Anteprima editoriale | Andrea Zanzotto | “Il fatto che il male esista mi angustia”

a cura di

Giovanna Frene

8–13 minuti

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Pubblichiamo tre lettere dal libro “Il fatto che il male esista mi angustia”. Carteggio fra Andrea Zanzotto e Attilio Zambon (1937-1947), a cura di Silvia Volpato e Giovanni Zanzotto, introduzione di Francesco Zambon (Molesini Editore 2025).
Ringraziamo gli eredi Zanzotto e l’editore per la preziosa concessione.
Le tre lettere sono pubblicate senza l’apparato critico.

Spostamenti #184

Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole


“È qui pubblicato quanto è rimasto del carteggio intercorso fra Andrea Zanzotto e l’amico d’infanzia e concittadino Attilio Zambon, di quattro anni maggiore di lui, fra il 1937 e il 1947, con l’aggiunta di alcune lettere scambiate fra Zanzotto e due fratelli di Attilio, Zoila e Giuseppe. In questo materiale è anche compresa una poesia inedita di Andrea Zanzotto dedicata allo stesso Attilio e probabilmente inclusa in una delle lettere: è una delle sue più antiche liriche note. Si tratta di documenti di grande interesse, perché testimoniano quella che Andrea Cortellessa ha chiamato la “archeologia” di Zanzotto, le idee e i progetti del poeta ancora adolescente, le sue prime importanti letture filosofiche e letterarie (Kirkegaard, Heidegger, le Lettere di san Paolo, i poeti italiani e francesi contemporanei), quella che si può chiamare una vera adorazione del paesaggio natale (acuitasi durante l’allontanamento da Pieve di Soligo per il servizio militare), le difficoltà e le ansie nell’immediato dopoguerra per la ricerca di un lavoro (alcune lettere sono inviate dalla Svizzera, dove Zanzotto era emigrato in cerca di occupazione). Il dialogo con Attilio, verso il quale egli mostra una grande confidenza e talvolta anche un poco di soggezione, è molto diretto e sincero e fa emergere alcuni tratti profondi del carattere di entrambi: solido nelle sue convinzioni e nella sua fede Attilio (almeno così appare all’amico) e insicuro e tormentato nella sua ricerca spirituale e nelle sue precoci aspirazioni artistiche Andrea. Particolarmente preziose sono alcune riflessioni di quest’ultimo su temi filosofico-religiosi che, insieme a quello del paesaggio, torneranno poi variamente declinate in tutta la sua opera.” (Dalla quarta di copertina)



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Da: Andrea Zanzotto – [Senza luogo n. data: probabilmente

da Pieve di Soligo, nella mezza o tarda estate 1938]

A: Attilio Zambon – [probabilmente Gosaldo]

Carissimo Attilio

Antonio Viezzer deve essere stato un po’ pazzo quando ti disse che io avevo intenzione di andar prete. Io parlai con lui di questa cosa come di una lontanissima prospettiva, che forse, tra anni, sarebbe maturata, o caduta. Tu conosci bene il mio carattere, i miei pensieri e specialmente i miei sentimenti: certo se un giorno Dio si manifestasse, non sarei sordo, ma tuttora ho ben altro per il capo. La vita che conduco è la più infernale che esista. Quando sono in casa voglio uscire, quando sono uscito voglio ritornare a casa, se leggo voglio scrivere, se scrivo leggere: è una cosa insopportabile. Credo che questo sia effetto di quel mio dolore che, ora, non distratto dalle preoccupazioni di studio, acquista un vigore nuovo. Di giorno in giorno divengo pi. magro, e diminuisco di peso, come le mie forze si fanno deboli sempre più. Ho un grande vuoto, una sofferenza cos. intensa, che tu non puoi immaginarla. Tu non mi deriderai, vero, sapendone i motivi… sono forse più seri che tu non creda. Ecco… dovrò passare i giorni così? Dovrò consumare così questo tempo che è il migliore? Spesso dispero: trovo un po’ di consolazione se passo qualche ora in camposanto. Andai a Praderadego ma ne ritornai più morto che vivo: i ricordi mi schiacciarono… e trovai là degli allegri universitari che mi fecero mille scherzi, anche antipatici… ebbi una reazione così violenta che non dormii, la notte, e piansi amarissimamente. Difficilmente così tornerò lassù. Non so dove battere il capo, perché ho sempre come due dita che mi stringono il cuore. Mio padre e mia madre sono mesti e impensieriti vedendomi così… ma che posso farci? Non desidero neppure morire, pure odiando il vivere. Sto leggendo con pena la “Storia di un’anima”. Scrivo di quando in quando qualche poesia che straccio subito, disperatamente. Ogni giorno è per me un cupo anniversario e i sentimenti di allora mi rivivono moltiplicati. Oh! Ella è per me necessaria, se voglio vivere! Sento di non poter rivedere la valle Agordina. Sarebbe troppo per me. Torna a casa, scrivimi.

