Alessandro Broggi | Sì

a cura di

Luigi Riccio

12–18 minuti

|

Alessandro Broggi | Sì
La linea editoriale

comitato di redazione: Luigi Riccio, Silvia Atzori, Rebecca Garbin, Francesco Ciuffoli

* * *

Il ritratto in copertina è di Anjee Veronica del Zotto

Nota critica a cura di Silvia Atzori

(Tic, 2024), di Alessandro Broggi, è un libro complesso che si pone all’interno di un percorso che comprende altri due titoli: Noi, che lo precede, edito nel 2021 da Tic, e il successivo Idillio, uscito nel 2025 con Arcipelago itaca. La riflessione al suo interno dimostra, infatti, un intento quasi programmatico di affrontare sistematicamente alcuni nodi fondamentali che mi sembra si possano ricondurre a tre macroaree: l’esperienza del mondo, il ripensamento della soggettività e la riflessione sulla scrittura. I tre ambiti di indagine sono costantemente l’uno il risvolto dell’altro, in un rapporto di necessaria reciprocità.

Nonostante l’ordine dei capitoli interni al libro sia tale da suggerire un impianto tutt’altro che lineare, mi sembra che si possa rintracciare nel primo testo (Quarantuno) una sorta di esposizione proemiale della materia che il libro tratterà e che pare essere, in effetti: “un annegamento materiale che non ti costa la vita, che si tratti della gratitudine che accompagna le interazioni a cui partecipi o dei prossimi episodi che hanno a che fare con la tua disposizione di fronte alla totalità delle cose” (p. 11).

Questa totalità delle cose, immediatamente gettata sulla pagina, sembra proprio il grande argomento di che, con il suo tessuto linguistico vorace, sia per i contenuti che per le modalità formali, compie un movimento di accoglienza radicale nei confronti del mondo, inglobandolo in tutti i suoi aspetti. Il mondo, presentato sotto una chiave di lettura che ha qualcosa in comune con l’approccio fenomenologico, si presenta come insieme fittissimo di continui stimoli esperienziali: un contenuto irriducibilmente plurale, che non si può non ricevere. L’affermazione, il diventa quindi un intento, una posizione etica nei confronti del reale: “è possibile solo dire sì, il no non è più concepibile: tutto ciò che non accolgo provoca divisioni e qualsiasi forma di separatezza genera di per sé conflitto” (p. 59). I corrispettivi stilistici di tale atteggiamento sono diversi e segnalano la continua immersione nel tessuto esperienziale che è il reale: si fa ampio uso dei tempi presenti, del gerundio e di deittici temporali, tutti segnali che rimarcano una compresenza costante, una contemporaneità che riguarda anche il rapporto tra l’atto di scrittura e il suo contenuto. Lo stesso tessuto linguistico, esito di un’attenta operazione di cut up e rielaborazione delle citazioni più svariate è un ulteriore e forse ancor più radicale atto di accoglienza. Inoltre, proprio come necessità di un centro percettivo è possibile interpretare la presenza del tu di cui l’autore fa ampio uso nel testo e che risulta essere un interessante cortocircuito tra uno degli espedienti più triti della tradizione lirica e una sorta di you narrative massimamente immersivo. Del resto, “tu è un pronome vuoto, che designa un centro deittico occupabile da qualunque destinatario”, come riporta la citazione di Benveniste, posta in esergo.

