«Non lo sospetti ancora / che di tutti i colori il più forte / il più indelebile / è il colore del vuoto?». Questo è il Sereni di Autostrada della Cisa, quello che sente rimorire in sé il padre e che stringe, a un certo punto, «una spalla d’aria». Ma pure, Caproni, nel Kevenhuller dove si frana nella durezza dell’acqua: «anche se non esisteva / la Bestia c’era. / Esisteva, / e premeva. / Nel cuore». Dico tutto questo perchè mi sembra esistere – in Italia ma ovviamente anche fuori, penso innanzitutto a Barthes – una certa tradizione dell’attorno al vuoto “in senso greco”: complemento d’argomento ma anche e soprattutto di luogo. Una tradizione della «presenza dell’assenza», del dove lei non è, appunto, che si fa spazio incomprimibile: la stanza tutta riempita d’aria che obbliga le pareti, il buco nella pagina a cui intorno si deve scrivere.
Questa tradizione può però incontrarne un’altra: quella di un certo macrotesto, del libro come costruzione, organismo edificato, casa che ha per mura i confini fisici del volume e della pagina. C’è di mezzo la linea degli zanzottiani – fissazione di Riccardi per il diorama in primis -, ma anche quello che fa Govoni quando chiude un libro pur pieno di fantasmi1 come Preghiera al trifoglio dichiarando «La mia casa è finita; e sopra il tetto, / bandiera d’alto cielo, / un rondone garrisce ebbro di vento». C’è quindi una scrittura che si fa architettura e ce ne è una del fisicamente inignorabile, a ben vedere due prospettive di una stessa cosa. Quella di Davide Gallo in Così com’è, così com’è stato (Vallecchi, 2024) ne risulta la dimostrazione. Non si scrive e non si salvano gli oggetti anche minutissimi – che qui strabordano – per riempire il vuoto, ma per dargli dignità, per costruirci accanto, per raccontare davvero le cose per come sono e non in loro sostituzione. La casa e la sua storia, per paradosso, si dimostrano al negativo, per ‘così come non è’. Un’ottima spia mi sembrano essere i linguaggi cristallini se non geometrici dei testi che seguono: planimetrie, bauli, forse anche finestre o cornici o lenti; tutto quello che c’è in mezzo e che qualcosa salva dentro.
da Così com’è, così com’è stato (Vallecchi, 2024)
Eravamo a brandelli negli occhi dei grandi
scartati dalle loro fitte mani. I loro anni
una vertigine ogni tanto che allentava
la magia e la paura si faceva spesso
tremore.
Ma a noi, coi nostri fianchi
sembrava di poter entrare dalla serratura
e questo bastava – origliare le messe
distinguere i trambusti e le violenze
non è cosa da bravi e i curiosi
sono sempre puniti nelle storie dei padri.
Dov’erano gli spiriti minuti che sorvegliano
gli angoli dei corridoi dai bordi
delle mensole, dalla punta delle spighe
noi lo sapevamo. Nessuno ci credeva
qualche poco di buono
che prendeva una strada più corta
lo aveva capito, ma troppo tardi
per tutto il giorno poi se ne stava
a osservare i passanti
nascosto tra le lumache.
Sapevamo anche che se resti
è perché non sai di essere morto.
Ci vuole una strega che sappia parlarti
lanciando una mano di terra
a indicarti l’istante del salto. Altre volte
devi scappare perché neanche dopo
i vivi ti lasciano in pace.
+ + +
Qui dove i bambini sono polvere e rami
c’ero anch’io e le pietrine della chiesa
sempre a terra come ballerine
dal cadere controllato, indisturbate
nelle loro punte grigie. Si lasciava la pelle al sole
e alla notte le violenze trattenute nel sudore
disciplina da confine. Travestiti d’ortica
– anni che mai davvero ci avrebbero raggiunto –
ci lanciavamo sassi come un fischio
di cartapesta nelle orecchie, le nostre
case d’anche e tiranti.
Con un po’ di sonno un po’
di sole si facevano le cose
nella terra e sui balconi via Magenta
è un odorare di fichi, vita a goccia
e ombra di se stessa.
