo spezzato dal rosaio,
guardo l’oleandro e il gelsomino inclinare traballando farsi forti.

[Resistenza, Ritorno a Planaval]

Qualora poi non fosse così e, in qualche modo, la natura riuscisse a fuoriuscire anche dal raziocinante iper-simbolismo dell’io, in questo caso, lo spazio non riuscirebbe comunque a declinarsi in quell’esperire ‘vero’5 di Paradiso, quanto piuttosto si trasformerebbe in qualcosa di ancora diverso, poiché ancora una volta si troverebbe del tutto slegato dall’esperienza ‘autentica’6 del soggetto- io-lirico. In Ritorno a Planaval infatti è possibile osservare come la natura quando è catturata come “natura a sé”, cioè libera da ogni iper-simbolismo, si trasformi in un luogo dello sconosciuto, dell’avverso e sterminato, del pauroso e terrificante perché kantianamente sublime, perché impossibile da conoscere nelle sue potenziali significatività.


        Stando di fronte e sotto a questo monte
se l’aria è ferma lo si può abbracciare
ma l’occhio non lo può mettere a fuoco.

È come se tutto vibrasse
come se la terra si muovesse, tutto intorno
e il torrente sul punto di spaccare tutto, urlando
prestando la sua voce trattenuta ai larici
che sono nella nebbia, ci chiamasse
ci chiedesse di restare per sempre.

Abbiamo fatto finta di volerlo scrivere
e ce ne siamo andati, per paura.

[Un regalo di fiori, Ritorno a Planaval]

Posando i piedi sulla roccia vicina
e sotto il sole,
come se fossi stato un animale
spaventato sì della sua stessa libertà,
ma più spaventato per quell’aria fine
che attraversando i tronchi impercettibilmente
li faceva vibrare… Sembrava – dicevo
e non vedevo – che la betulla ultima,
accanto all’altra roccia,
premesse per farsi anche lei animale,
pur rimanendo nell’ombra e non avendo
problemi di libertà o di luogo.

[Analisi della sembianza, Ritorno a Planaval]

Riuscirò a raccontare a me e al mondo
il perché della paura sulla strada di Valgrisa
che passa per il bosco,
una paura che qui non era mai esistita,
come se fosse venuto a mancare il contatto,
la protezione consueta,
la notte fosse diventata indifferente
e l’ombra di un mondo diverso incombesse?

[Difficilmente, Ritorno a Planaval]

In questo movimento se esiste un Paradiso è, quindi, necessariamente un Paradiso intimo e personale dell’io, un «paradiso dei ricordi», uno che «sta nella memoria»; un Paradiso di ripiego, raziocinante rifugio dell’Intelletto; un Paradiso che, in questo senso, può appartenere solo alla costruzione menzognera dell’io-lirico inautentico, per via della sua costituzione iper-personale e quindi non-autenticamente-condivisibile da altri al di fuori di quell’io- fedele-solo-a-sé-stesso o di quel inautentico si impersonale.

        per tutto ciò che conta
e perché sono stato capace
di darvi queste quattro righe in croce
prima, prima che ve ne andiate
con i vostri (pochi) segreti
nel paradiso dei ricordi.

[La parte del figlio, Ritorno a Planaval]

Ogni nuova escursione aumenta il mio potere, ogni scoperta è un velo che per la mia memoria e un dolore, una gioia che si va perdendo.
Così la differenza è fra un dolore pieno, in fase inesorabilmente recessiva, e un dolore vuoto.
L’attualità del mio soggiorno è ciò che odio, la gioia sta nella memoria, la memoria del pianto.

[Diario, 1, Ritorno a Planaval]

Superando in questo senso anche sé stesso7, il nuovo Paradiso supera anche ogni precedente statuto conoscitivo, smantella pezzo dopo pezzo il fantasma del personale e del biografico che ancora oggi abita la poesia infestandola: ciò che impedisce nella pratica all’io-lirico contemporaneo di mostrarsi realmente in comunic.azione con il mondo; quello che deve e vuole essere ricercato; l’essenza che risiede realmente nel contenuto, non nella forma, cioè in quel come ‘io’ mi pongo rispetto al mondo e agli altri individui, al di là di ogni ‘personalissimo’ punto di vista formale.


        Ho sentito di voler combattere il sentire,
di non volere la luna per me
e di non darmi alla luna,
ma di fissare un’altra luce
radicata dalla terra al cielo e in me rinata
e generata dalla luna.

[Altra luna, Ritorno a Planaval]

Così, per questo, adesso mi rivolgo a te per dirti
che se per caso ti sarà sembrato
di trovare nuova ogni cosa,
allora vorrà dire che mi sarò sbagliato
o non mi avrai amato a sufficienza,

ma se la mia parola ti sarà soltanto confermata dalla vista
non fidarti di lei, non andartene presto,
perché ogni cosa in un momento
si potrebbe cambiare,
se avrai dimenticato veramente il mio diario
e avrai trovato un po' di spazio in te per questo posto,
forse soltanto allora troverò lo spazio
per un amore vero anch’io,
forse soltanto allora anche il tuo amore
avrà trovato me.

[Parole scritte ad altri, Ritorno a Planaval]

Che cosa sarà mai questo aspettare la sera
con voluttà, questa stanchezza della luce
e delle forme del pensiero:
ricollegarsi a cosa, a chi?

Costituirsi al buio, compromettersi
in un appartamento incerto con se stessi,
comunque senza rete, la coscienza
di ciò a cui si può soltanto alludere,

il coraggio di voler conoscere,
di accogliere altro che non sia
un fatto di legami e di passioni,
che sia pericolosamente qui
e nel contempo totalmente alieno,

fatto di materialità, fatto di sangue,
fatto non di cronaca mondana
e però fatto di tempo intercorso
fra il tramonto di un sole
e l’alba di una stella più sottile.

[Appuntamento al buio, Paradiso]

Il cane Tito.

Un ulteriore elemento di interesse all’interno della narrazione è poi rappresentato dalla figura di Tito, il cane del protagonista. Introdotto fin da subito come “figlio riconosciuto”8 dell’io narrante e più che un semplice compagno di danteschi pellegrinaggi, Tito assume un ruolo centrale negli eventi e negli episodi che si susseguono nel corso delle varie escursioni intorno a casa. In particolare, la figura del cane, all’interno della dimensione di ricerca e comprensione di verità, svolge spesso la funzione di guida (involontaria) verso i luoghi dell’esperienza sia a livello pratico che a livello esperienziale.

        Perdere Tito nel bosco è un’esperienza
che va vissuta fino in fondo
perché gestire l’apprensione, di volta in volta,
è un esercizio che si impone e dà i suoi frutti
ogni volta nel momento
della disperazione,
quando sei lì per andare, abbandonarlo
e lo vedi apparire
trotterellante nel folto
a dissipare ogni ansia ogni mancata
o disattesa comprensione
nel toccare con mano
che cosa sia la libertà al mondo
e cosa la precarietà.

[Perdere Tito nel bosco è un’esperienza…, Paradiso]

Il ruolo di Tito in Paradiso non si esaurisce però su unico piano. Il fedele compagno dell’io narrante, quasi sempre presente, fin dalle prime poesie è intrinsecamente connesso al Virgilio della Divina Commedia. Tale connessione tra il poeta latino e l’amico a quattro zampe si fa più evidente se si tiene conto di due aspetti. Il primo, consiste nel parallelismo posto da Dal Bianco stesso in uno dei primi componimenti di introduzione alla figura di Tito.

64	Quando vidi costui nel gran diserto,
«Misere di me», gridai a lui,
«qual che tu si, od ombra od omo certo!»

67 Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patria ambedui.

[Dante, Inf. I, vv. 64-69]

ti ricordi di quando abbaiavi alle ombre
e eri vivo
più vivo di ora
e come noi sei diventato spaventosa notte
perso tu stesso, e ricordi.

[Stefano Dal Bianco, Ti ricordi Tito…, Paradiso]

Diversamente, una seconda evidenza si può trarre dallo statuto che entrambi questi due personaggi condividono. Se infatti al poeta latino era negato accesso al Paradiso, non avendo questo mai ricevuto il battesimo, anche Tito risulta impossibilitato a scorgere quel estetico e estatico Paradiso che l’io narrante di Dal Bianco incontra più volte lungo il corso delle passeggiate in campagna.

        Un certo raggio della luna bianca di stanotte
ha attraversato il cielo e ha raggiunto me
il cane Tito e poi l’asfalto.
Io in ritardo me ne sono accorto, il cane Tito
credo era distratto
e l’asfalto ha luccicato per un attimo
sostituendosi con garbo alla
inadempienza di Tito
e alla mia.