Accanto al mondo e nel mondo, dunque, il soggetto. Esso, tuttavia, non conta se non proprio in quanto esperiente del mondo che abita. “Chi sta relazionandosi con queste situazioni?” (p. 15) ci si chiede, ma lo stesso capitolo Quarantadue, aperto da tale domanda, si chiude con quella che si direbbe una risposta o, meglio, la dichiarazione di inutilità della domanda stessa, e cioè che “nella loro attualità tutti gli esseri e ogni situazione sono aperti, malleabili ed emergenti” (p. 16); l’autore sembra dire anche a tutti noi lettori, monadi occidentali viziati da una lunga tradizione individualista: “sei lo spazio che permette alla vita di scorrere” (p. 21), nulla di più. Questa visione produce una serie di personaggi dalle biografie intercambiabili, che sollevano inevitabilmente una questione non trascurabile: quella della narratività. Se può essere letto, come in diversi hanno già evidenziato, come un romanzo, esso è un romanzo in cui nulla di decisivo sembra accadere; contemporaneamente apre a tutte le possibilità dell’esistenza. Nella sezione Attività è contenuta un’ampia gamma di possibilità biografiche umane, tutte rigorosamente intercambiabili, tanti incipit tra cui nessuno merita di essere sviluppato oltre. In particolare, i mestieri, le attività umane che più di tutte ci permetto di collocarci in maniera utile nella società, sono disposti in un rapporto di costante giustapposizione, ma nulla ci dicono degli individui che le praticano; sono solo l’ennesima possibilità di manifestarsi dell’uomo: “Ti stremi a vendere antifurti, entri in una comune, apri una lavanderia industriale. I tuoi mestieri: antropologo forense, drammaturgo, meteorologo, sportellista, profumiere (…)” (p. 37)Per esprimere una condizione etica e narrativa in cui non contano gli enti, ma l’essere (sempre per come si manifesta all’umanità, non al singolo), Lorenzo Mari usa l’interessante nozione di transindividualità, una condizione in cui sembra possibile “Guardare le persone soltanto negli occhi ma non distinguerle più, vedere solamente il genere umano; non c’è altro che incontrare ogni situazione in piena consapevolezza.” (p. 65) In questo senso si colloca anche la reminiscenza di un tessuto enunciativo complesso, l’effetto di voicing dato dall’uso delle doppie virgolette, presente anche in Noi. Tuttavia, se nel libro precedente era possibile ricollegare la voce al personaggio, in è utile lasciare che l’effetto di sovrapposizione delle possibili posizioni enunciative prenda il sopravvento. Al termine transindividualità si è, giustamente, accostato quello di unanimismo e, infatti, i personaggi nel libro, come gli uomini del mondo, trovano la loro ragion d’essere nel ricordare al lettore le molteplici manifestazioni dell’umanità.

Solo nella sezione successiva, Comunicazione, alcuni tratti vagamente identitari dei personaggi si intensificano, ma tale fenomeno ha, ancora una volta, natura puramente relazionale: “il comunicare non è soltanto un’attività che veicola informazioni, ma è la forma nella quale esisti, ti connetti con un paesaggio di interazioni” (p. 71). Si delinea forse una relazione tra l’io femminile (Melania) e due personaggi in particolare: Maurizio e Humbert. In ogni caso, l’effettiva necessità di una biografia è costantemente messa in discussione (“se tolgo la mia biografia, il personaggio, questa storiella della mia identità (…) che cosa rimane?!” – p. 79) a partire dall’ordine arbitrario con cui essa viene presentata. Nel libro è presente, poi, una sezione chiamata Riavvio, dalla quale la numerazione dei testi riprende dall’inizio, ma tale inizio non corrisponde alle prime pagine del libro. Seguendo questo (dis)ordine cronologico, la morte è presentata prima rispetto ad altri eventi della vita dei personaggi, come l’esperienza dell’amore. Proprio nell’esperienza amorosa sembrerebbe valere la pena costituire un embrione lievemente più sviluppato di identità, ma solo in quanto punto di partenza per l’accesso all’Altro e, ancora una volta, come sparizione dell’io nell’Altro: “entrambi siamo stati con noi stessi e con l’altro completamente. Dove sei Maurizio? Cosa accade adesso?” (p. 92).

Dunque, l’Io è costantemente trasceso dal Noi, e rispetto a quanto accade in Noi, anche la narratività è trascesa dall’esperienza umana (unica grande Storia), perché non è più orientata nemmeno dai personaggi. Vale la pena abbandonare del tutto qualsiasi presunzione individualizzante: non esiste un principio ordinatore effettivo e la modalità magmatica, di compresenza continua e continua reversibilità è esattamente quella in cui si dà il mondo, quindi, tanto vale assecondarla. Nella rinuncia al discretum c’è la saggezza di un atto conoscitivo, il cui unico oggetto di scoperta non può che essere la consapevolezza dell’impossibilità stessa del conoscere: si può solo esperire. “Sarà interessante sperimentare il momento in cui non potrai più cessare di espandere tutti i tipi di esperienza. E ora divertiti a vivere in un mondo non descritto” (p. 65).

