June Scialpi | Retriever

a cura di

Luigi Riccio

7–10 minuti

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Molto del riconoscimento del proprio ruolo autoriale, in poesia e non solo, passa per la tematizzazione di una certa «debole forza messianica», di un certo concorso alla coerenza, per citare due libri mi sono sembrati centrare la questione (Riproduzioni in scala di Demetrio Marra e Il libro della vacanza di Ophelia Borghesan). Cioè: il ruolo che in letteratura ha il diorama o meglio, in odore di intelligenze artificiali, lo spazio latente attivato per comandi, per prompt. È un ruolo da cui non si sfugge tendenzialmente mai, perchè nel momento della sua coscienza diventa impossibile non osservare e riprodurre la realtà in quanto tale: un insieme di elementi interni all’orizzonte d’attesa che, proprio perchè radunati assieme da una forza, risultano convincenti, riconoscibili, un testo.

Di queste forze, e quindi di questi dispositivi di generazione (worldbuilders, textbuilders) ci si ammala, però. Diventa automatico, immaginando qualsiasi cosa, riportare indietro le palline della coimplicazione, dello stereotipo. Fare il gioco faticosissimo dell’ipertesto. Faticosissimo perchè, per quanto si corra con la mente, non si va davvero fuori, si usano soltanto i pezzi del dentro, si immagina soltanto un dentro, e a star sempre chius*, appunto, ci si ammala, come i cani, i furetti e tutto quello che c’è in mezzo. Ci sia ammala nel letterario ma anche nel politico, come cani e di cani. Il Retriever di June Scialpi (Tic, 2025) è un amico stranissimo proprio per questo: definitissimo, addestrato, perfezionato, per ogni segnale che fa con la coda ci dice brav* per aver costruito correttamente il diorama, per averlo fatto andare un po’ a spasso proprio come dovevamo, per essere poco più che una forza e poco meno che un testo. Il dentro che definisce il dentro (e via, da lì, gentilissime pacche sulla nostra nuca, una serie di pilloline, più avanti l’esser mess* a dormire).






da Retriever (Tic, 2025)

da Retriever (possibile inquadramento teorico di un)




A quanto pare non c’è motivo di pensare che sia diverso. Il r. sogna ogni circa novanta minuti. Muove a vuoto come se stesse correndo. Come se fa strani versi. Come se stesse piangendo come se piccoli ringhi. La bocca la muove. Comincia a tremare nel testo. Possibile è che stia vedendo il viso, sentendo l’odore. Le stesse cose che occupano l’attenzione, tuttavia in modo più visivo, in modo non concettuale, in modo fisico. E mentre le vive, e in modo meno logico, e mentre le pensa. Ne è dentro. Monitorato dalla cosa, preso dal testo, riorganizzandosi. Le fasi in cui le attività aumentano, le manipolazioni di ciò che forse sta vedendo. Di fare piacere o infastidire.


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Che ci siano state delle tristezze è facile da ammettere. Che ci siano stati dei movimenti preparatori, delle contingenze tra i punti nello spazio, tra gli oggetti, tra le figure nel mondo del testo. È cosa non c’è stato che è difficile da dire, che non può più riportare indietro. Le cose si mettono in ordine, parole inventano sottrazioni di massa e volume, sgonfiano le figure. Adesso questo. È quello. E quello. Ancora altro. E poi qualcosa nei dispositivi attorno al collo, che si mettono dalla testa. Rimane l’azione vuota: infilare, aggrappare, addentare, tornare. Con cosa. Con quello. I movimenti preparatori hanno tradito l’ordine d’uscita. Adesso appare la tovaglietta perchè senza è difficile fare la. Adesso appare il cibo, la frutta, perchè senza è difficile il. Adesso appare la sedia perchè senza è difficile un. Lo sforzo non ripaga le figure, che tornano ammassate e incomplete. Nell’ammassarsi mozzato appare chiaro che ci siano state delle.


