in copertina foto di Aurora Inno
online-persona | Aurora Inno
nota di lettura inediti
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Crescere al sud significa oggi anche crescere online, aprire e chiudere nuove identità, in continua formazione, mutamento e ridefinizione al fine forse di coprirne quell’evidente gap culturale che intercorre tra la propria realtà del Sud e ciò che hai digitalmente intorno quanto fisicamente molto distante da te.
La questione meridiana nella nuova contemporaneità è quindi diventata anche una questione sul virtuale, una tale per cui i suoi effetti culturali si riversano tra l’altro (e soprattutto) sul piano concreto dei rapporti, a volte in un continuo scontro o contrasto con le possibilità poi fattuali di trasferire – ciò che si è osservato virtualmente – sul piano delle proprie realtà locali, meridionali.
Crescere su internet rappresenta quindi, da questo punto di vista, un continuo tentativo di inquadramento della propria identità, all’interno delle scritture odierne dell’estremo sud (specificatamente salentino), un complesso meccanismo di morfogenesi della propria scrittura. Il che non casualmente comporta spesso a una progressiva e eterna emigrazione digitale, virtuale – oltre che a quella più tradizionale e concreta – della persona.
È qui che nasce online-persona.
Ciò non è ovviamente strano né rappresenta a oggi una novità soprattutto all’interno di quel panorama attraverso cui ci appare sempre più difficile comprendere sotto diversi aspetti la possibile quanto eventuale specificità di un determinato testo rispetto a un altro. Senza mezze misure, sembra che effetti quasi tutti i testi poetici degli ultimi anni si assomiglino in un certo senso, in particolar modo sembra che ciò sia dovuto, tra l’altro, a un più o meno vasto registro linguistico – tipico dell’ambiente poetico nord italiano – a cui si sono progressivamente adattate tutte le varie scritture a livello nazionale, nonché generazionale.
Va anche detto, questo è un tipo di processo che intacca inevitabilmente zone culturali e linguistiche del nord, di un nord però diverso, marginale e periferico rispetto al nord che qui intendiamo sull’asse Bologna-Milano.
Eppure, leggendo oggi i testi di Inno, ci appare anche chiaramente come, in alcuni e determinati casi, l’uso di questo tipo di registro linguistico nonché l’aspetto metrico, stilistico, formale – anche qualora questo rimanga fedele all’egemonia classicamente nord italiana – assuma in ogni caso nuovi valori di senso, nonché inedite capacità significative. Si può dire che qui vi è un rimontaggio dell’apparato poetico, un riquadramento della questione attraverso un’ottica non solo contenutistica, ma anche formalmente meridiana.
Perché c’è in questa prospettiva di giovani del sud, emigrati, cresciuti su internet un tipo di approccio diverso e frammentato del racconto e della scrittura, un’ossessività verso l’iterazione in seno alla condizione di stallo e alla continua rifondazione di sé, al pari di ciò che accade nel verso.
Non casualmente per esempio la scrittura di Inno ricorda questi e altri motivi quella di un’altra autrice vicina a questo tipo di argomentazioni, June Scialpi (Gallipoli, 1998). In fondo, come ben osserva Riccio in June, «per quanto si corra […] non si va davvero fuori, si usano soltanto i pezzi del dentro, si immagina soltanto un dentro», un immaginario interno a cui, tra l’altro, entrambe queste autrici afferiscono e appartengono, un tipo di fare, porsi e scrivere attraverso cui non solo ci si ‘ammala’ ma si fonda anche un tipo di poetica rinnovata, nuova, se vogliamo anche, queer.
L’emigrazione fisica e virtuale tipiche del sud, l’inquietante manchevolezza a livello sociale di un contesto minimo adatto per la scrittura di sé e del mondo, una soggettività formatasi intrecciando costantemente un bivio, tra stasi e movimento, tra pulsione e perfomatività (operativa), questa continua e fantasmatica presenza del femminile e del maschile incatenata a una riproduzione dei rapporti sociali obsoleti e/o culturalmente inesistenti; questi sono alcuni degli elementi più pregnanti di questo tipo di scritture, di questo sud qui.
