Marit Kapla | Osebol

a cura di

Giovanna Frene

2–3 minuti

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Cinque poesie dal lungo poema narrativo Osebol di Marit Kapla (Garzanti 2025), con traduzione di Andrea Berardini, uscito in questi giorni.


Spostamenti #186

Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole


Si può scrivere una Spoon River dei viventi? Sì, lo ha appena fatto, e magistralmente, la scrittrice e giornalista svedese Marit Kapla (Osebol 1970), che dopo aver intervistato per tre anni e mezzo gli abitanti di Osebol di età compresa tra i diciotto e i novantadue anni, ha trasformato le loro parole in poesia, narrandoci le molteplici intersezioni che la vita può tessere in un microcosmo. Osebol, che è uscito in Svezia nel 2019 ed ha ottenuto un immediato successo, è l’opera prima in poesia di Kapla.


*


Oggi è tutto una priorità.

Il tempo non basta mai.

Pretendono quasi che tu abbia finito
prima ancora di cominciare.

A Örebro siamo in ritardo di due settimane
sulla tabella di marcia.

Vogliono che finiamo
entro la data prevista per l’ispezione.

Lo stesso a Stoccolma e dappertutto.

Entro la data dell’ispezione.

Per allora bisogna aver finito.

Devono far arrivare gli operai
ma di svedesi manco l’ombra
così si rivolgono agli interinali.

Cioè agli estoni.


Jan Hagström (1966)


*



Abbiamo pure il circolo del cucito

anche se non cuciamo.

È un’attività sociale
ed è importante, no?

Una volta alla settimana
a volte invece ogni due
dipende.

Quando c’era ancora mia madre
cominciava sempre il sette gennaio
perché era il suo compleanno
ed era allora che ci si metteva in moto.

Ho provato a mantenere viva
la tradizione ma ultimamente
fa sempre così tanto freddo che
più che andare al cimitero non si riesce a fare.



Birgit Emilson (1939)


*



Alla fine il nonno ha fermato la sega
e mi ha preso per la spalla.

Siediti qui, ragazzo, ha detto.

Io stavo armeggiando con quel benedetto tronco.

Siediti qui, ragazzo, ha detto.

Ci siamo seduti
e lui mi ha guardato negli occhi.

Senti, mi ha detto
lo sai che si lavora per sopravvivere, no?

Sì, ho detto io
lo so.

Ecco, allora perché vuoi ammazzarti di lavoro?
mi fa.

Secondo lui mi ero comportato da scemo.


Ake Axelsson (1947)


*



La prima volta
sono andato a sedermi
e ho guardato verso est.

Era estate
quasi alla fine.

Un silenzio totale.

Tirava vento e non sentivi
il traffico sulla sessantadue
al di là del fiume.


Lars Jörlén (1946-2021)


*



Trasferirmi qui
non mi era mai passato per la mente.

Trasferirmi qui
tornare in questa casa.

Ma quando è morto mio fratello Steffan
mi sono detta che forse non doveva restare vuota.


Anna-Karin Larsson (1972)



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