L’unica cosa che ci interessava
era conoscere il fico dai bordi
della campagna. Alle soglie del bosco una casa
che sorveglia solo la propria distruzione
ci ammoniva con le api, da quel lato
siamo stati un segreto di lumache.
+ + +
Una vita prima si era tutti lì
lo zio nella stanza senza porta, le carte
dei compiti di greco, il divorzio tra le mani
di mio nonno, la nonna maga che cercava
una scusa per mia madre, ma era
la prova generale della fine.
Allora ognuno stava nel suo
un quaderno ricamato, un’adolescenza
da mandare a parlare coi bambini
i capelli pettinati per dispetto verso i morti.
Si imparava a parlare con un viso
o una mano serrata sulla penna.
Si raccoglieva il necessario per svegliarsi
e camminare, tramortirsi con la vita
pittoresca sospensione della rabbia.
Ognuno sarebbe fuggito
morendo altrove, un rifugio
una casa da vivi. C’era allora
un appassire spontaneo sotto al sole
e ritornare sull’attenti nelle feste
dove chi sapeva ti indagava tra la gola
e la forchetta sotto il naso.
Sapevamo la fine
il crollo consumato dentro i giorni
tra i vivi ci siamo mescolati con la fretta dell’aria
perché la morte ti assottiglia la pelle e per stare
dovevamo rinunciare ad essere stati.
+ + +
Abbiamo chiuso le clavicole in un urlo
rimaneggiando la sua onda in uno spunto
d’idea, il parto prima di quel rotto
sogno che ci ha chiamati in causa.
«È il tuo momento ora
ti aspetta il già detto, senza clausure, senza
cerimonie sei chiamato a ribadire
questa storia lasciata sola». È incauta
la notte che dei naufraghi dimentica la rima
non c’è mistero quando arriva
si è soli tra tanti che ancora sgomentano e chiedono
un lampo dalla terra. «…della rovina t’investirà il nero
come un dio strappa il fedele e lo fa martire di sé».
Non c’è terrore ora
dall’acqua guardi il fondo farsi sasso, non c’è
distrazione «…sei la storia scritta per errore nella conta»
che ci chiama a fare pegno. «…dalla prima
fioritura saprai il male sulla porta
e la forma delle dita distillarsi dentro l’aria».
Noi uno ad uno fummo contenti
sognando di cambiare questa sorte
e ad uno ad uno, appesi alle clavicole
abbiamo avuto terrore.
Venendo a galla tutti
i gonfiori oppressi dalla luce
cadono in un cumulo di mani. Si affollano ora
a raccogliere i corpi lanciati tra l’acqua
e la roccia, tirarli su per ripetere
infinite volte il racconto che daremo
in cambio per l’ultima affiorata
schiena che porta nel vestito un pieno d’aria
e gli occhi barattati
per il sonno di tutti i fondali.
+ + +
Compito di ogni figlio è raccogliere e posare
tutte le tue cellule sfinite nell’estate, madre.
La tua mano sfoglia l’ombra
come cosa che si affaccia su se stessa
e so che questa storia senza testimoni
appartiene ad ogni impronta
nella quale sei raccolta. È una fine
senza fretta, detesta il mio cercare
in giorni privi di lamento.
Nei tuoi armadi trovo un occhio
di buio spalancato dentro i miei
solo un’orma di vestiti e stordimento.
Le mie mani sono ferme, peso
di frutti consentiti da quel cielo
che non sa la vita e il suo rumore.
Fermo anch’io, a un dito dalla notte
sono franato su di te
ora che risposte non ne hai
e non sai cos’è l’indizio
l’amalgama perduta del tuo ramo.
+ + +
La vita animale qui è un granito
il respiro visibile dell’ossidazione
il marmo prima che il grasso
sia oppresso dall’orma
e invigorito dal vento. Ha arterie
che scivolano su cancrene di bianco.
Così è qui la vita animale. Vado a cercare
cosa hai lasciato nella nebbia, le tinte
forti della strada, la struttura della pioggia
che cade dall’ombra di ulivi come ninfe
e senza testa sulla sfera della terra.
