Azzurra D’Agostino | Cosmic Latte

a cura di

Giovanna Frene

4–6 minuti

|

Una piccola selezione di poesie da Cosmic Latte, l’ultimo libro di poesia pubblicato da Azzurra D’Agostino, con una nota di Fabio Pusterla (Marcos y Marcos 2025).



Spostamenti #185

Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole



«La prima cosa che colpisce e affascina, nella poesia di Azzurra D’Agostino, è la voce: mite e ferma, tersa e capace di accogliere l’eco del mondo, quello privato e quello collettivo, tra spazi boschivi, contraddizioni del sociale, memorie e stupori improvvisi. Nessuna ingenuità, nessun canto spiegato; ma, anche, nessuna resa, nessun cedimento. La parola poetica può attraversare i tempi, passando dalle stratificate foreste dell’Appennino alle profondità delle acque, dall’ombra degli antenati alle figure del presente, dai morti sul lavoro all’elegia di un paesaggio, nella coscienza che “siamo / quello che siamo, siamo / quelli che passiamo”. Nel “bianco / colore invisibile dell’universo” (ecco il senso del titolo audace), scorrono figure colte con poche pennellate, eppure lì, davanti a noi, nella loro presenza e nella loro precarietà, entrambe mirabili: “sulla soglia terribile dello splendore”, davanti alla quale ciò che crediamo di sapere è insufficiente. Qualcosa tintinna in questo libro. È il tintinnìo di una poesia che non rinuncia a sé stessa e che cerca nuove strade: “E io che pensavo che scrivere fosse un giardino / metto un piede nel vuoto e con l’altro cerco un gradino”. Anche la lingua conosce diverse modalità: dall’italiano potentemente affettivo al dialetto perduto e ritrovato. Perché una cosa è chiara: “Che possiamo chiedere aiuto. / Che possiamo dire no a quello che ci fa male. / Che siamo capaci di fare un presidio anche sotto al temporale”.» (Fabio Pusterla)


Questo tempo

Un silenzio cade sul fondo del mondo
lento come un sasso nell’acqua
si posa dopo la lunga discesa
tra alghe, radi coralli, pesci mostruosi
con un piccolo sbuffo di fango
e terrore.
Tutto è mutato: il paesaggio del fondale
è l’atto che sa di finale e spaesamento
le conchiglie incrostate sono vuote
vuoti i resti del teschio rosicchiato
vuote le orbite dei pianeti mentre la ruggine
corrode le lattine e fluttua un sacchetto
come un velo che passa sugli occhi
e poi butti giù. Il pianto non è abbastanza
non dice la parola dei morti la paura
degli insorti – non è come quella volta
la vecchia in fila per il pane che chiede
“Lei potrebbe dire tutto questo?”
e il poeta che risponde “si, io potrei”.
Non è quel tempo. Eppure scrivo.



Baba Jaga 

Quel che guida indica il buio
l’orbita vuota del teschio il rischio
di appoggiarsi al ramo secco.
Ecco i resti, il cielo viola,
l’anello della zingara la pelle
d’animale sulle spalle.
La morte è tutto il futuro
di tutti, una cosa che non finisce,
non smette, l’unica certezza
in forma di più difficile domanda.
Balliamo con lo scheletro
nulla di macabro nelle nostre ossa
sulla fossa del giorno dopo giorno
splende luna-sole-luna-sole
e ancora e ancora oltre i disegni
sulla grotta, oltre i grattacieli
pietra che si sfà, sfregio, croce
nel cimitero dei secondi
irricordati e irriconoscibili nelle foto
nello specchio, nell’occhio di un altro
nel cavo dell’altro che ci fa
ci scontorna, ci ritorna a volte
come un lampo, la vita che era nostra
e scopriamo il sogno che abbiamo
l’amore perduto, fosco, lo spazio
che si apre distruggendo, con la falce, il sottobosco.



Tracce nella neve 

Come il passero che ti viene a visitare
con un battito d’ali sul davanzale
se ne sta lì qualche secondo
senz’altro nome che ‘passero’
con una storia sua che sa solo lui
fatta di ossa leggere e nidi,
così certi passano sulla terra
presenza senza volto
storie segrete e imprecise senza nome
la bisnonna morta di parto
giusto il tempo di far vivere tua nonna
e tua madre e quindi te
il trisnonno contadino che l’ha allevata
e poi mandata a lavorare
rendendola per sempre infelice
il padre sconosciuto dell’ava ragazza madre
che ha dato il cognome alla famiglia
e un senso di inadeguatezza e rivalsa
e poi indietro, a milioni, loro e tutti gli altri
che s’imprimono in noi che siamo vivi
come una traccia d’uccellino nella neve.


Calcolare la X 

Vibra qualcosa nelle orecchie dei topi
nel naso dei cani, delle volpi, mentre
nel buio della notte il pipistrello sa per sempre
evitare i nostri capelli, nonostante tutti gli affanni
e nel freddo della terra ghiacciata, sotto la neve
che sempre meno cade, succede tutta la vita.
Anche al settimo piano il gatto conosce
il terremoto e ben prima che un cristallo tremi
si aggira innervosito tra le pareti, sconvolto
dalla nostra incoscienza. Tutto questo dice
la portata della parola sapienza. Le fiamme per
noi sono un calcolo esatto di ettari. L’animale intanto
odora e brucia, rifonda l’altrove. Il ghiaccio lo contiamo
in metri cubi dissolti. L’orso polare piange i cuccioli
che gli sono stati tolti.



Voce

La malva ha proprietà rilassanti
la so riconoscere, è viola
il rosmarino di Shakespeare
il terrazzo dove stendevano i pomodori
il cancello dei giardini dove mi sono
sentita abbandonata. Sabbie mobili
(non le ho mai viste). Burroni, cretti,
ripe, pendii, vento, buio e luce buio e luce e buio e luce
campi, conigli, collezioni di minerali
splendenti, una voce che chiama
che arriva da chissà dove, che non va via
per dargli un nome la chiamo poesia.






Rispondi

Scopri di più da Inverso - Giornale di poesia

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere