Anteprima editoriale | Edoardo Piazza | Civette e container

Foto di Mattia Tarantino

a cura di

Mattia Tarantino

3–4 minuti

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introduzione di Antonio Merola
da Civette e container (Ensemble, 2025)


È difficile raccogliere l’eredità della Beat Generation in italiano, per forma, e in Italia, per immaginario.  Visualizzare per esempio un autostoppista sulle strade statali italiane non è la stessa cosa di visualizzarlo diretto a Frisco. L’americano poi ha in sé la tradizione già tradita di Walt Whitman o Emily Dickinson e una poetica che si adagia sul ritmo del respiro, invece che sulla metrica. Eppure, la Beat Generation è riuscita a cambiare una parte di mondo – e non solo poetico – proprio grazie alla capacità di sconfinare. Tra chi, oggi, continua a ereditarne l’attrattiva seguendone una traccia italiana c’è Edoardo Piazza, che ha scelto – o è stato scelto, perché girovago tra i suoi dedali – la città di Roma al posto di San Francisco come luogo di ricerca. «Il caffè di Big Sur/ lo bevi con le statue romane»: proprio a Roma, da qualche tempo, Piazza organizza dei raduni poetici, in cui leggere poesia a voce alta, incontrarsi… mischiarsi. Voci note, qualsiasi cosa significhi, e voci ignote, qualsiasi ambizione nascondano segreta.


Quelli che qui presentiamo in anteprima sono testi contenuti in Civette e container (Ensemble, di prossima pubblicazione). Lo sguardo della civetta è lo sguardo della notte, l’occhio del girovago in pellegrinaggio irrequieto tra le strade di una città che contiene, i cui confini apparentemente danno «la sicurezza dei posti che non cambiano mai», ma che invece ha una forma con la luce e una forma col buio. Con creature di luce e creature del buio. Letteratura come vita: è questa l’equazione alla base della Beat Generation. E il poeta deve andare a vedere anche dove «un fulmine spegneva la luce». Soprattutto lì, anzi. Fare il verso della civetta. Se non l’avete mai sentito dal vivo, sembra un grido, ma anche un richiamo… della vostra presenza o della presenza della civetta, della compresenza di entrambi.  


E di giorno? Come si obliqua lo sguardo? Correndo: «Il problema è quando mi vengon le poesie mentre corro». Alla macchina, simbolo di libertà nell’America degli anni Cinquanta, e alle sue immagini che scorrono dai finestrini, Piazza ha sostituito se stesso in corsa. È una pratica quotidiana che impone disciplina come quella della scrittura. Le pratiche-zen che Piazza si è scelto. E la registrazione di questi attraversamenti avviene per immagini sovrapposte nella scrittura, situazioni che sfocano l’una nell’altra, come è possibile leggere da questi testi in anteprima. Così che il dettaglio, il particolare di ciascuno finisca a dettagliare e particolareggiare l’altro.


Civette e container


La civetta di Keith

La civetta di Keith respira 
canti e metropolitane
sta appesa a una strofa su foglio di carta
certa e non morta vigila su Sparta
e sul traffico moderno.
Adora l’incanto di adorno bosco che sarà mobile
quando la costellazione virerà
al tempo dei furgoni.
Mano proverà a trattarla e le consentirà
il volo
binocolare e astuto
nella dolce corazza di piume ‒
sul fiume astuto occipitale
e sulle Esperidi di cemento arboreo.


Il marsupio

Una di quelle giornate assorte 
in cui la tempra delle azioni
è assorbita da una medusa.
Incolonnato.
Con troppi oggetti nelle tasche.
Il maestro zen usa il fischietto per rimprovero.
Qualcuno mi ha detto di aver sentito granchi fra gli inguini
che falsi messaggeri astrali
lo portavano in lande marziali.
Ho risposto di avvertire telecamere nei quadricipiti,
bilanciate da cornici d’oro nel cuore.


Civetta numero due

La cremagliera sottrae il larice alla sua fosforica funzione di fissità. 
I Déracinés di Venezia li ha già cantati Ferlinghetti.
Non era Truman Capote quel busto al Gianicolo.
Il Cane letargico fotografa il palazzo azzurro.
Il cane rosa schizza sul palazzo acre.
Nero occitano quel Fabergé carboncino.
Reticolo-reticolo.
Civetta numero due-canto numero tre o quattro...
però canta bene.


L’ipotenusa

Negli aromi del primo mattino hai spesso contraddistinto il piombo. 
Andiamo a vedere l’aurora boreale in frigo
se ci sono tramezzini tonno e surrealismo
bacche per i nostri stomaci irrequieti.
Verifichiamo che il tendone del circo
sia ancora teso come i miei tendini
che l’angolo cottura faccia ancora
cateto per cateto diviso due
(metà tuo e metà mio).
Scorgiamo infine l’ipotenusa di un gatto
mentre alza il culo per la sua preda.




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