Giorgio Ghiotti | Due paradisi
La linea editoriale
comitato di redazione: Luigi Riccio, Silvia Atzori, Rebecca Garbin, Francesco Ciuffoli
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La fotografia in copertina è di Andrea Annessi Mecci
Spulciando anche la più scarna delle schede bibliografiche su Biancamaria Frabotta, nella sezione dedicata ai contributi di critica letteraria si troveranno senz’altro due cose, tra le varie: certamente il notissimo (e purtroppo a tratti introvabile) Letteratura al femminile. Itinerari di lettura: a proposito di donne, storia, poesia, romanzo (De Donato, 1980), ma anche – e forse con pari importanza per chi, come vedremo, Frabotta ha seguito – Giorgio Caproni. Il poeta del disincanto (Officina, 1993), da inserirsi in un’anche più lunga e profonda frequentazione del poeta livornese. Spulciamo anche altro: Isabella Leardini, che un bel po’ d’anni più tardi dirigerà la collana di poesia di Vallecchi (e ciò vuol dire, in forma molto diretta: fare ricerca, editing, formazione, dare cioè letteralmente una propria impronta), riprenderà la prospettiva militante di Letteratura al femminile per trarne, nel 2023, Costellazione parallela. Poetesse italiane del Novecento (Vallecchi) – certo -, ma si scoprirà anche (e non è certo un dato nascosto) direttamente caproniana. L’esordio de La coinquilina scalza (Niebo, 2004) si apre con un verso («Nell’uscire verso il bar delle mattine / tutte le mattine uguali dell’inverno / cercarti») alla notissima apertura di Alba, ne Il passaggio d’Enea, che tra l’altro uscì proprio per Vallecchi («Amore mio, nei vapori d’un bar / all’alba, amore mio che inverno / lungo e che brivido attenderti!»); l’ultimissimo Maniere nere (Mondadori, 2025), facendo il paio col primocaproni del Passaggio, dialoga («il pensiero continuo del mare […]. // Non è progettuale il mare»), invece, con l’ultimo libro non postumo, e cioè Il conte di Kevenhuller («Il mare come costruzione… // Il mare come invenzione»). In mezzo (ma in realtà prima ancora), una certa precisa uscita di una poetessa attraversata negli studi entrambe: Lalla Romano, che nel 1974 pubblica per Einaudi Giovane è il tempo. Lì alla scomparsa del Tu amato nei «campi eterni» si risponde con la ricostruzione di un altro campo-giardino pezzo per pezzo nel libro, e col suo attraversamento temporale (stagionale, soprattutto), percependo sempre, però, suoni da fuoriperimetro, da fuorimura, cose misurabili ma non tangibili.
Qui la tesi che giustifica questo pandizucchero di dati: se mi era già stato possibile osservare una certa prospettiva caproniana di tutta la linea editoriale di Vallecchi, la sua ultima uscita – Due paradisi di Giorgio Ghiotti (2025) – permette finalmente, e proprio perché punto di retrospettiva, anzi davvero prospettico, di trarre le linee d’insieme della collana. Le linee, cioè, certamente di chi la collana la cura, ma anche che rendono esperienza complessiva e organica, non arbitraria, quest’ultima. Due paradisi è dedicato esplicitamente «A Biancamaria», e già questo basterebbe al lieve sospetto di funzioni sotterranee (è l’Agostino studioso di geometria che arriva anche all* meno dott* o spirituale tra chi costruisce un Canzoniere, avendo certo presente il suo lettore, Petrarca), ma il punto è un altro: la sfida fondamentale di questo libro è davvero il rapporto dialettico tra due campi, il modo in cui è possibile riprodurre – per chi scrive quanto per chi legge – ciò che c’è di irripetibile in un’esperienza attraverso la misurazione di questo spazio vissuto in senso geo– (si pensi allora al valore del campo, ovvero del piano: «Domani più rapide passeranno nuvole / sul campo»; «non c’è tronco solitario nei campi»; «Ha scelto questo campo il micio cacciatore»; «nell’azzurro del campo»; e via discorrendo) –metrico (non soltanto per cantabilissima musicalità, dato che al campo si accompagna esplicitamente in assonanza il canto: «[…] nuvole / sul campo e a me verranno in mente / alcuni versi»; «Sono creature fatte di solo canto / […] nell’azzurro del campo»; «Attende l’ingresso nei grandi notturni / il la stonato esploso nella gola […]. / Trama il cuculo nei campi»). Quanto ricostruire col materiale del verso questo campo ci permetta di rendere conto di quello, che non c’è. Secondo Michael Jakob (Il paesaggio, 2009) la volontà di rappresentare un paesaggio deriva dalla sua perdita. Le forme proto-macrotestuali e macrotestuali davvero della nostra letteratura – Vita Nova e Rerum Vulgarium Fragmenta – derivano, sia pure per sola dichiarazione, dalla perdita di Beatrice e Laura. Ma, ed è qui il nesso, Petrarca risponde alla scomparsa col «Solo et pensoso i più deserti campi / vo mesurando a passi tardi et lenti»; col sottolineare un attraversamento fisico, col passo che è fisico e ritmico già dalla classicità (si misura il campo, ma anche il campo rettangolare di un sonetto come questo). In sostanza: il Tu è uno spazio, ha un volume. Parlarne in absentia implica una costruzione tridimensionale, il contenitore reale o metaforico di tutte le cose che si sono fatte e si possono assieme.