Ci servirebbe ora chiedersi se attraverso queste prime scritture non si possa già intravedere un futuro di più ampio respiro, dopo un lungo periodo di gestazione – territorialmente capillare –, un primo accenno di un più vasto gruppo di scritture capaci di emergere anche nazionalmente a partire da una di quelle terre di confine, inserite solo marginalmente e limitatamente all’interno di quella pseudo-mappa psico-geografica dell’Italia letteraria e editoriale.
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da Guado [in fieri] (inedito)
seguiamo una lezione in cui parliamo di media. seguiamo una lezione in cui parliamo di linguaggio. durante il seminario riflettiamo sull’impossibilità di scappare dai media. durante la lezione pensiamo all’impossibilità del linguaggio. continueremo a seguire la scia del linguaggio che si perde nei media. continueremo a usare i media ricercando un linguaggio che sia solo nostro, che nessuno comprende ma che parlano tutti. a un certo punto non avremo più tempo per nulla
(dear professor K., im writing this e-mail
because unfortunately i wont be able
to attend your seminary on monday
the 21th of october)
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negli anni ’90 in Inghilterra si tenta di liberare il corpo dalla materia. futuritmacchina! la carne diventa l’intersezione tra la tecnologia e la vibrazione, la cultura e l’ambiente, introiettando il ritmo naturale di un’industria intera che fonde
le ceneri – lo zinco e il ferro – la lana di vetro – il bitume e il metallo – l’immaginario e il consumo – il sensuale, il sensoriale. la città ha un rimbombo anomalo e la gente che si vede è gente che sviluppa intenti forti, visioni diverse del reale
da un calcolo meticoloso delle mappe: le zone in cui stare, quelle da cui scappare, quelle del ritorno e dell’inganno, quelle dove sparano
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stringendo delle mani – rendendo il caffè una droga legale, facendo quindi lunghe pause – pensando a una brand strategy – pensando subito dopo a una palette – facendo di continuo networking – girando tutto all’amministrazione – salutando cordialmente – chi non muore si rivede – diventando fenomenale – stacanovista fino al midollo – impilando pagine – compilando documenti per la rendicontazione, per il protocollo, imparando a usare il microfono – vendendo e svendendo di continuo – stringendo decine e decine di mani – baciando qualche bocca – circondandosi di persone nuove molto intelligenti e nevrotiche – provando qualche brivido – sentendosi nell’avvenire – sommergendosi di scartoffie – fotografando il cane – producendo speranze idilliache – sistemando diversi portfolio, file Excel e Powerpoint animati – viaggiando nel metaverso, notule, totem e borsette, CV_Formato_Europass – verso nuove forme o intelligenze
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stiamo facendo delle domande a ChatGPT
ci stiamo affidando a delle risposte generate da ChatGPT
ci sorgono dei dubbi messi in testa dai diffidenti
risolti quindi da ChatGPT
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ogni profezia è in realtà una verità di prima che basta ricordare, il resto è un rimasuglio, lo scarto dello scarto. il tentativo di dimenticanza è continuo tant’è che di continuo buttiamo i corpi nelle fosse del giardino. sono corpi che né i cani di quartiere né gli uccelli che abitano qui intorno mangiano. essere sorvolati è peggio, è essere reclusi lontani, impedirsi di cambiare negli intenti
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addomesticheremo le nostre presenze online con user-name curati su misura per la nostra esistenza fantasma. desidereremo raccontarci da un luogo che non esiste, continuando ad ascoltarci da luoghi che non hanno eco, o pareti. sentiremo nostalgia dei blog dei primi anni duemila per la richiesta assente di un’immagine standardizzata, secca. una online-persona morta. un corpo abbandonato in rete che resiste finché resiste internet
un tempo ci siamo divertiti qui
un tempo i problemi erano altri
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testa e coda mozza tra incudine e martello
col rumore del metallo che inchioda al suolo:
questo è il macello, quello il macellaio
se giro, giro in lungo e in largo
sbattendo di nuovo
contro un palo di cemento
di nuovo
contro un palo di acciaio
pena per me, pena per te,
e pena anche per i nostri cani
ora che adesso pure loro respirano
la polvere rossa dei davanzali
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Aurora Inno (Taranto, 1999) si interessa di arti performative, scrittura, studi culturali e di conservare un’identità piuttosto vaga, e malleabile.









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