In\traverso | I{m}materiali.
Poesia e nuove ricerche estetiche.
Anche quando sembra parziale, la sua ricerca è sempre totale. Non appena ha acquisito una certa abilità in un campo, si accorge di averne aperto un altro, in cui tutto ciò che ha espresso precedentemente va ridetto in un altro modo. Ciò che ha trovato, non lo possiede ancora, lo deve ancora cercare, la scoperta è quel che chiama nuove ricerche.
[Maurice Merleau-Ponty, L’occhio e lo spirito]
Intraversare significa porre attraverso, creando ostacoli; impedire una determinata azione; arare il terreno in senso trasversale ai solchi già fatti; di cavalli, procedere trasversalmente, per difettosa conformazione delle gambe. In\traverso, in tal senso, è una rubrica, una serie di interventi, una ricerca filosofica incentrata sulla poesia e sulle poetiche di determinati autori passati, quanto contemporanei.
Per fare questo, non si può che procedere trasversalmente, ignorando i metodi specifici di una certa critica letteraria, quella secondo cui approcciarsi a un testo si esprime compilando, più o meno esplicite, schede di valutazione. In\traversare ha quindi lo scopo di porsi in primis tra le poetiche e la critica letteraria, arare il terreno secondo nuove logiche, in senso obliquo (non contrario), leggere con occhi diversi, generare alternativi e inediti metodi di interpretazione, riportando la riflessione su piani più larghi, più profondi.
“Belli erano i tempi quando di una certa poetica si poteva fare filosofia!” – direbbe qualcuno. Ciò che tenteremo qui, infatti, non è nulla di strano, azzardato o avulso alla storia della critica letteraria. L’operazione che si sta facendo, in realtà, è un lavoro di recupero di una vecchia tradizione, quella che in Italia ha portato per la prima volta in luce il pensiero di alcune filosofie, oggi studiate nelle scuole quanto nelle università1.
Al di là dei risultati di questa ricerca2, In\traverso avrà come obiettivo principale riaprire quegli spazi di dialogo tra le discipline, permettere l’emergere di nuove possibili riflessioni sulla poesia, nonché al di là di essa, fornire a tutti accesso a determinate ricorrenze del contemporaneo permettendo così di riconoscerle e riflettere su di esse in quanto fenomeni del nostro tempo, a cui non possiamo più riferirci secondo un solo punto di vista per poterli comprendere realmente.
«après nous, le déluge!». E che sia nostro, in questo,
l’impegno di calare per primi in mare le scialuppe.
- Caso emblematico, ovviamente, è quello di Francesco De Sanctis in Schopenhauer e Leopardi (1858), dove arrivò a affermare, con tutte le possibili critiche del caso, che «Leopardi e Schopenhauer sono una cosa. Quasi nello stesso tempo l’uno creava la metafisica e l’altro la poesia del dolore. Leopardi vedeva il mondo così, e non sapeva il perché. […] Il perché l’ha trovato Schopenhauer con la scoperta del Wille.». ↩︎
- La quale non punta in alcun modo a cambiare le cose. ↩︎
#1.2 | I{m}materiali | Un intervista a Tonino Griffero.
in ascolto: https://open.spotify.com/intl-it/album/1NiyqXNZGyPkHdM4gBy9ii?si=0oOwTs15Thmr71WuC0YIgg
Inverso: Salve Tonino, è un piacere averla qui con noi. Per chi tra i nostri lettori non la conosce, ci potrebbe preliminarmente introdurre al suo lavoro che, oramai, da molti anni la tiene occupato nello studio di quelle che sono le atmosfere? Partendo dalla sua esperienza, quando e come si è interfacciato a questa corrente?
Griffero: La scoperta è avvenuta leggendo Gernot Böhme, e poi risalendo alla sua fonte principale (su questo tema) e cioè Hermann Schmitz, il fondatore della cosiddetta Nuova Fenomenologia[1]. In un certo senso confermando la mia precedente convinzione che ciascuno di noi sia influenzato dai luoghi in cui vive e dalla tonalità emotiva che li pervade, mi resi ben presto conto che era possibile sviluppare una riflessione estetologica (pertinente cioè alla mia disciplina accademica) che non fosse colonizzata dalla tradizionale definizione dell’estetica come filosofia dell’arte e che potesse focalizzare l’esperienza che più generalmente ci accade di fare nel cosiddetto “mondo della vita” (non dunque sul piano sperimentale delle scienze naturali). Dalla “aistetica” di Böhme a una fenomenologia dell’esperienza al centro della quale vi è il “come ci si sente qui e ora” (Schmitz fin dal 1964) il passo è stato tanto breve quanto impegnativo.