+ + +
Ti hanno disossata, estratta dal midollo.
Da quel corpo fine, adesso
guardi fuori cercando un motivo, non
sai perché e di ragioni sapevi come
pieno e vuoto possa essere il mondo.
E ora non sai più nulla là dentro.
Sei un occhio minuscolo
stendi la vista con un pianto
rotto per terra come un vetro.
Alzando quella palpebra ho sperato
nel sollievo di un’ultima visuale
su queste strutture, le loro curve
le loro durezze.
Tu no, non più. Raccogli
un letto levigando con i piedi
quella polvere, metti il braccio
sotto la testa e invochi l’incubo
qualcosa che ti tiri
su da quella cura.
Eppure, in tutta questa morte
le inarcature del nero fanno eco ancora
e ancora dentro al pianto ti ricoprono
con qualcosa di amorevole.
Questo è il massimo di pegno
che la morte può ridarti.
+ + +
Mia madre è stata un corpo
anche prima. Le braccia
spesso vuote per le nostre sbucciature
per le forme concave del sangue. È stata
un corpo di rassegnazione ma in attesa
del fenomeno era attenta.
Ti vedo oltre la veranda: sai che un sole può colpirti
vessando il fumo della sigaretta: mi hai detto
che anche dietro un vetro nulla va sprecato
neanche un varco. Al dolce
amaro di un’amica dopo tanto ritornata
tra le braccia, intorpidiva anche il basilico
lì dov’eri pronta al giorno e giovane
alla sua sofferenza. Ma oltre il valico
sei stata un sale alto e immortale
per chi non aveva trovato l’uscita
e tentava qualcuno dai muri in cui era sbarrato
i muri della propria incipienza:
solo l’angolo severo delle spalle
lasciavi ai corridoi dell’uomo.
Ci hai insegnato i principi astrali
e quelli attorno alle teiere, e il principato
della terra attorno al sole, senza stelle
ora avrà la luna, senza te che più di tutte
le hai chiamate e chiamandole sapevi:
non fu la voglia della morte ma la fine
sconsiderata, l’inguine del mondo
che sempre si assottiglia.
Mia madre è stata un corpo
per nutrire il male degli altri
atomo scuro che ha imparato
tutte le giunture del dolore, e ora
che è solo il proprio corpo
come una sapienza universale
sprigiona tutta la sua indifferenza.
+ + +
Con mia sorella scambio fasce per capelli
un burrocacao all’aloe e molte parole
quando torno. Mi dice che la pioggia
ha ricoperto il campo
in cui l’accompagnavi tre anni fa.
Le dispiace un po’ ma ora
parliamo con il codice dell’aria
che tornando a galla dopo l’onda
grande e l’altra, è un filo
a bocca semichiusa.
Stiamo sul balcone il pomeriggio
parliamo di farina di locuste
e in un video un panettiere
dice che non cambierà abitudine.
«Oggi faccio la focaccia» e il suo volto
per un attimo si compie. L’impasto
ha la foga delle braccia di mia madre
un ricordo d’acqua bollente e il tavolo
per giorni odorerà di lievito.
Ogni tanto ci incontriamo nell’apnea
ma questa casa è una sporgenza di cristalli
poche cose in balìa di chi è rimasto:
la calamita del battesimo di Sarah
insetti finti per il gatto, il vaso
in terracotta e la paletta
immersa nel suo peso.
Ogni tanto ti cerchiamo nell’apnea
dove muore il giorno e tutto il resto
attorno si richiude. Qui
impariamo la dispersione
qui dove ogni soglia in sé riflette
la somma chiara del dolore.
+ + +
È svanito un braccio di muro tra la luce
me lo dice il ragno che spalanca la tela
l’ultima della stagione e le zampe
sferragliano, intanto, sull’ombra.
Tra l’intonaco e i rilievi è un esserci
infinitesimale, un grillo d’atomo
largo abbastanza per digrignare i denti.
