Pubblichiamo oggi alcuni brani di un’opera di difficile collocazione, ma di enorme potenza evocativa, Finché la vittima non sarà nostra, del poeta greco Dimitris Lyacos, traduzione di Viviana Sebastio (Il Saggiatore 2025).
Spostamenti #177
Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole
G
Non sappiamo in che modo e in quali circostanze siano partiti, se abbiano davvero abbandonato la città e a quale profondità temporale. Tantomeno se si siano allontanati un po’ alla volta o tutti insieme, se siano andati altrove e dove precisamente, e se qualche avvenimento li abbia portati a emigrare in un breve lasso di tempo. Non sappiamo se un piccolo gruppo sia rimasto sino alla fine e nemmeno quando siano partiti gli ultimi rimasti. Non abbiamo scoperto dati di migrazione a distanze ragionevoli. Abbiamo dedotto che in una prima fase la popolazione è cresciuta con rapidità e in un periodo breve, da centocinquanta individui all’incirca è diventata un migliaio, poi di tre, di cinque e alla fine di ottomila unità. L’insediamento originario nella pianura era cominciato dalla collina orientale, in seguito invece si è espanso anche sul lato opposto, dove ora si erge la collina occidentale. Il fiume, confine naturale e punto d’incontro, attraversava il duplice insediamento. Procedendo verso quest’ultimo e seguendo il corso d’acqua, si potevano distinguere, già da una distanza notevole, entrambe le colline che si presentavano come un terrapieno a forma di forcella, di considerevole altezza e in contrasto con la pianura circostante, quasi del tutto piatta. Nell’insieme poteva dare l’idea di un dente capovolto. Questa impressione è ora forse più marcata, per via della quasi totale assenza di vegetazione. Oramai, eccetto alcuni cespugli xerofiti bassi, si possono osservare solo sparute varietà di cedro, tracce sopravvissute di boschi abbattuti. Come allora, un lato del terreno sembra più ferace, mentre sull’altro si distingue, a una distanza di circa due chilometri, una superficie levigata, riflettente come uno specchio: un lago ipersalino con accanto un complesso di bacini vuoti. Saline. (…)
H
(…) Così confidiamo di andare avanti. Con passo fermo, redigiamo il libro, ne troviamo la sequenza, lì dove il sangue si è seccato non torniamo indietro, il codice è scritto col sangue e questo ce lo ricordiamo. Proseguiamo, accorti andiamo avanti, non lasciamo che prendano e rovinino ciò che abbiamo fatto. Lo proteggiamo. Gli costruiamo intorno, vogliamo che sia al centro per poterlo vedere e proteggere; il libro, gli altri e noi. Per scrivere occorre tagliarsi e noi questo l’abbiamo capito. Il sangue si coagula, si pietrifica, ci camminiamo sopra e proseguiamo. E ne portiamo anche altro, fresco, nuovo, il sangue della nuova prova, è la prova che andiamo avanti, lavoriamo, mettiamo ordine e attendiamo di finire, un giorno, di vedere arrivare un sabato in cui non verseremo nemmeno una goccia, in cui non aggiungeremo né sottrarremo nulla, nemmeno due parole. Il tempo sarà tornato da noi, e non servirà tenere il mazzo ancora in mano.
Ora hai chi.
Noi.
Siamo noi che scriviamo questo libro.
N
(…) Così la Legge si rivela come forma assoluta di protezione. Quando cerchi di toccarne i confini ti accorgi di esserne dentro. Quando cerchi di trafiggerla ti abbraccia. Ovviamente non si tratta affatto di violenza. Non c’è alcuna violenza nel nuotare in un lago solo perché le sue acque potrebbero anche farti annegare. Se ciò accade, la violenza non è del lago, ma del nuotatore. Così anche la legge ci abbraccia e realizza il compito per cui è stata inventata, prevede e protegge, e se minaccia, allora minaccia come un lago calmo. (…)
T
Se voglio pregare ed essere ascoltata, mi hanno detto
meglio la sera, prima di dormire,
parlarti come se parlassi nel sonno
chiudere gli occhi e dimenticare quello che c’è qui.
Dirti ciò che voglio.
E tu mi aiuterai, così mi hai detto.
È ancora pomeriggio e sono qui nella mia stanza
ma ti vorrei parlare ora. Te lo dirò ora
cosa voglio, tanto sono sola
mi hanno detto che così è meglio, stare da sola
con la porta chiusa e non dover parlare troppo, perché
non serve, tu sai già tutto, e se
parlo troppo forse smetti di ascoltarmi,
perché ci sono tanti altri che aspettano dietro di me, perché solo
tu ascolti ancora quelli che nessuno ascolta.
(…)
Z
Sono quasi le cinque, è ora. Ed è così facile,
così facile aprire gli occhi.
Ti eri svegliato già tante altre volte nel cuore della notte,
ti alzavi, andavi alla finestra, ti mettevi seduto
sul letto. Ma poi tornavi sempre a sdraiarti.
Anche allora avevi pensato di andartene ma poi
qualcosa ti portava di nuovo indietro,
perché ti rammentava ciò che ti dicevano, che da qui da solo
non esce nessuno, che non è ancora arrivato il tuo
momento, che quando
sarà il tuo turno verranno loro a prenderti.
Non è ancora il tuo momento. Ma nel buio della notte,
ti sembra che la stanza si sia ingrandita parecchio
non senti le pareti, non si è ancora fatto giorno,
dalla fessura della porta non vedi filtrare
la luce. Non senti ancora nessuna voce di quelli che
vengono portati qui
più o meno a quest’ora, non senti strascicare le scarpe,
fuori l’automobile non è ancora arrivata.
Senti soltanto me, ma credi che anch’io ti stia parlando
nel sonno. Sì, è notte ma svegliati
ascoltami, non puoi vedermi nel buio ma alzati
sei intorpidito dal sonno, lo so, ma alzati
perché senti già la mia voce. Anche se non mi vedi,
non importa. (…)
BIO
Dimitris Lyacos (Atene, 1966) è scrittore, poeta e drammaturgo. Il saggiatore ha pubblicato nel 2022 la trilogia Poena Damni, iniziata trent’anni fa e concepita come un eterno work in progress, arricchito da nuove aggiunte e contributi da altri media, che lo ha reso uno degli autori più significativi del suo tempo.









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