Nel presentare – anche e soprattutto in qualità di direttrice di collana – Il passero bianco di Sofia Fiorini, in uscita per Vallecchi, Isabella Leardini parla di «fiaba iniziatica in versi» e di «narrazione lirica affidata alla struttura, alla tenuta, a un lungo respiro che di pagina in pagina resta in equilibrio sulla storia». Le due cose – il fatto che ci sia una direzione della collana su cui è ora possibile fare un bilancio e il fatto che ci sia un macrotesto così orchestrato – sono però molto più sottilmente in correlazione di quanto si creda. La mia impressione è questa: a fare da linea comune tra gli under 35 del progetto editoriale, e per emozione culturale e perchè volutamente messi assieme, è una certa ossessione per la creazione di spazi fisici delimitati (case, giardini, ma appunto anche forme-libro in cui si entra e in cui si racconta una storia), per i loro immaginari e conseguenze (e penso al “tenere assieme la casa” di Gallo, al passaggio – invece – di casa in casa di Garbin, a che valore anche linguistico abbia il mondo-giardino di Marini), per lo stato fragilissimo – e di cui l* autor* si fanno responsabili – di questi terzi spazi immaginari o interstizi come limbo tra vita e morte o ancora meglio tra eredità ed ereditanti. Sono libri di reliquie, questi, e reliquiari, di catabasi più o meno volute in cui i pianori sono sempre un po’ un Eliso e un limbo. Un’isoletta. Proprio perchè il passato, pur nella tranquillità dei suoi spazi, non è pacifico. Non credo sia qualcosa di particolarmente sorprendente per chi legge queste note, ma credo anche che il senso di indagare un progetto sia anche verificarne direzione e tenuta, dimostrare scientificamente (e cioè, controllando che le ipotesi tengano) che le impressioni non siano solo tali.
Anche quello de Il passero bianco è quindi un limbo. Lo è esplicitamente per chi – personaggio – lo attraversa dall’interno, vivendo da non-morta e pure non-viva un fairycore costretto alla fissità assoluta, al di là di qualsiasi rapporto col tempo e con la realtà; ma lo è anche per chi – lettor* – attraversa il sistema di soglie e segnali che l* porta nella fiaba. Si riconosce lo spazio che si abita, quindi ci si crede e abbandona: vedo gli aiutanti, le morali, la minaccia e poi la peripezia del bosco, le prove paradossali; vedo la filastrocca o anzi, meglio, vedo la macabra ninnananna. Vedo il gatto e vedo anche chi gli porge gli stivali. Entro nel limbo anche io e mi godo lo spettacolo, perchè di quello si tratta. C’è una narrazione lirica, ma non è affatto quella del romanzo, né vuole esserlo: è piuttosto quella dell’opera lirica, della raccolta “alla Mozart”, del macrotesto sì, ma caproniano, per movimenti e per entrate in scena. Mi godo lo spettacolo, quindi, e anzi captandone i meriti ne vorrei di più: più fiaba, più musica, Papagena che mi gorgheggia contro. Mi chiedo cosa ne sarebbe a quel punto del limbo, cosa dell’Eliso, cosa del fuori e cosa delle linee. Cosa, superata questa soglia, di Sofia.
da Il passero bianco (Vallecchi, 2025)
Dietro la casa, dietro le siepi
e le ombre dell’usato giardino
sta quel che resta di queste ossa.
Quattro pali – le assi
il ricordo di un tetto, mausoleo
sgraziato di ragazza.
Solo la porta resta
chiusa con la spranga
né reggia né splendida tomba –
solo un telo di plastica
che ha perso la sua trasparenza.
Guardiamo la porta
passiamo oltre il campo,
oltre le messi di cipolla,
molto più lontano…
al bosco, alla grotta!
La bambina che qui c’era è morta.
+ + +
Ho solcato il giardino
dietro casa a mezzogiorno
i piedi attenti a non pestare i fichi
che stanno lì a nutrire i morti.
Anche la nonna se n’è andata da un pezzo –
la nonna che ha piantato l’albero,
ci ha salutati in sogno, e allora
cosa ci faccio ancora qui?
Ho steso la coda della lucertola
su foglie di rosa
coi fichi caduti
sopra.
Ho fatto ciò che dovevo,
perduto chi potevo amare,
Alberi, che detenete
possesso di tutte le cose,
adesso lasciatemi andare.
+ + +
E io a loro: c’è un gatto invisibile
che abita il mio giardino
nell’accecante mezzodì –
mi ha detto di venire qui.