All’impossibilità di discernere, separare e, dunque, conoscere, dovrebbe corrispondere l’impossibilità di riportare. Invece, ciò non si verifica, proprio in virtù del fatto che la parola rinuncia a una presa sul reale, perché “Non c’è realtà al di là di ciò che definisci che sia: tutto è immaginazione”, come si legge nell’esergo, che riporta una “frase ascoltata da un satsang”. Si accede, quindi, a una dimensione di trascendenza, ma ciò non è in conflitto con la volontà della prosa in prosa di esserne priva: esiste, infatti, un’umanità che la scrittura non può che restituire costantemente, senza scartare nulla, nemmeno le possibilità che sembrerebbero mutualmente esclusive e per attingere a tale dimensione è inevitabile un atto di sconfinamento. Inoltre, dal momento che il mondo in sé è solo ciò che l’uomo si può rappresentare, la trascendenza unanimista e transoggettiva è la dimensione a cui si accede proprio tramite la scrittura. “Io sono Quello, tu sei Quello, tutto questo è Quello, soltanto Quello è, e non c’è nient’altro al di fuori di Quello” recita un passo dei Veda che riporta Broggi tra le numerose citazioni in esergo. Proprio di questa umanità, la cui contingenza non fa che rimandare a una dimensione comune e trasversale, è esempio Ultimo esempio, che, grazie all’aggettivo utilizzato, ci rivela e ci ricordala natura di tutto ciò che abbiamo letto fino ad ora: il manifestarsi dell’umano attraverso uomini.1





da (Tic, 2024)


da (Scioglimento)

Quarantadue

Sei implicata nei tuoi usi; levigate, messe a dettaglio, passate costantemente di mano, hai tante cose con cui giocare, ai vari livelli di sofisticazione che hai loro assegnato: plasmi, postuli, promuovi, moduli, destini. Assumi i tuoi apprendimenti e dispieghi i tuoi accumuli? Ricerchi i tuoi concetti dove puoi, spendi il tuo tempo, contempli le diverse possibilità, giri attorno alle tue figure. Assisti allo sfiorire e rifiorire corticale dei mondi sul varco di manufatti concreti e simbolici arbitrariamente malleabili, rinfrescabili, ricomponibili nel tuo sguardo in concatenazioni di senso: anche qui, ora, a ridosso di un’allegoria rassicurante o di una cognizione di conforto, assestata tra le penombre e lampi di calore, con i gomiti appoggiati ai panconi di cotto tra le andane…
Puoi forse concepire cose che non abbiano forma o colore? Stagioni di congegni compulsivi, ingranati l’uno nell’altro e a cui affidare le tue sensazioni, prosperano e si ripercuotono, cos’altro c’è da impartire? Meglio riprogrammarne il gusto e reiterarne il bisogno, dare vacanza ad algoritmi e fattispecie? “La luce dorata del tramonto distendeva la città dentro le sue proporzioni”, gli oggetti dalle mille facce fuggono verso la loro unica immagine: non sei attribuita ai tuoi intendimenti né a nulla di tutto questo, adesso o tra qualche tempo sarai pronta a diradare tutte queste maglie…
Senza più scevrare, arguire, soffermarti, non più intenta a rintracciare opzioni, a graduare, ad azzardare una spiegazione: incline infine a camminare sui palmi, ad accendere fuochi, a scommetter e indovinare senza posa. Affrancata da ragioni conclusive e stipulazioni limitanti, distolta da ogni autoamministrazione di significato, non più sottoposta a imperativi e sollecitazioni; non più occupata a elaborare enunciati autoconsolatori, a mettere a punto i disimpegni, a cercare di non morire. Sei presente invece alla tua percezione e sostenuta dal tuo stesso slancio: con il favore di osmosi incessanti, nell’agio di delimitare azioni o eventi momentanei senza definire attività e andamenti a lungo raggio, o suscitare schemi generali di significato; libera da ratifiche epistemiche e da autoconferme, avendone disinnescata l’impellenza, nell’assenza di paure convincenti, non più posta sotto alcun segno.