La lettura del System der Philosophie di Schmitz (1964-1980, 10 voll.) è stata poi ovviamente determinante nel persuadermi a fare dell’indagine sui sentimenti atmosferici, considerati come potenze percepite nello spazio pericorporeo esterno all’individuo e pertanto irriducibili ai suoi privati stati d’animo (e alla loro eventuale proiezione sul mondo esterno), un punto di partenza per una estetica che ho chiamato “patica” in quanto focalizzata non tanto su ciò che l’individuo fa, quanto su ciò che sente (e come sente) in ciò che gli accade (soprattutto) involontariamente, e su questa base anche orientata a una critica radicale del riduzionismo razionalista dominante nella tradizione intellettuale occidentale.
Il nome “atmosferologia”, tratto da un capitolo del mio libro sull’argomento (2010), risponde all’esigenza di conferire una denominazione unitaria (ma comunque filosofica nel non rinunciare al logos e alla concettualizzazione) a un campo di indagini che nel frattempo si è esteso anche interdisciplinarmente e che, pur ovviamente partendo da “metafisiche influenti” diverse e giungendo di conseguenza anche a esiti teoretici significativamente differenti, si riconosce quanto meno in quello che ho definito altrove (2019) un vero e proprio “atmospheric turn”, ossia nell’attenzione alla centralità in ambito umanistico della dimensione affettiva e corporea, detto altrimenti al “come” della nostra esperienza piuttosto che al suo “che cosa” e “perché”.
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Inverso: Cercando di ridare uno schema generale a chi non si è mai approcciato a questo tipo di studi, come definirebbe questo campo di studi? Di cosa si occupano nello specifico?
Griffero: L’atmosferologia (un termine che da me introdotto peraltro non tutti coloro che studiano le atmosfere adottano) si occupa, come si anticipava, della esperienza e percezione “ingenua”, considerandola degna di un’analisi autonoma da quella offerta dalla psicologia e dalle scienze cognitive (o, peggio ancora, dalle neuroscienze). Come dimostra la sua immediata ricezione in alcune delle sfere meno facilmente riconducibili a parametri reificati e quantitativi (architettura, geografia antropica, psicopatologia fenomenologica, media studies, medicina alternativa, arte, ecc.), l’approccio atmosferologico – detto in modo estremamente sintetico – consiste per me nell’indagine della risonanza delle atmosfere nella dimensione proprio-corporea di chi ne fruisce (non nel corpo fisico cioè ma in quello “vissuto”, ossia per come lo sentiamo nell’esperienza di prima persona e non per come appare a sé e ad altri dall’esterno e secondo parametri fisicalistico-quantitativi).
Promuovendo e sviluppando la già articolatissima fenomenologia del Leib proposta da Schmitz (dal 1965 innanzi) e facendo tesoro dell’”etica patica” di Böhme, si tratta infatti di non rifugiarsi nella intrinseca vaghezza dell’esperienza atmosferica, da tutti riconosciuta ora come un difetto ora come un valore aggiunto, bensì di spiegare nella maniera più precisa possibile ciò che è e deve restare vago: ad esempio, che cosa siano le atmosfere, quale tipo di spazio esse tonalizzino, quale relazione esse instaurino col soggetto percipiente, quale sia la condizione di possibilità del loro manifestarsi (sono generabili intenzionalmente oppure sfuggono a ogni pianificazione umana?), in che misura siano una qualità olistica gestalticamente [psicologia della Gestald] non riconducibile in modo esaustivo alle sue componenti, in che modo agiscano come “affordances”, ossia inviti non tanto a fare qualcosa ma a sentire qualcosa, magari pure indugiandovi contemplativamente, se esse siano oggetti di percezione diretta oppure fungano solo da condizione di possibilità (kantianamente) intransitiva delle singole percezioni transitive, se siano l’esito di una percezione sinestetica o meno, e se possano sopravvivere alla sicuramente più influente atmosfera della “prima impressione”, se siano tutte della medesima intensità o possano differenziarsi per intensità, grado di autorità e livello di indipendenza dalla relazione col soggetto. E così via. Ce n’é abbastanza – credo – per capire come l’atmosferologia possa candidarsi ad assumere un ruolo importante negli studi fenomenologici ed estetici (o meglio: estetologici) che programmaticamente escludono per quanto possibile presupposti cognitivisti e attivistici.
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Inverso: In un nostro preliminare colloquio abbiamo parlato di limiti e potenzialità del discorso sulle “atmosfere”, nonché sull’uso e il possibile abuso di questo termine nel prossimo futuro. Non è infatti raro che determinate teorie e pensieri una volta raggiunto un pubblico più vasto siano incappate in processi di misunderstanding e uso improprio di questi termini. A tal proposito, quando parliamo di atmosfere, in quale chiave possiamo intendere questo concetto? Quali sono gli accorgimenti che possiamo adottare per non sbagliare?
Griffero: Il rischio è appunto quello che, come è accaduto in effetti a ogni supposto “turn” del Novecento (basti pensare a quello linguistico, poi anche ermeneutico e semiotico), l’uso indiscriminato della nozione di “atmosfera” possa generare una saturazione e un approccio tanto indeterminato da risultare privo di esiti fecondi. Il solo modo per evitarlo consiste, secondo me, nel preservare per quanto possibile integro il retroterra più filosoficamente intransigente sotteso dall’atmosferologia (quanto meno dalla mia) – la lotta contro il paradigma psicologistico-introiezionistico-riduzionistico, direbbe Schmitz – e mantenere quindi il concetto stesso di “atmosfera” entro certi confini di applicazione.
L’atmosfera, infatti, non è semplicemente un sentimento, uno stato d’animo, un’emozione, un affetto, un mood: è qualcosa che, differenziandosi ora più e ora meno da questi, a) ha a che fare con una spazialità che gli altri stati affettivi qui elencati non necessariamente presuppongono; b) non ha nulla a che fare con lo stato d’animo (presuntivamente) interiore, anzi quest’ultimo ne è eventualmente solo l’esito (filtrato soggettivamente e proprio-corporalmente); c) fa a meno di una ontologia fondata sulle cose e preferisce prestare attenzione a quelle entità fluide, immateriali e intermittenti che ci influenzano (hanno un’agency) ben più di quanto si pensa e che chiamo “quasi-cose” (fenomeni metereologici, luce, vento, ma anche sguardo, vergogna, dolore, ecc.); d) mette in crisi l’ontologia reista prevalente in Occidente portando alla luce quella dimensione della “traità” (in-between; Zwischenheit) che opera ben prima che la relazione soggetto/oggetto sia costituita e solidificata; e) non si lascia ricondurre al relativismo emozionale, se non altro perché a differenza del sentimento suscitato nel soggetto l’atmosfera che lo suscita ha una carattere di quasi-oggettività con valore quasi sempre anche intersoggettivo. Tenendo fermi questi (e altri) punti qualificanti di una proposta filosofica certamente provocatoria ed eterodossa rispetto tanto ai saperi “esperti” quanto alla loro ricaduta nel senso comune, l’atmosferologia potrebbe forse evitare di consumarsi rapidamente. Ma occorre fare una scelta teorica preliminare e piuttosto radicale, laddove invece, prevedibilmente, la maggior parte degli studiosi (nei diversi campi) delle atmosfere spesso usano la nozione semplicemente per indicare quanto in precedenza era chiamato, con termini evidentemente ritenuti meno trendy oggi, “spirito del tempo”, “tonalità emotiva”, ecc.
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Inverso: Riguardo sempre al futuro, lei diversi anni fa, in un’intervista per Philosophy Kitchen [2], alla domanda sull’attuale panorama filosofico si definì pessimista per via della sua inespressa capacità di ‘scrivere nel presente’, cioè la sua mancata presenza nel dibattito pubblico. In questi ultimi anni in Italia come all’estero sembra che gli studi sull’atmosferologia stiano iniziando a riscuotere un certo successo, cosa ne pensa rispetto al lavoro che è stato fatto? Cosa si può fare di più per riportare la filosofia nel dibattito comune?