Da qui la fissazione per il collezionismo («Collezioni – è tutto quanto chiediamo / e non bastano a raccogliere l’intero / che siamo stati, che davvero potevamo / sperare d’essere tutti gli album / del mondo»), l’idea di «tutta la vita attaccata addosso / come una resina, raccolta per la strada, / […] la materia porosa / la ruvida prosa dei giorni raccolta / in pulviscolo, di controluce» per rispondere all’«intraducibile», anzi all’infedeltà nello scrivere, di una «tua assenza» per la cui massa va predisposto il corpo. Da qui, pure, la traccia di modelli letterari di per sé tridimensionali, perché implicanti senza scampo l’elemento caratteristico sia dell’esperienza che della perdita, e cioè durata, tempo: la volontà di un libro-opera lirica in Caproni (e soprattutto in quello del Kevenhuller, dell’«anche se non esisteva / la Bestia c’era. / Esisteva, / e premeva. / Nel cuore» che fa i conti con lo scarto tra esperienza collettiva di tutto il reale e gigantesco peso dell’assenza di Dio), Lalla Romano ancor più romanziera che poetessa. Dall’alto di qui, o dal basso dell’a valle, ma insomma da questo punto di prospettiva, il senso di riunire assieme chi come Daniela Attanasio riattraversa le claustrofobiche stanze di una scomparsa Rosselli (Vivi al mondo, 2023), la testuale ricostruzione di una casa svuotata dal lutto in Davide Gallo (Così com’è, così com’è stato, 2024), Rebecca che riattraversa le case della sua vita e sente nel sangue il corpo estraneo di chi non c’è, Mikel impegnato nell’inventario di oggetti la cui narrazione è possibile solo ed esclusivamente a posteriori, il gioco di gorgheggi e soglie in parallelo altro libretto d’opera in Sofia Fiorini (Il passero bianco, 2025), da cui pure partiva questa riflessione. Anche, ovviamente, la possibilità di riunire assieme questi altri oggetti, in catasto, e farne discorso.
da Due paradisi (Vallecchi, 2025)
Mai prima invocata da me
creatura cittadina – e rare volte
intesa la sua voce acquatica
e campestre in qualche villa
urbana nel mio antico quartiere
tra fontane di girini e di pavoni
voliere in vanità animale –
ecco ti chiamo Musa pastorale
e senza restituzioni o grazie – solo
che nuovo sia e verde il cuore
e sazie le voglie cedano il passo
a un più intimo piccolo luogo –
per rinnovata favola che possa
ancora intendere la mente
l’antica innocenza della siepe
e del mio cane la gioia
del riposo quando – in paradisi
invisibili a occhio umano –
posa degli anni il peso sopra il prato
e il prato me li rende in ombre
e vento – dolcemente sospinto alla
soglia dei miei Lari.
+ + +
Andrei scrivendo oggi un libro di rimedi
per la cura del giardino, degli abitanti
ignoti che infestano natura a ogni ora –
in segreto – se mi fossero noti gli occhi
che da ogni angolazione mi fissano –
il taglio orientale – argenteo – dell’ulivo
e della sughera quel modo di guardare
molle e pensoso – secolare, andrei
annotando quanto mi consiglia la rosa
il biancospino il rincospermo, l’oleandro
odoroso – infetto si diceva da bambini –
perché mi sopravviva nell’inverno.