Andrea


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Da: Andrea Zanzotto – [Senza data n. luogo: probabilmente

da Pieve di Soligo, in data di poco posteriore alla

precedente]

A: Attilio Zambon – [probabilmente Gosaldo]

Carissimo Attilio

Le tue parole mi furono molto care. Tu sai bene che nei dolori le uniche consolazioni (se così si possono dire) vengono dal sentirci compresi da altri. Io sono così stanco, così stanco in questi giorni, che non ho forza di far quasi nulla. Don Giuseppe che ora starà qui alcuni giorni viene spesso a prendermi per far qualche passeggiata e ciò mi distrae assai. Fuggo però la compagnia, come fuggo di restar solo. È vero che la solitudine è terribile! Come sento in tutta la sua gravità il “vae soli!” Non vorrei ricordare nulla, mettere un velo sul passato, su tutto, ma, ogni cosa, ogni paesaggio, ogni istante di giorno mi ricorda qualcosa con uno spasimo indicibile. Ma questo dolore lo amo, perché il passato lo amo. Io non voglio l’oblio, ma la gioia, sì, me ne rendo conto.
Sento più forte la sventura, così, tutto chiuso in me.

Passeggiando solo, sul tramonto, o di notte, osservando le nuvole da un cantuccio solitario… corse affannose in bicicletta, per la valle di Follina, Tarzo, Refrontolo, così per sentire quelle impressioni che avevo l’anno scorso, più ingenue e istintive, oggi più coscienti e violente. Io sento che, anche se questa nube passerà, non potrà passare un richiamo, acre, insistente, doloroso “perché ora, perché con questo sole, con questa gioia che mi fu intorno, io soffrii?” Anzi, più grave e più lancinante allontanandosi nel tempo con gli anni.
Non ho sentito mai come ora il dramma del tempo che passa. La mia sete di immortalità, di immobilità, di eternità, meglio, è grandissima, né mi lascia riposo. Tutte le cose caduche piangono in me la loro caducità, specialmente ciò che è bello, perché la bellezza è degna di eternità. Ma io non credo quasi completamente. La mia fede si affievolisce sempre più. Leggo la “Storia di un’anima” e invidio dal profondo la santa. Non so se mi trovi davanti a una pazzia o ad una smisurata grandezza. Non vorrei fare legge, illusione del mio desiderio: non vorrei credere nell’immortalità dell’anima perché la desidero, per quanto tu sai che io sia per l’illusione. Io confido al diario questi miei dolori, quanto vani! Vedersi morire a poco a poco è il mio: assistere alla caduta inesorabile della fede in me, in un mio destino che spero [possa] strapparmi dall’oblio dopo la morte, unica immortalità in cui credo. Non si può rassegnarsi a ciò, non si può.

Ti saluto affettuosamente.

Andrea


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Da: Andrea Zanzotto – Ascoli Piceno

A: Attilio Zambon – P.M. 78 [Francia]

22/6/43

Carissimo Attilio,

Ho ricevuto il tuo biglietto, e ti ringrazio del tuo interessamento per trovarmi i libri da me desiderati. Ti ringrazio anche delle tue buone, confortanti parole. Certo che in te parla l’esperienza cristiana in te profondamente vissuta. Ed è vero che il grido di Baudelaire non è umile, come forse ogni atteggiamento pessimistico manca di umiltà.