Griffero: La domanda è piuttosto complessa e insidiosa. Con “presente” e “presenza” intendo anche una dimensione spazio-temporale a cui la filosofia novecentesca, ossessionata da nostalgismi o utopismi, ha prestato ben poca attenzione, per ragioni ontologiche (l’essere è altro dalla semplice presenza: Heidegger), ermeneutiche (il senso non è manifesto in ciò che infatti necessita di interpretazione o decodifica: ermeneutica e semiotica), politico-filosofiche (spendersi su ciò che è presente significherebbe fare l’apologia dello status quo anziché dedicarsi al cambiamento storico-sociale: Scuola di Francoforte) ed epistemologiche (il presente sfugge nella sua imprendibile istantaneità a qualsiasi riflessione e fa segno a una esperienza che sconfina nell’autobiografismo letterario). E invece l’atmosferologia punta proprio a rendere possibile una riflessione, il meno possibile astratta, sulla presenza/presente delle situazioni in cui ci si trova e sulla loro influente qualità affettiva, senza, per così dire, rifugiarsi nel “miracoloso” differimento del senso.
Ma mi rendo conto che la sua domanda riguarda qualcosa d’altro, e cioè il ruolo della filosofia nel dibattito pubblico. Effettivamente, rispetto a qualche decennio fa, è molto più raro incontrare un filosofo che (in quanto filosofo e non per qualche altra sua occasionale competenza) possa dire la sua su quanto accade nel mondo, in ciò facendo del panorama editoriale-pubblicistico italiano qualcosa di sempre più simile a ciò che quasi da sempre accade nella cultura anglofona, dove ben di rado, infatti, un filosofo riesce a diventare un “opinionista” e viene pertanto relegato nella sua “presunta” cultura specialistica. E le tendenze cosiddette “analitiche” (oggi cognitiviste e neuro-qualcosa) provenienti appunto dal mondo anglofono hanno contribuito a questo esilio della filosofia dal dibattito pubblico. Ben vengano quindi filosofi che hanno il coraggio di invertire questa tendenza, assumendosi il rischio di proporre degli “affreschi” filosoficamente orientati che intercettano il presente e forniscono ai giovani (studiosi e non) dei punti di orientamento (ovviamente il più possibile seriamente fondati e non solo “modaioli”) anziché l’ennesimo, vuoto dibattito su, ad esempio, alcune ultra-specialistiche argomentazioni logiche di qualche oscuro filosofo americano (o australiano, nord-europeo, ecc.).
Insomma, se la filosofia non è certo la continuazione della politica con altri mezzi, di certo (per me) dovrebbe essere, o tornare a essere, una componente essenziale della “critica della cultura” (il cui punto di partenza è appunto sempre il presente). Un primo passo in questa direzione è compiuto anche dall’atmosferologia, quando essa si interroga sul rapporto tra atmosfere involontarie o pianificate, sul grado di manipolazione delle seconde, più in generale sulla necessità di una “competenza” atmosferologica a livello non solo creativo (come si generano con successo le atmosfere?), ma anche ricettivo e critico (come si distinguono quelle manipolative dalle altre? come è possibile immergervisi, ma avendo pur sempre l’opportunità di riemergere prendendo eventualmente anche le distanze da quanto si è “provato”?, ecc.). Questo, però, senza rinnegare l’idea che il primo gesto rivoluzionario dell’atmosferologia consiste già solo nel prendere atto che si è molto più manipolati dall’atmosfera che paranoicamente si è convinti di poter respingere o aggirare atarassicamente che non dall’atmosfera a cui ci si espone paticamente (almeno in un primo momento) per cercare di usufruire di quella ricchezza esistenziale-motivazionale che solo il coinvolgimento affettivo in ultima analisi davvero garantisce.
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Inverso: In ambito letterario l’Atmosferologia di recente sta muovendo i suoi primi passi, aprendosi in questo senso a diversi possibili sviluppi teorici di quelle che comunemente vengono chiamate atmosfere letterarie. In ottica filosofica, potrebbe accennarci a cosa facciamo riferimento quando parliamo di atmosfere in letteratura? Sinteticamente, all’interno di un testo, quali possono essere gli elementi utili alla creazione di senso, secondo un profilo prettamente atmosferologico?