+ + +
La scorsa estate una bestia divelse
dal buio nutriente della terra
salde radici, smottò il terreno,
lasciando in superficie come dopo
un furto, uno scatto d’ira, un estremo
gesto di natura fili d’erba e rametti
intrecciati in nidi. Non trovammo
colpevole né vittime, solo un uovo
nell’occhio del ciclone, un capriccio
del destino non arreso all’assedio
rimasto impunito.
+ + +
Sono creature fatte di solo canto
se preferiscono mostrarsi al loro meglio
cioè senza mostrarsi – farsi nuda voce
questo responso che a volte sta sospeso
come una nuvola nell’azzurro del campo.
Di loro ignoro il nome, le abitudini,
le traiettorie che più amano inseguire
e da quaggiù godiamo per intero –
coreografie squisite di un maestro regista.
Ma è capomastro la tortora se chiama
di lontanissimo il compagno prediletto,
più al mattino e meno al mezzogiorno
prima che il buio arrivi a dare il cambio
e a noi renda la tregua dei sogni.
+ + +
Il poema dell’aria
1
Osservo da lontananze remote
dal chiuso della stanza l’azzurro
del sedici luglio ventidue.
Cosa potrei dire che resti fedele
a quel cielo? L’azzurro premeva
carico sugli occhi, niente ruscelli
ma la felicità dell’acqua, il suo
trascorrere segreto, canterino…
2
era lei che lavava i piatti
nel dopopranzo estivo, la veste
leggera la pelle brunita, secolare –
(no, era già un’ombra tra ombre,
e l’acqua già da un anno non cantava
per il riposo dovuto alle case
nel sonno di stanze frondoso) –
3
M’inchioda lo scriba infedele
su di un terreno franoso: nulla
ti riuscirebbe di dire, tranne quel poco
annotare su un calendario confuso,
bugiardo, millenario:
intraducibile è il poema dell’aria.
(a Biancamaria Frabotta)
+ + +
Collezioni – è tutto quanto chiediamo
e non bastano a raccogliere l’intero
che siamo stati, che davvero potevamo
sperare d’essere tutti gli album
del mondo. Poche le cartoline,
pochi i quaderni, cornici
ancora meno – ma un sereno
scarno consuntivo avrà a cuore
il peso degli anni. Ricorderò
forse solo il cerchio bruciato
al centro del prato nella villa,
solo un tale che, vedi, rassomiglia
a chi ho chiamato amore –
tutto con beneficio d’inventario.
+ + +
Il prima
Ho predisposto il mio corpo alla tua assenza
ma non è di te che qualcosa mi manca –
ho avvertito lo spavento nel ricordare
come fu che un giorno mi trovai solo, in una casa senza mobilio
con ancora intera la giovinezza tra le mie mani
e nessuna voglia di farne una figura da amare.
Il corpo è cambiato da allora, si è fatto cavo
pieno di interstizi, vuoti inospitali
nell’ipotesi di un mio ritorno – e questo è stato il dopo,
quando la vita era senza più notizie e tutto
nella casa è diventato un esercizio di pura interpretazione –
le sedie rivoltose, offese, l’ombrello lasciato a sgocciolare
bicchieri ritrovati su ogni mensola, immacolati
senza più impronte senza alcuna sete.
Allora ho iniziato a immaginare, a illudermi
a scendere in guerra col reale svolgersi dei giorni
a scrivere poesie. Ma il prima?
Prima camminava a me incontro per tutta la città,
per sempre – credevo – avrebbe mosso più veri e arrendevoli i suoi passi
con la falsa crudeltà dei fantasmi, un passaggio segreto
di taglio contro un muro, una divinità benevola scivolata nel cuore.
+ + +
Spiove. Si è fatto nuovo
il mondo. Un’altra volta
ancora. Come se da un quaderno
levata una velina ne lasciasse
intatto il bianco, lavasse
via i quadretti. Adesso si può
ricominciare a scrivere una storia
senza la gabbia che la tiene e guida.
L’aria è provvisoria.
Giorgio Ghiotti (Roma, 1994) è poeta e scrittore. In poesia ha esordito con Estinzione dell’uomo bambino, cui sono seguiti, tra gli altri, La via semplice (Premio Prestigiacomo), Ipotesi del vero (Premio Notari) e I perduti amori. Tra i suoi romanzi più recenti, Casa che eri e L’avvenire.
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