Ma le parole dell’apostolo Paolo purtroppo non sempre possono essere fatte nostre. Tu dici che hai sempre avuto fiducia nella vita, e che l’hai sempre trovata degna di essere vissuta. Se penso ai momenti procuratimi dalla lettura di qualche alta poesia o dal sentire qualche musica di quelle che suoni anche tu penso di sì anch’io. Ma per tutto il resto non so distinguere la vita dal senso del peccato. Quelli che tu chiami i semplici piaceri fisici, di qualunque genere siano si presentano sempre alla mia anima come cadute: dall’assaporare un frutto, allo stare in ozio, al fatto sessuale. Sebbene la mia fede non sia certa e profonda tuttavia mi resta vivissimo del cristianesimo il senso che noi uomini siamo decaduti, in preda al peccato originale. La possibilità del male, della dannazione, della morte spirituale mi è sempre presente. Penso sempre alla durissima esperienza di Port Royal, in cui la paura stessa di peccare e di dannarsi divenne peccato. Una situazione che rende la vita un orrendo paradosso. E anche se io non faccio il male, il fatto che il male esista mi angustia. La presenza del male nel mondo, di gente che può commetterlo senza sentire rimorso mi attrae a meditarvi col fascino morboso di un’idea fissa. Sento tutta l’umanità della preghiera di Cristo “e non c’indurre in tentazione, ma liberaci dal male”. Leggevo in Kierkegaard recentemente che Adamo peccò perché era angustiato dal suo poter peccare. E sento che tutto ciò non è cattolico, ma protestante. Io non riuscirò mai a vedere il mondo come lo vide San Francesco: certe volte lo stesso estetismo mi sembra una degenerazione. E penso che se la nostra vita non ha alcun significato è tremenda, e se ha un significato, come noi certamente vogliamo che lo abbia, c’è sempre il pericolo di dover tutto rifare. Nella recente polemica con gli esistenzialisti, che sostengono che la nostra finitudine è libertà e decisione, ed in ciò si nobilita la nostra vita, mons. Olgiati giustamente osservava che importa sapere, per noi uomini, come e perché ci si decide. Di giorno in giorno i problemi mi diventano sempre più urgenti. E penso al mistero del cristianesimo, che mi appare al centro della storia. Certo, la fede si acquista come dono di Dio, umilmente preparandosi. Soltanto chi odia sé stesso può salvarsi. Ma è questo dover perdersi per potersi conoscere che più urta contro la nostra umanità. Leggo le lettere dell’apostolo Paolo. Il torrente di vita interiore che era in lui, lo fa quasi parlare come un febbricitante. Febbre, trovo in lui. E il miracolo ha certo il suo valore, ma secondo me non basta. Ci vuole l’intervento diretto della grazia divina a dare la fede. Nella fede certo, esiste la pace interiore, la ricca semplicità, la potenza e la chiarezza. Ma chi possiede dimentica il tormento di chi non possiede, o di chi dilapida la sua sostanza. Così, l’irreparabilità del peccato (impossibile est ut non veniant scandala) è come un monito spaventevole, un mostro che ci chiama sempre a ricordare l’inferno anche dal paradiso. È perciò necessaria l’acqua del Lete. Leggo l’Apocalisse. Vedo la folla dei beati che porta i segni del martirio sul bianco camice e reca la palma in mano. È necessaria la fede di Pentecoste. Soltanto se Dio s’impietosisce di noi ci salva. Così è, e nulla c’è da fare. E se è vero che qui creavit te sine te non salvabit te sine te, è altrettanto vero che l’arbitrio libero non basta. Ed esiste poi? Scrivimi qualche volta.

Andrea



Bio


Andrea Zanzotto (Pieve di Soligo 1921 – Conegliano 2011) è una figura centrale della poesia contemporanea, non solo italiana. Esordì nel 1951 con Dietro il paesaggio, cui seguirono numerosi altri volumi di poesia. Tra i più importanti e famosi Vocativo, IX Ecloghe, La beltà, Il Galateo in bosco, Filò: tutte le sue poesie sono raccolte nel volume dei Meridiani Mondadori Le poesie e prose scelte (1999) e nell’Oscar Tutte le poesie (2011). È autore anche di racconti, di traduzioni e di saggi (in gran parte riuniti, questi ultimi, nei due volumi Mondadori Scritti sulla letteratura, 2001).


Attilio Zambon (Possagno 1917 – Treviso 1991) si trasferì da piccolo con la famiglia a Pieve di Soligo, dove visse fino all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, stringendo una profonda e duratura amicizia con Andrea Zanzotto. Si laureò in Matematica e Fisica all’Università di Padova con Giuseppe Zwirner. Dopo la fine della guerra, durante la quale fu fatto prigioniero dai tedeschi e deportato in vari campi di concentramento, trasferitosi a Venezia con la famiglia insegnò Matematica e Fisica nei licei e terminò la sua carriera come preside. Fu anche autore di un saggio sui Contributi della matematica ad una teoria unitaria dei fenomeni fisici e biologici (1962), dedicato al matematico Luigi Fantappiè.




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