Griffero: Qui il lavoro è finora assolutamente insufficiente. Non basta, infatti, interrogare i testi per scoprirvi una sorta di testimonianza della loro epoca e cultura, indagare ad esempio l’atmosfera di questo o quel romanzo, ecc. Si tratta, piuttosto, andando oltre i pur pregevoli tentativi di Gumbrecht, di studiare la relazione tra il “clima” atmosferico di un periodo storico (cercando di essere il meno generici possibile) e la variazione-declinazione che una certa opera letteraria ne offre, magari neppure attraverso gli elementi strettamente diegetici, bensì le scelte stilistiche che a prima vita paiono lontane dall’atmosfera (punteggiatura, impaginazione, ecc.), in generale ricorrendo ai meccanismi proprio-corporei insiti nelle scelte operate dall’opera e risonanti nel lettore. Impegnandosi più dunque sull’alone affettivo-corporeo sprigionato dall’opera che non sulle sue scelte strettamente semantiche.
Ma, ripeto, siamo in questo campo veramente solo all’inizio. Il che vale, peraltro, per tutta la cosiddetta “grande” arte (più agevole la sua applicazione risulta, infatti, in settori come la propaganda politica, la pubblicità, la scenografia, ecc.), in quanto, come mi è accaduto più volte di sottolineare altrove, se l’atmosfera non è un sentimento che può essere vincolato alla sola esperienza dell’arte (in questo caso letteraria), neppure l’opera d’arte, nella sua ricca stratificazione storico-simbolica, può mai essere esaustivamente ricondotta alla dimensione atmosferica. Piuttosto, l’indagine atmosferica della letteratura può rivelarsi un indispensabile complemento filosofico utile per evitare le secche sia del biografismo psicologistico sia dell’anonima e quasi algoritmica semantica strutturalista, ponendo così l’accento sugli innumerevoli aspetti del testo letterario (a cominciare dalla fonosimbolica per venire ai deittici e alla punteggiatura) che questi due orientamenti fatalmente tralasciano.
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Inverso: Al di là di questa primo movimento di studi che, a partire da alcuni casi della letteratura, muove verso possibili nuove frontiere della teoresi, secondo lei in futuro potrà anche ribaltarsi l’orientamento con cui vediamo attualmente l’atmosferologia in ambito letterario? Potenzialmente, potranno mai esistere delle scritture in grado di imporsi in letteratura, partendo da un orientamento prettamente filosofico e/o atmosferologico?
Griffero: Il problema non è che la letteratura possa generare atmosfere. Lo fa sempre e da sempre. Il problema è semmai quello di capire meglio come il testo le susciti, come e se vengano recepite, se siano comunicabili anche a lettori di diversa epoca e/o cultura, ecc. In breve, se e come possa svilupparsi una atmosferologia letteraria che non ricorre ai testi letterari solo come exempla eminenti di atmosfere percepibili anche nella vita quotidiana (io stesso mi sono spesso mosso solo in questa direzione), ma vi sappia piuttosto ravvisare qualcosa di specifico, ossia di possibilmente diverso da quanto accade in altre forme d’arte e magari anche nell’esperienza ordinaria. Ma qui il filosofo lascia necessariamente la parola allo studioso di letteratura, come fa del resto ogni volta che ci si interroga sulla “applicazione” (termine assai riduttivo!) dell’approccio atmosferologico a un determinato campo disciplinare o a una specifica sfera culturale.
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Inverso: Ritornando a aspetti più generali di questa teoria. A proposito del primato degli stati affettivi che tenta di porre in luce la Nuova Fenomenologia, cosa pensa invece di tutte quelle diverse teorie che stanno prendendo piede negli ultimi anni e che vedono in questo secolo del digitale un’epoca del post-umano (arrivando in certi casi a configurare possibili scenari futuri al limite della distopia come accade nel pensiero cyberpunk)? In controtendenza al progressivo e infestante distaccamento dalla sfera empatica che si sta osservando negli ultimi decenni, l’atmosferologia può in questo senso porsi come un antidoto rispetto a quell’idea di un mondo analiticamente poco vivo, intuibile solo per oggetti, intenzioni e schizofrenia?
Griffero: Come ho detto sopra, l’atmosferologia sfugge in linea di principio all’esperienza artificiale, che sia quella dello psicologo in laboratorio, del neuroscienziato con le sue (assai retoriche) immagini colorate delle aree cerebrali, dell’artista digitale, ecc. Questo non significa però rifiutare un confronto con le nuove tendenze (postumano compreso, ammesso che ne sia chiaro il senso…), ma ravvisare in esse il venir meno di qualcosa che (solo al momento?) non pare rimpiazzabile, e cioè l’esperienza involontaria e “ingenua” di ciò che ci accade. La sfida, dunque, consiste tanto nell’interrogarsi su quanto siano atmosferogeni questi nuovi orientamenti creativo-epistemologici quanto sul metterne in luce però i limiti. Prendiamo il caso, davvero emblematico, del cervello: per quanto l’epistemologia naturalistica che presiede alle neuroscienze ne parli in modo banalmente apologetico e ne faccia l’asse portante dell’intera esistenza, quasi fosse la soluzione a ogni problema dell’umano, rimane un dato fenomenologicamente indiscutibile: e cioè che non è mai il cervello a pensare, valutare e tanto a meno a “sentire”, ma solo l’essere vivente nella sua interrelazione circolare con l’ambiente (di cui sono parte appunto le atmosfere come qualia immanenti alla realtà esterna), magari “anche” attraverso il cervello.
Non ha alcun senso, pertanto, credere di poter “localizzare” neuralmente un sentimento, sia perché tale procedura non pare fornire una spiegazione specifica di tale stato affettivo (nella stessa area cerebrale spesso sono localizzati tanto l’amore per una persona quanto la passione per il cioccolato…), sia perché anche una riuscita localizzazione non ci direbbe proprio nulla sulla qualità assolutamente specifica (primo-personale) di tale sentimento. Questo penso possa valere, detto grossolanamente, per molte altre “presunte” rivoluzioni tecnoscientifiche. Sicuramente auspicabile è uno studio, ad esempio, della atmosfera e del tipo di comunicazione proprio-corporea a cui dà origine il collegamento digitale, ma mi pare fuori dubbio che esso risulta su entrambi i piani (atmosferico e proprio-corporeo) per forza di cose assai più povero e deficitario del dialogo “in presenza”. Ma anche su questo il filosofo deve mantenere una posizione per quanto possibile elastica, ossia cercare di verificare se e come gli esperti di un certo settore scoprano qualcosa di inedito e specifico (e quindi utilie anche sul più generale piano filosofico-atmosferologico).
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Inverso: In conclusione, lei dopo tutti questi anni di studi e ricerche, personalmente cosa pensa della Nuova Fenomenologia e dello studio delle atmosfere? La filosofia, anche più generalmente, può ancora essere un’arma per riflettere sulle condizioni del presente, portando nuovi stimoli e modi di osservare e studiare la realtà anche all’interno di quelle discussioni comunemente intese come ‘pratiche’ come è avvenuto per buona parte del secolo scorso?
Griffero: Non so se la filosofia nel passato sia davvero stata in grado, come dice lei, di avere un ruolo nelle discussioni “pratiche”. Non ne sarei così sicuro. In ogni caso, un riflesso sulla situazione del proprio tempo ce l’ha pur sempre anche una filosofia che, come la Nuova Fenomenologia, respinge a limine qualsiasi palese finalità pragmatica. Ha un effetto su di noi, anche sulla prassi quindi, anche il pensatore che rifiuta i paradigmi dominanti (anche quelli che subordinano il teorico al “pratico” o al cosiddetto “concreto”). In fondo, uno dei mali del nostro tempo è proprio il privilegio post-illuministico conferito all’agire finalistico, alla volontà come qualità essenziale, all’essere (presumere di essere) soggetti autonomi e padroni di ciò che accade, con la conseguenza grottesca di fare di ciò che ci “accade” qualcosa di sempre e solo storico-culturalmente “costruito”. Anche riconoscere, atmosferologicamente, che nessuno è davvero del tutto padrone in casa propria, non solo evita appunto la tentazione paranoica di vedere ovunque alienazione e manipolazione, ma ci riappacifica (ri-sintonizza) entro certi limiti col nostro ambiente (in senso lato).
L’esigenza di risonanza qualche anno sottolineata sociologicamente da Hartmut Rosa trova proprio nell’approccio atmosferologico un lavoro congeniale ma forse ben più critico e strutturato. Intendiamoci: nessuno s’illude che mostrando un modo diverso di pensare all’affettività – i sentimenti non sono dentro ma fuori, atmosfericamente diffusi in un certo spazio (vissuto, non geometrico) e fuori dal nostro controllo – si possano rovesciare duemila anni di introiezionismo e riduzionismo, evidentemente risultati vantaggiosi rispetto a qualche finalità pedagogico-pragmatica dell’essere umano. Sarà però sufficiente liberarsi dallo strabismo a cui il paradigma dominante ci ha abituati per capire (e “sentire”) che una visione del mondo diversa è pur sempre possibile (e per certi versi perfino criticamente coesistente con quella naturalistica). Di più: che una estetica patica e neo-fenomenologica pare pur sempre il modo migliore di dar conto di quella dimensione soggettivo-esistenziale che il riduzionismo dominante ha erroneamente esiliato in un non meglio precisato black box (anima, psiche, mente, cervello), da cui, non casualmente, nessuno sa spiegare adeguatamente come il soggetto possa uscire per essere autenticamente “nel-mondo” (come indubbiamente ciascuno di noi “sente”).
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Inverso: Perfetto professore, penso sia tutto. Noi, la salutiamo e ringraziamo per il suo tempo.
Per approfondire: Trovate su Inverso un articolo su Paradiso di Stefano Dal Bianco [https://poesiainverso.com/2024/05/09/passeggiando-tra-nuvole-e-campagne-il-nuovo-paradiso-di-stefano-dal-bianco/], nonché un nostro editoriale su questo e altri temi [https://poesiainverso.com/2024/06/10/editoriale-immateriali-per-una-lettura-del-presente/]. A voi, una buona lettura.
Tonino Griffero | Biografia
Tonino Griffero, laureatosi in filosofia sotto la guida di Gianni Vattimo, è professore ordinario di estetica nell’Università di Roma “Tor Vergata”, nonché traduttore e filosofo italiano. È direttore delle collane editoriali “Percezioni. Estetica & Fenomenologia” (Christian Marinotti, Milano, dal 2010; http://marinotti.com/cerca/percezioni); “Sensibilia” (Mimesis, Milano, poi in “Studi di estetica”, dal 2007; https://sensibiliacolloquium.com/; https://sensibiliacolloquium.com/issues/); della rivista “Lebenswelt. Aesthetics and Philosophy of Experience” (https://riviste.unimi.it/index.php/Lebenswelt); del blog “Atmospheric Spaces” [https://atmosphericspaces.wordpress.com/] e della collana “Atmospheric Spaces” (Mimesis International; https://mimesisinternational.com/category/atmospheric-spaces/. Negli ultimi quindici anni si è occupato della ricezione, traduzione e interpretazione critica del pensiero della Neue Phänomenologie, nonché di diversi studi e autori intorno al tema dell’Atmosferologia e alle sue possibili implicazioni in altri ambiti.
Libri recenti: Atmosferologia. Estetica degli spazi emozionali (Roma-Bari 2010; Milano-Udine 2017; trad. inglese, London-New York 2014); Quasi-cose. La realtà dei sentimenti (Milano 2013; trad. inglese, New York 2017); Il pensiero dei sensi: Atmosfere ed estetica patica (Milano 2016); Places, Affordances, Atmospheres: A Pathic Aesthetics (London-New York 2020); The Atmospheric “We”: Moods and Collective Feelings (Milano-Udine 2021); Being a Lived Body. From a Neophenomenological Point of View (London-New York 2024).
In anni recenti ha curato con G. Moretti, Atmosphere/Atmospheres: Testing a New Paradigm (MilanoUdine 2018), con G. Francesetti, Psychopathology and Atmospheres: Neither Inside nor Outside (Newcastle upon Tyne 2019; trad, it. ampliata, Psicopatologia e atmosfere. Prima del soggetto e del mondo, Roma 2022), con M. Tedeschini, Atmospheres and Aesthetics: A Plural Perspective (Basingstoke 2019)









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