+ + +


Cinquantatre

Nel mezzo degli oceani, senza sponde, nell’eterno plasma osservando l’orizzonte tranquillo e senza increspature, “Piccoli branchi di saraghi nuotavano lenti, le procellarie volavano avanti e indietro e tutto acquistava risalto, nulla sarebbe stato più senza risonanza.
“Non c’era motivo di andare in qualunque altro posto perchè non c’era nessun altro posto, tutto raggiungeva la semplicità. Quando si muoveva, meditava, sognava, moriva, faceva esperienza di un solo spazio e tra queste azioni non c’era alcuna differenza”.
«Con un sospiro, e senza quasi uno spruzzo, scivolo nell’acqua».


+ + +


da (Riavvio)

Quattro

Dinamiche di eventi, lo spazio conosciuto, il vento dei secoli… passaggi stagionali, la polvere in un bosco. Senza aspettative su come le cose debbano andare, su come debba o non debba svolgersi l’esistenza, effetti diversi potendo a buon diritto derivare dalla stessa causa e lo stesso effetto da cause differenti… “Ha attraversato una via, poi un’altra”… «Le case qui sono sparpagliate senza alcun ordine e le strade costituite semplicemente dal ripetersi del transito, lungo percorsi che una volta consolidati non hanno precluso lo sviluppo di nuove abitazioni. Gli alberi sporgono sull’acqua e fanno ombra alle sponde, il canale scorre fra le murature e i fiori sono rossi». Oggi pomeriggio in fondo alle alzaie, equanimamente interpellato da scorci ghiaiosi e circondari balconati, bordeggiando i salisendi con i campi che si allungano dietro le costruzioni oppure dove abita lei – la rampa, l’impiantito, l’allegria, la sua faccia -, in che modo ti sorprende ora la vita, Maurizio?


+ + +

da (Comunicazione)

Diciassette

«Cancello ogni sabotaggio, abbandono qualunque resistenza, ricompongo le contraddizioni della mia vita, le accetto, depongo le armi e vivo in pace con me stessa». La sensazione di contentezza e di eccitazione è il tuo stato naturale… «Se posso fare una cosa, ma con gioia, è meglio. Se c’è dolore, non lascio più che si converta in tensione. Non c’è conflitto, non c’è paura. Non ho più bisogno di punirmi e di provare paura e vergogna: se non lotto contro me stessa l’energia continuerà ad aumentare, l’energia è gioia».
Indugi con Humbert dove piccoli spruzzi dal torrente atterrano morbidamente sulle siepi del retro, e poi trilli di uccelli, una gatta mezzo cieca, libellule scarlatte e – per tanto che tu possa intuire le parole non dette, farci conto, e suscitare una sana risata di consenso – ecco tra voi a intervalli un esaurirsi di sottintesi, incontro a quello che sei in grado di cogliere, di scegliere in questo momento, nelle frequenze di incontro e separazione in fondo al suo giardino.
«Il cielo è sereno e ci sono milioni di stelle… La sua predilezione, poi, per i dopocena estivi: l’evento di torride giornate felici e di lunghe deambulazioni tra la lieve ondulazione dei prati, le garzaie, i macchioni, i luoghi animali e vegetali strinati, tutti e indistintamente, da questa enorme, luminosa ghirlanda…»