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E poi a un certo punto c’è stato un qualche intervento risolutivo nella sua vita. Probabile che sia stato più di uno, un accumulo di esodi. Si è trovato per un po’ a convivere con un geco dentro a un cubo bianco. Ha spartito l’acqua dai chiodi, il cacciavite dal resto delle assi di legno. Ha messo insieme qualcosa senza sapere quale figura finale avrebbe composto. Tenendo insieme le geometrie ha rinunciato alle singole forme.


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Eppure esistono esseri mimetici in grado di sopravvivere alle proprie somiglianze. Eppure gli umani finiscono spesso per soccombere al peso delle discendenze. Eppure corre il rischio nell’affanno di diventare qualcosa di diverso: piuttosto che riconoscersi.

Eppure la letalità dei suoi sforzi non pone fine a tutti i tentativi di sopravvivenza. Ha sviluppato la capacità di inanimarsi. Poi di parlare secondo imitazione. Ha appreso delle frasi, conosce dei comandi. Si ricorda l’odore delle cose degli altri, le sagome dei visi.

Vorrebbe essere apprezzato in forme sorprendenti. Eppure si è reso una cosa inedita nell’ambiente circostante, e anche così – o proprio per questo – ho finito per non ricordarmi più nulla. Esseri che sopravvivono alle proprie somiglianze e muoiono prima di somigliare o senza somigliare affatto.

Eppure riconosco i posti dove è stato e dove i corpi sono stati, qui è dove ha parlato di morte come una destinazione, dove ha calato dall’alto qualcosa che lo fa guaire, qui è dove ricordo che lui ha detto affinché io dicessi.


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Iniziare un percorso di vita appagante. Il percorso corretto. Tenergli sempre una mano sotto il torace. Quando tutto gli è nuovo serve pazienza. Capirà presto, a bassa voce. Il tono festoso invece diversificato. La coerenza e il rischio di perdita, dare per questo seguito a ogni ordine. Continuare con una carezza.

Associare il suo nome a qualcosa, il suo nome che significa altro, che si accomuna a mondi diversi, questo il primo esercizio imparato. Immaginare si diventa scappando, nel dietro-front, come se non importasse niente di lui; poi, dal nulla l’inseguimento e il riporto.

Abitudine al guinzaglio, pochi comandi, ma sempre gli stessi.

Quando si sveglia, dopo aver mangiato, dopo aver giocato, dopo aver rosicchiato, dopo aver girato in tondo, comunque ogni tre ore circa, di vario tipo, esigenze.

Nessun permesso affinché preceda, la voce gioiosa, una pacca sulla coscia. Il leggero strattone. Va fatto con costanza, serve ribadire le cure. Non è di amore che si parla. Dovrà sottoporsi alla profilassi.


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La tapparella si sporge da fuori verso un’indagine della camera. Ripara dai segmenti inospitali, dalla luce dei fuochi, dai prati spenti. Denti e orecchie non hanno cambiato posto. La spirale chiusa è indicata da una mano – la mano è gelida al tatto.
Nella stanza piangere è la ragione delle figure fantasmatiche, una processione che si compone vibrando movimento dopo movimento, scacciapensieri. Come farà a stare dietro? Come farà un corpo a recuperare. A stare dietro la storia che sta davanti, che è passata e che confronta. Anche nella storia ci sono i corpi, altri corpi. I corpi sono passati e rappresentano il passato ma nella stanza le figure non ne hanno.