C’è un’arpa violina
che mi affonda nelle viscere,
gli altri organi sono compressi
per farla vivere.
Dietro la casa ho lasciato
un cimitero di fichi
per il passero bianco
e i suoi amici.
E loro, ferme sul sentiero,
a me: «non hai altro posto,
non hai davvero
altro posto all’infuori di questo».
+ + +
Il primo segreto
fu che non potevo cacciare.
C’era tra gli alberi il passero bianco
che avevo visto nei sogni.
Strano destino essere scelti
da una creatura degli Inferi
e non sapere più
come si fa a abitare il mondo.
+ + +
Sembrava che nulla le toccasse,
come se fossero sempre distratte,
ma non era sbadataggine.
Vagavano ogni giorno
come bambine abbandonate.
Quando lo dissi a una di loro –
quella con i capelli azzurri –
rispose che non aveva idea
di cosa fossero i bambini.
Temetti un passo falso
e finsi di aver dimenticato tutto,
imitai il vetro dei suoi occhi
e lei corse dietro a una farfalla
bianca dentro alla sterpaglia.
+ + +
Sembrava che nulla le toccasse,
ma la sera, quando il bosco diventava
verdeazzurro e si accendeva
il fuoco blu sul lago
si alzavano e facevano una fila.
Io facevo del mio meglio
per stare al loro passo,
ma era come se me ne sfuggisse il punto.
Tre giri intorno al lago e le mani
luminose come occhi – chiamavano
qualcuno –
non per trattenerlo, per conoscerlo,
no – per inghiottirlo
come il lago nasconde le trote.
+ + +
Una di loro era uscita
di giorno, io stavo impalata
su un masso a guardarla.
Dovevo imparare la caccia.
L’avevo vista trasformarsi
in altro – fatta serpe
era uscita dal bosco,
nel chiarore dello spiazzo
dove scintillavano le mucche.
Come me, lei era giovane.
Dovevo imparare
a diventare come tutte.
Mentre lei scendeva
nella piana, pensavo.
Ricordo di aver desiderato
un corpo di lucertola,
mi stavo domandando
come fosse perdere la coda –
fu allora
che lo vidi per la prima volta.
+ + +
Dopo uscivo tutti i giorni
dal segreto del bosco.
D’altronde loro tutte
erano attratte come farfalle
dalle cose umane abbandonate,
ma nel modo in cui lo sono i morti.
Io dicevo di andare al ruscello
e invece lo incontravo di nascosto.
Non mi ha mai chiesto
se fossi viva oppure no.
So che quando,
sovrappensiero, ci toccammo
lui non scomparve,
non si volatilizzò.
+ + +
Poi mi successe di cadere,
molto più a fondo delle gole
del dirupo oltre il pianoro.
Scarmigliata e simile a una bestia
scoprii che il giardino
era un posto terribile in cui perdersi.
+ + +
Il gufo mi scrutava dal fitto
dei rami – «Il compito adesso
è riaccendere la luce da sott’acqua.
Comincia a nuotare, bambina,
tanto sei già scalza».
+ + +
Si fecero spiegare
cos’erano i bambini
e la scuola elementare.
Dissi che era il posto
in cui si sentiva meglio il sole.
Chiesero se i bambini
fossero piccole rane.
Dissi – non proprio
ma sanno nuotare.
+ + +
E il gatto venne un mattino –
io avevo i piedi a mollo.
«Guarda che non sei un albero»
In che senso, gatto?
«Possiedi
il dono del passo.»
+ + +
Non tua, non mio – dissi all’uomo cervo –
sarai come l’acqua che passa nel rivo
corsa dove oggi immergo il dito.
Questa anche per noi sarà una festa
– mentre le fate traghettano
i morti all’altro mondo – la festa
in cui ognuno si riprende le sue ossa.
Sofia Fiorini (Rimini, 1995) è laureata in Italianistica e insegna lettere. La logica del merito (Interno Poesia, 2017) è il suo libro d’esordio – premiato dal Premio Violani Landi (2015) e dal Premio Prato (2020), recentemente ripubblicato in una nuova edizione ampliata (La logica del merito e nuove poesie, Interno Poesia, 2023). Suoi testi poetici sono inclusi in Abitare la parola. Poeti nati negli anni Novanta (Ladolfi, 2019). Ha tradotto l’antologia italiana delle poesie di Ralph Waldo Emerson Il cervello di fuoco (La Noce d’Oro, 2022). Il suo ultimo libro è stato La perla di Minerva (La Noce d’Oro, 2023).









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