+ + +


da Altri segni

Un sentore di lenticchie d’acqua, le ombrellifere sui rialti; osservo le gallinelle di fiume seguitare lungo la loro traiettoria fendendo la nebbia in sospensione, fra le arcate di un ponte di mattoni a vista ascolto il loro falsetto dare un segno di approvazione. Sotto gli scuri rami del ranuncolo a foglie capillari che ondeggiano nella corrente traspare un fondale ghiaioso, presso l’estuario, impudenti colpi di vento più tardi muovendo l’aria, steli verdi, gli sfarfallanti tragitti di volo delle effimere e la scorza caduta da un albero del pane, la distesa prossima del mare e ogni genere di simpatia; animando i bocci violetti della menta selvatica e il formicolio vagale delle inclinazioni a cui stiamo dando corso… Non può sorprendere che addentrarvi ammollo alleati con tutto, i gabbiani al seguito e pesci che nuotano inarcandosi sotto costa, aprire i polmoni permeati dalla fluidità perdendovi nel ritmo a doppiare promontori sospinti dalla potenza smisurata del picco di marea – cose alle quali la coltre liquida dà una grande facilità e a cui molto aggiungono un varco tra le nuvole e l’intensità luminosa a iridare ridossi e increspature – sia quanto vi va ora balenando… Si direbbe insomma che stiamo finalmente per librarci nell’oceano, i litri di sangue che ci scorrono nelle vene, e questa è la nostra esistenza… Scivoliamo versandoci in questa tersa livrea fluida. […]


+ + +


da Tertium quid

«Tornerò dove si vede lo spazio»: verso opzioni e dinamiche diametrali, oltre il regime atmosferico, mettendo capo al fuori campo fino a un colmo prospettico. Finché, non più sotto il piano inclinato di tetti pazienti negli abitati involucri del gesto e della vita, a quell’altezza dove la pressione gravitazionale e l’avidità dei venti si perdono, e si acquietano processi e svolgimenti, non desistano dosature e complicazioni; finché, anche a fronte di quella calma ulteriore, non abbiano demorso topografie antropiche e versori, appiombi, perdifiati e liturgie consumate.
È il punto in cui, seppur propizia al connubio tra fiducia nella vita e compiti di realtà che le riserva la presa di questa versione del mondo nel suo complesso, del livello fisico, la sua attività consueta conoscerebbe – o ritroverebbe – l’impressione che il reale si dilati, come se in mezzo a ciò di cui si diletta, o che le arride, e al fondo dell’esperienza si aprisse una riva. E l’evanescenza non le sembrerà allora più che un circo di propositi, o un tondo di ciprie matte.
Ancora, ancora, «Realizzo lo scopo della mia esistenza»… Discosta da questa Terra-carne, non sarebbe la prima a toccare regioni di più libera coscienza, per cui ogni cosa trae il massimo beneficio da ogni altra, e a coglierne squarci prolungati… Ma avanti col racconto…
«È ora, certo; il faro sul promontorio, come so, incomincia a girare, e la Stazione spaziale internazionale, dove di nuovo mi attendono, sta completando un ennesimo ciclo orbitale…»

Cinque, quattro, tre, due […]
«… Ehi, laggiù! Hai voglia di me? Mi frequenti?!…»


Alessandro Broggi (1973-2024). Principali pubblicazioni: Idillio (Arcipelago Itaca, 2024), Noi (Tic Edizioni, 2021; 2ª ed. 2022), Avventure minime (Transeuropa, 2014), Protocolli / Protocoles (Benway Series Fogli, 2014), coffee-table book (Transeuropa, 2011), Antologia (in Prosa in prosa, Le Lettere, 2009, poi Tic Edizioni, 2020), Inezie (Lietocolle, 2002); ha co-diretto la webzine letteraria L’Ulisse e ha scritto, tra gli altri, su Nazione Indiana, GAMMM e PuntoCritico, blog collettivi di cui è stato redattore (Nazione Indiana) o co-fondatore.

  1. A. Comparini, Broggi: “Sì”, una vertigine di parole, Doppiozero, 9 ottobre 2024 https://www.argonline.it/forme-conflitto-noi-alessandro-broggi/
    A. Inglese, Su “Noi” di Alessandro Broggi, Semicerchio, n. 65 (2/2021) https://www.nazioneindiana.com/2022/03/17/su-noi-di-alessandro-broggi/
    L. Mari, Forme del conflitto in “Noi” di Alessandro Broggi, Argo Online, 13 gennaio 2022 https://www.doppiozero.com/broggi-si-una-vertigine-di-parole
    A. Inglese, G. Bortolotti, A. Broggi, M. Giovenale, M. Zaffarano, A. Raos, Prosa in prosa, (introduzione di P. Giovannetti), Tic Edizioni, 2020 ↩︎

CONTINUA A LEGGERE



Rispondi

Scopri di più da Inverso - Giornale di poesia

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere