Poesia bengalese moderna | Movimenti Acque Soliloqui

a cura di

Giovanna Frene

7–10 minuti

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Anteprima editoriale. Alcune poesie tratte dalla recentissima antologia Movimenti Acque Soliloqui. Poesia bengalese moderna, a cura di Giuseppe Flora e Alessandro Anil (Officina Letteraria 2025).


Spostamenti #176

Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole



Shakti Chattapadhyay

Nei boschi autunnali

Ho visto molti postini vagare in questi boschi autunnali.
I loro sacchi gialli si erano gonfiati, come la pancia di una capra appena sazia.
Hanno raccolto lettere di epoche passate, vecchie e nuove,
i postini in questi nostri boschi autunnali,
li vedo, continuamente a setacciare come delle gru che pescano segretamente
con una tale impossibile enigmatica vigilanza,
non come i nostri postini
dalle cui mani continuamente si perdono
le nostre implacabili e gratuite lettere d’amore.
Noi continuamente ci allontaniamo l’uno dall’altro
noi continuamente, nella smania di ricevere lettere, ci allontaniamo l’uno dall’altro,
noi continuamente, riceviamo lettere da lontano
proprio ieri ci siamo allontanati e già abbiamo lasciato cadere
nelle mani del postino una lettera piena del nostro amore.
È in questo modo che le persone simili si allontanano da altre persone simili,
in questo modo che cerchiamo di esprimere le nostre arroganze, debolezze e desideri.
È in questo modo che in piedi davanti allo specchio, non riusciamo più a guardarci
nella solitudine delle terrazze serali ci lasciamo trascinare alla deriva.
È in questo modo che tenendo le nostre camicie aperte, da soli, continuiamo
a naufragare sotto un materiale di luce lunare
è da molto tempo che non ci siamo abbracciati
è da molto tempo che non sentiamo il gioco delle labbra e della lingua
è da molto tempo che non abbiamo ascoltato le canzoni dell’Uomo
è da molto tempo che non abbiamo visto i giochi insensati dei bambini.
Da una foresta all’altra più antica ci lasciamo trascinare.
Dove l’eterno delle foglie lascia il segno sulla pietra in un esilio ultraterreno
così nel paese senza cielo della comunicazione ci lasciamo trascinare —
Ho visto molti postini vagare in questi boschi autunnali
i loro sacchi gialli si erano gonfiati, come la pancia di una capra appena sazia.
Lettere di epoche passate, vecchie e nuove, sono state raccolte
dai postini in questi boschi autunnali.
Ho visto lettere allontanarsi l’una dall’altra.
Non ho mai visto gli alberi allontanarsi l’uno dall’altro.



Jibananda Das

Oscurità

Dalle profondità oscure del sonno mi ha svegliato la melodia di questo fiume;
ho visto la luna bianchissima raccogliere la sua mezza ombra dalle rive del Vaitarani
verso quelle del Kirtinasha.
Alla fine del raccolto, in una notte invernale stavo dormendo sulle rive del fiume
Dhansiri
come se non mi dovessi mai risvegliare
Non mi sveglierò – Non mi sveglierò mai –
e la luna, avvolta dalla trasparenza del suo muschio blu –
non sei la luce del giorno, non l’ambiziosa, non il sogno,
la pace e la stabilità della morte che si porta nel corpo
e quel sonno immobile,
tu non hai il coraggio della lama per spezzarli,
tu non sei un dolore che brucia eternamente nella foresta.
O forse non lo sai tu luna,
avvolta da quella trasparenza muschiata dal blu
non sai forse che nel silenzio,
per molti – moltissimi giorni, per lunghi
e silenziosi notturni, dopo essermi sdraiato e diluito con l’oscurità
come una morte eterna,
improvvisamente, in quella stupida gioia che la luce del sole porta
con sé; mi sono ritrovato anch’io fra i vivi,
ho avuto paura
e ho provato un dolore inarrestabile, senza fine;
ho visto il sole svegliarsi in un cielo rosso di sangue e ordinarmi,
in tono assoluto, di affrontare la terra nelle vesti di un soldato umano.
Le mie viscere, allora, erano piene di odio, tristezza e rabbia;
il mondo, inflitto dalla luce del sole, come se avesse iniziato una festa,
e che festa! Milioni e milioni di porci che si lamentano.
Annegando il sole dentro l’incessante oscurità della mia carne ho cercato
di riaddormentarmi, dentro il ventre stesso dell’oscurità ho voluto confondermi
in una morte senza fine.
Non sono mai stato un essere umano.
Uomo, o donna,
non ho mai conosciuto il mondo in cui abiti;
tuttavia, non sono il nomade di un’altra stella.
Dove c’è movimento, conflitto, canti, dove c’è l’azione, preoccupazione,
lavoro, lì il sole, il mondo, Giove, Orione, i corpi celesti infiniti,
lo splendore degli spasmi di cento porci che continuano a partorire;
rituali spaventosi!
La mia anima è accarezzata dalla profonda oscurità del sonno;
perché vuoi svegliarmi?
Non mi alzerò più dal sonno delle tenebre al suono della melodia del fiume;
dalla riva del Vaitarani non guarderò più la solitaria luna composita
la metà ombra già avvolta
dalle rive del Kirtinisha.
Sulle rive del fiume Dhansiri giacerò – lentamente – nella notte d’inverno
come se non mi dovessi mai risvegliare –
Non mi sveglierò mai – mai.



Sankha Ghosh

La preghiera di Babar

Ecco, mi inginocchio, Occidente,
oggi la primavera ha mani vuote —
distruggimi, se lo vuoi,
ma che i miei figli restino nei sogni.
.
Dov’è finita la sua limpida giovinezza,
dov’è che la corrode una segreta rovina?
Nella coda dell’occhio, queste sono sconfitte
nel caso delle vene arteriose polmonari!
.
Svegliati nel deserto ai margini della città
la canzone di cenere e vuoto del Muezzin,
rendimi pietra, immobile,
ma che i miei figli restino nei sogni.
.
O non c’è sollievo nei germi del peccato
di questo corpo in futuro?
Nella frenesia della mia vittoria barbarica
chiamo la morte nella mia stessa casa?
.
O la luce accecante di questo palazzo
che brucia tutti i cuori e le ossa
e le centinaia di migliaia di stupidi insetti
che hanno costruito nidi all’interno del corpo?
.
Mi hai dato così tanto, nelle mie mani,
eppure, sfaldato, dove lo porterai?
Distruggimi, Dio, se vuoi,
ma che i miei figli restino nei sogni.



Joy Goswami

La madre di Nondo

In quale paese stiamo andando
e da quale ce ne stiamo andando?
Campi alti, bassi, in pendenza attraversando
fili spinati bagnati dalla rugiada e piante
stavamo percorrendo contrade
attraversando risaie
sorella minore, madre e padre, gente del villaggio
accanto a loro sono una Principessa? Oppure l’Amata?
Mia madre e padre, mi chiamano a casa Principessa
a scuola mi chiamano Amata,
l’istruzione era iniziata da due o tre anni appena
e qualcuno al villaggio già diceva: «Allontanatevi tutti, andatevene…»
Stavo scappando con l’intero villaggio
mia madre e padre, due sorelle, stavamo scappando
percorrendo arbusti, spingendoci oltre il fiume abbandonato
un fienile in piedi sulla strada che dorme
recinzione dormiente, nel fienile una zucca dormiente
nel cortile si trovano ruote del carro della mucca
l’aratro in appoggio, il gelsomino nel portico
l’albero Neem folto nasconde per metà la luna.
Ci muoviamo silenziosamente, eppure i rami si piegano
e toccano la fronte, le teste gelate di rugiada, foglie
come palmi bagnati e ruvidi
Abbiamo attraversato tanti campi
e ora riposiamo sotto un albero,
con il riso schiacciato e riso soffiato e dello zucchero di canna
da ciascuno dei nostri sacchi…
Poi i nostri occhi si chiudono, pesanti per la stanchezza.
All’improvviso vediamo persone che si affrettano
come se i villaggi bruciassero
dove sei, Principessa? E tu Amata, dove siete voi due?
Padre e madre ci chiamano con i nostri nomignoli.
Sono rimasta,
ma nessuno sapeva dove fosse finita la Principessa,
nessuno lo sapeva
abbiamo incrociato il filo spinato
tutti noi, collo basso, testa china
attraverso i giornali, i documenti di immigrazione
sul valico, poi sul treno
stiamo andando da qualche parte
più ci spostiamo,
più ci sono brandelli in cui il nostro percorso si insinuava
dov’è quel paese? Nel passato? Nel futuro?
Ho lasciato un po’ della mia vita lì
Principessa, Principessa – Amata, Amata.
I nomi, lasciati cadere per strada e persi.
Alcuni nomi caddero nei campi di grano
alcuni altri nel corso del fiume, sulle sponde vuote
alcuni nomi la scuola ne ha derubato un po’
alcuni si persero nelle rivolte per le strade.
L’albero sotto il quale ci sdraiamo,
alcuni nomi sono rimasti sotto l’albero
alcuni di essi sono stati presi dalla rugiada del prato
alcuni andarono predati
alcuni sono rimasti intrappolati nella recinzione
alcuni andarono a nascondersi nei listelli di fieno
alcuni nomi restarono impigliati fra i fili spinati
alcuni sono rimasti sui documenti di immigrazione
una vita che ho lasciato lì
una vita presa e poi lasciata dal marito
una vita prosciugata per crescere un figlio
ora faccio sapere a loro di me, attraverso il figlio.
Ora sono circondato da appartamenti
ora sono circondato da bassifondi e bassifondi di persone
case di bambù e travi vicino alla ferrovia
da cui emergono le donne lavoratrici.
Ero una cameriera part-time,
ora ricevo le mie provviste quotidiane proprio qui a 5 centimetri.
Mio figlio è sposato e se n’è andato,
e trascorro proprio qui,
estati, monsoni, inverni…
Mi siedo proprio qui, la mamma di Nanda,
non pensando a mio figlio,
non a mio marito,
solo noi che corriamo,
scappando in un altro posto.
E con noi, gli alberi,
la luna, il sentiero delle capanne,
qualcuno ha bruciato la nostra casa e ha gridato: «corri» –
uno dopo l’altro, persone, villaggi in fiamme,
tetti, antenne,
la luna a disco sopra il tetto
chi ha detto scodella? Non sapevi
che la luna ha un soltanto un occhio per illuminare il villaggio in fiamme?
No, nessuno lo sa, hanno dimenticato, dimenticano
uno dopo l’altro, gli edifici si ergono dal suolo
una dopo l’altra, le macchine sfrecciano sorde e mute
le ceneri bruciate dal villaggio indugiano ancora nell’aria.
Si attaccano alle pareti, alle finestre, alla porta
chi li spolvera con uno straccio in mano?
Chi va al mercato? Chi porta il piatto della cena?
Chi sopravvive a tutti questi giorni di sole, pioggia, tempesta,
abbandono?
Quello che lei è, un albero?
Quale albero? Quale albero? Dimmi, dimmi tu, appartamenti,
grande luna bruciata, ditemi tutti voi, sordi e muti
la mamma di Nanda è una Principessa, oppure è l’Amata?




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