Il ragno ritarda la cena e ricama
la noncuranza del cerchio. I bicchieri
smussano gli angoli del tavolo, curvano
la luce contro ogni assalto. Siamo in tre
un lato scoperto alle radiazioni, il tg
la scarsa luminosità delle morti
in diretta, siamo in tre e qui il cerchio
si riapre, si tendono i punti
non reggono l’arrivo della mosca
e le chiacchiere oscillano da un filo
si muovono a ritmo, ma non hanno
testa è solo un grazioso ingranaggio, impulsi
elettrici e volontà in disuso. Siamo
in tre e meno luce arriva su quel
braccio di muro dove la tua schiena
siamo in tre ma ad uno ad uno di fronte
di schiena, di pancia, ci fermiamo
da ogni inclinazione: che qualcosa
emerga a contenere la fronte
come si tiene stretto nel centro
del corpo un dolore, piegando
la fronte, la schiena sulla pancia.
+ + +
Così com’è, così
com’è stato, ci siamo
chiesti, abbiamo cercato
nel cestino degli anni la carta
lo scontrino lasciato
per sua materia impossibile
o disumana.
/
Così gli ombrelloni si accampano
sullo scoglio cercando vertigine:
la stoffa bagnata sul palo a fare bandiera
è tutto il vento ma non scende
sta lì per una salvezza, per l’idea
dell’affogare.
/
Così nella paura il ritmo
stropiccia la carta, la stoffa
che ci è dato molestare, avanzare
pretese o progresso di me e te
qui, sin dove possibile, ancora
fermi tra lo sporgere di ogni cosa.
/
La parola sfilata dal sonno
è tutta la voce: l’incubo il sogno
accuditi come tenere dentro
questo piegarsi nel centro del sesso
dove la paura è compromettersi
volontario degli occhi ma
non cavare più il frangente
dalla lingua del limite
e dei padri con le mani
lasciate in piena notte
nel comò della violenza.
/
Mi sfilaccia ora sapere
la paura e non saperla più
come allora, prima che stridesse
il buio su se stesso:
le pupille verticali sull’angolo
di muro, un sole schiacciato
sono tutta la luce, la paura
nella luce.
/
Ora mi sfiora da dentro quest’essere neutro
e improbabile nel tin tin che inizia la vita
e il suo reflusso che torna scosciato
farneticante addio.
/
Questo pianto è una cosa sessuale
questo pianto che dispera e non è
disperato ma infallibile accedere
alla mondanità dell’eccesso
superbo mostrarsi intimo e fremersi
addosso di qualche fastidio che è
tutta la pelle. Come sostenersi
nell’idea della fine è l’unica vera
verità che cerchiamo.
/
Che esploda è necessario
buio respiro dinamica sfera
premere prima e dopo il sistema
maidentro-maifuori
solo e soltanto
marginale origine del fuoco.
Addormentarsi nel treno
biondi e terribili è l’unica facoltà
che ci è stata data.
+ + +
Tutta la terra ha un prezzo
il nostro peso si lancia nell’ombra
come tutte le merci di scambio.
L’aria ci usura nella fame
calibra speranza e pellegrino.
Ma tutto il peso non è che un tallone
una veranda che bolle tra la fronte
e l’opaco e frana la colpa.
Tra una costola e l’altra
puoi contare la distanza dai morti
e non sapere nient’altro che tutta
la vita è uniforme nella cadenza
quando il piede si spezza
un attimo prima del passo
lasciando alla terra
un’ultima ostentazione.
Davide Gallo è nato a Bari nel 1996 e vive a Bologna, si è laureato in Italianistica con una tesi sulla comparazione geocritica tra Elio Pagliarani e Milo De Angelis. Sue poesie sono uscite su riviste cartacee e online, e un’ampia anticipazione di Così com’è, così com’è stato è apparsa nel 2023 sul numero 109 della rivista letteraria «Atelier». Fa parte del Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna e della redazione del blog «Vallecchi Poesia».
- In dedica: «Al mio amatissimo Aladino / perchè duri il suo nome». ↩︎









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