[Un certo raggio della luna bianca di stanotte…, Paradiso]

A differenza di Virgilio però, l’impossibilità di Tito di accedere a determinati sentimenti è da comprendere nel carattere prettamente filosofico della narrazione. Il cane infatti, per dirla alla Heidegger, per sua natura non è un ente privilegiato, non possiede cioè il cosiddetto duplice primato ontico-ontologico, condizione necessaria per accedere all’Evento, per godere quindi dell’esperienza di ritrovarsi nella radura.

       Quando nel camminare uno viene sopraffatto
da gelsomini e oleandri a fine primavera
non pensa mai a quanto quel profumo forte
possa ferire il naso del suo cane
che in effetti finge indifferenza
e tira dritto senza batter ciglio:
è lì che si indovina quanto
la fragranza del mondo
sia studiata per noi, per noi soltanto
che aspirando alle più alte sfere
rischiamo di dimenticare tutto il resto.

[Quando nel camminare uno viene sopraffatto…, Paradiso]

Quest’asimmetria esperienziale viene così a declinarsi come un meno, anche se, all’interno delle dinamiche della raccolta, quest’aspetto genererà la condizione utile affinché Tito possa in un certo senso aiutare l’io narrante nel suo viaggio. Il cane infatti, grazie al suo vivere e percepire la realtà così diversamente rispetto all’io narrante, permette a Dal Bianco di avere davanti a sé sempre un qualcuno con cui confrontarsi, un “Altro da sé” con cui relazionarsi, qualcosa che permetta di chiarire e declinare progressivamente la sua stessa esperienza.

       Una volpe perfetta, coricata su un fianco
senza ferite visibili o altro.
E Tito ha fatto cose strane:
non si sa se per solidarietà animale
o per scarsa dimestichezza con la morte
il muso le strusciava sul pelame grigio
dal basso in alto dandole colpetti
come per dire alzati che fai
non farmi questo sgarbo.

Ho fatto loro qualche foto
che guarderò con calma per capire
se quello che significava Tito
era la verità in sé
oppure se anche lui
aveva preferito non capire.

[Una volpe perfetta, coricata su un fianco…, Paradiso]

Un ultimo aspetto da considerare è poi il ruolo simbolico che viene affidato al cane, quello di deiezione contingente dall’Esserci. Attraverso la sua indifferenza verso determinati aspetti dell’esperienza, Tito molto spesso è l’unico capace di riportare l’io narrante sul piano delle cose pratiche, l’unico quindi in grado di limitarne l’esperienza estatica, riportandolo sulla “terra”, salvandolo in un certo senso dal suo stesso rapimento.

       e Tito ha il naso rasoterra
tutto il tempo perché tutto
profuma di qualcosa
e io ho il naso per aria
perché il profumo è altrove,
perché niente mi basta sulla terra.

[Tutto il paese dorme…, Paradiso]

puoi tentare di entrare nel bosco di querce,
puntare tutto sugli effetti che il tuo passo lento
produce sulla quantità di foglie secche.
Ma bisogna che il tempo dell’anno sia
primi di marzo,
che il tappeto di foglie sia secco,
e ci vorrebbe un cane, uno qualunque, intraprendente
che ti sorpassi e abbia dei pensieri suoi.

[Quando ti sembra che tutto sia perduto, tutto…, Paradiso]

c’è qualcosa in natura che si oppone
a tutto quanto scorre
e qualche cosa che nel correre si perde
non sappiamo se per sempre.
I fiordalisi sul sentiero
Sono l’una cosa e l’altra
e dell’una e dell’altra si farebbero garanti,
e così Tito forse, qualora la smettesse
di correre su e giù e di tuffarsi.

[Dire la quantità di fiordalisi al vento…, Paradiso]

In tal modo è facilmente comprensibile come la presenza di Tito diviene all’interno dell’intera raccolta un elemento essenziale per la ricerca dell’io narrante, il punto di ancoraggio attraverso cui quest’ultimo può perdersi, farsi rapire senza mai rischiare del tutto di eccedere nel suo assentarsi dal mondo degli oggetti concreti, senza mai perdersi completamente.

In conclusione.

Diviso tra semplicità, percezione, stati di rapimento e momenti di lucidità, il ritmo di Paradiso, volendo, è un perfetto esempio di circolarità in senso ermeneutico e, in questo senso, Dal Bianco approda a buon titolo in quella nuova forma tanto ricercata nei suoi precedenti lavori. Volendo azzardare, la raccolta segna da un certo punto di vista una svolta, nonché un nuovo punto d’arrivo per la poesia italiana. Fondato sul processo di esperienza e ricerca, nel testo, ciò che si viene a comporre è infatti un nuovo modo di fare lirica: una lirica che si costruire nel susseguirsi stesso dei testi; una lirica dell’esperienza odierna; una lirica basata sul processo di sviluppo al pari di una filosofia; una lirica che, in questo senso, non è più un tentativo o una prova di libertà, quanto piuttosto una lirica che fa delle atmosfere e dello strumento ermeneutico un uso preciso; una lirica capace di gettare ponti tra il protagonista e il lettore; una lirica svincolata quasi in tutto e per questo libera di quelle ossessivo-compulsive problematicità che infestano la poesia in Italia; una lirica tutta in somma; una lirica in su la cima; una lirica in grado di mostrare l’esistenza e, insieme, quella tanto bramata via d’uscita dalla frenesia della vita contemporanea.

130.     Non sien le genti, ancor, troppo sicure
a giudicar, sì come quei che stima
le biade in campo pria che sien mature;

133. ch’i’ ho veduto tutto ’l verno prima
lo prun mostrarsi rigido e feroce,
poscia portar la rosa in su la cima

[Dante, Par. XIII, vv. 64-69]

Nota finale: Il breve scritto qui proposto non è un paper, non va inteso come una recensione, né può essere tantomeno considerato un articolo sull’opera. Questa è una chiacchiera, un tipico dolce campano9, utile solo per friggere pasta e favorire forse, a chi interessa, una provocazione per nuovi spunti di lettura, una modalità di vedere differente, in/traverso.

Note

1 Il was ist della cosa.
2 Il wie es ist dell’esperienza.
3 Dal nostro punto di vista, sarebbe sicuramente utile e interessante porre in luce il possibile rapporto tra la natura di Dal Bianco e la visione del naturale lungo l’asse Zanzotto-Hölderlin-Heidegger, ma, come è ovvio che sia, ciò richiederebbe una trattazione diversa e di gran lunga più ampia. Qui si sta procedendo per stimoli e intuizioni, cercando, per analogia, di ridare solo una delle possibili chiavi di lettura di Paradiso.
4 In terra, cioè in quella reale e concreta terrarità che calpestiamo e abitiamo quotidianamente.
5 Il wie es ist dell’esperienza.
6 Mitsein anche qualora, di fatto, l’altro non sia né presente né percepito.
7 Stefano Dal Bianco, Ritorno a Planaval, Mondadori, 2001. / Stefano Dal Bianco, Prove di libertà, Mondadori, 2012.
8 La presenza di coprotagonisti che facciano parte della dimensione intima e privata dell’autore è una costante della poetica di Dal Bianco. A tal proposito, si veda il caso di Arturo in Prove di Libertà come anche il caso dell’io “minore” utilizzato in Ritorno a Planaval dall’autore per costituire molto spesso il “noi”. Ulteriore elemento d’interesse di questa scelta sta nell’impossibilità di un dialogo reale con queste figure. Queste presenze infatti svolgono molto spesso solo la funzione di innesco-pretesto per tentare dialoghi, avviare riflessioni, e quindi incedere in flussi di coscienza.
9 La regina Margherita di Savoia richiese un dolce al cuoco di corte napoletano Raffaele Esposito, il quale preparò delle frittelle, servendole appunto con il nome di chiacchiere.


Per approfondimento si rimanda come testi di riferimento



Risposte

  1. […] per ulteriori approfondimenti vi rimandiamo all’articolo su Paradiso di Stefano Dal Bianco [https://poesiainverso.com/2024/05/09/passeggiando-tra-nuvole-e-campagne-il-nuovo-paradiso-di-stefano…], nonché ai diversi testi e autori finora citati. Buona […]

  2. […] approfondire: Trovate su Inverso un articolo su Paradiso di Stefano Dal Bianco [https://poesiainverso.com/2024/05/09/passeggiando-tra-nuvole-e-campagne-il-nuovo-paradiso-di-stefano…], nonché un nostro editoriale su questo e altri temi […]

  3. […] un movimento, una prassi, nonché un metodo di scrittura e scritture che va affermandosi da più di un anno, auto-canonizzandosi all’interno del panorama poetico, per lo più indirettamente. Che questo […]

  4. […] Bottero, Ilaria Crocchini, Diletta D’Angelo, Marco Falchetti e Giuseppe Nibali; prefazioni di Stefano Dal Bianco, Tommaso Di Dio, Umberto Fiori, Carmen Gallo, Massimo Gezzi, Alfonso Guida, Fabio […]

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