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Nella pagina una poesia in cui l’io lirico vorrebbe dare molti baci in molti posti. Una poesia in cui l’io lirico vorrebbe essere messo in una tasca e portato in molti posti. Una poesia in cui l’io lirico e gli scarti e poi la peluria sul petto e l’io lirico si fa triste e parla di cose da comprare. Una poesia nella pagina, in cui l’io lirico si mimetizza con ciò che lo circonda e tenta di nascondersi alla vista. Una poesia in cui l’io lirico incontra un tu e da questo incontro nasce qualcosa di assolutamente prevedibile ai fini dei versi, di totalmente riconoscibile, in inevitabilmente causale, di spudoratamente esplicito per cui nemmeno varrebbe la pena che ci fosse una poesia e un io lirico e un tu. Una poesia in cui l’io lirico non finisce mai. Non finisce mai di imparare. In cui si concede il lusso di crogiolarsi in un dolore facile, in cui le cose che vengono dette non sono davvero le cose che vengono dette, ma altre cose. Ulteriori. Che senso avrebbe, qui, nessuno. Niente in questo senso che serva veramente a riportare indietro.


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da Coda (titoli di)

L’acqua non raggiunge la cute, si ferma tra il pelo e il sottopelo. Così come lo conosciamo oggi, il r. ha conquistato tutto il mondo fino a diventare, secondo le statistiche dell’ENCI aggiornate al 2021, il quarto tipo di cane più diffuso in Italia, e il primo poeta meno riconosciuto. La vita con il r. potrebbe sembrare tutta rosa e fiori. Cosa potrebbe mai andare storto? L’importante è lasciare che dia sfogo alla sua indole di riportatore seriale, altrimenti potrebbe fare danni. Un’altra caratteristica da non sottovalutare è la sua estrema sensibilità; è una specie di spugna emotiva; è documentato da ricerche sui livelli di cortisolo ematico, ad esempio, che somatizza lo stress emotivo sviluppando allergie cutanee e diarree, ma anche veri e propri problemi psicologici, come per esempio comportamenti di possessività compulsiva o stati di ansia da separazione. È certo però che l’assenza renda il cuore. Non so cosa, ma lo rende.

È vero, io pure mi ero ammalata. Ero ammalata di cane, ma anche di lavoro e di uomini e di soldi. Mi ero fatta smunta, la notte a letto mi guardavo i senti appuntirsi e chiedevo loro verso cosa mirassero, cos’è che volessero infilzare. È stato in quel periodo che mi raccontasti di voler morire in montagna, anche se ho sempre creduto fossi più un tipo da mare. Avrei voluto che qualcuno mi insegnasse a parlare meglio e a lasciar perdere la scrittura, così forse non mi ammalavo di cane.


June Scialpi (Gallipoli, 1998) ha pubblicato il libro Il Golem. L’interruzione (Fallone editore, 2022) con il quale ha vinto il premio Flaiano Poesia Under 35 e la plaquette Condotta del simbionte (La Collana Isola, 2023), illustrata da Majid Bita, e in mezzo ai giorni (i) dati (Zacinto/Biblion, 2024). Alcuni suoi racconti sono apparsi su Spore Rivista e Mandos, inserto cartaceo di Palin Magazine e nell’antologia Stasera faremo cadere il cielo (Zona42, 2024). S’interessa di studi queer e transfemminismo. Collabora con diverse realtà online. Ha tradotto Indumenti contro le donne di Anne Boyer (Tic, 2025).



Risposte

  1. […] letterari (qui racchiusi come in campionario) che di atmosfere dai singoli testi prodotti. Insomma: è lo spazio latente del diorama, di cui pure parlavamo per Retriever di June Scialpi; il racchiudere in uno spazio – appunto […]

  2. […] per Retriever di June Scialpi parlavamo di una certa funzione primaria della letteratura – ovvero dell’evocare per […]

  3. […] autrice vicina a questo tipo di argomentazioni, June Scialpi (Gallipoli, 1998). In fondo, come ben osserva Riccio in June, «per quanto si corra […] non si va davvero fuori, si usano soltanto i pezzi del dentro, si […]

  4. […] usato come funzione, al però molto più problematico companion di June Scialpi in Retriever). Andare d’amore e d’accordo. Dirti cosa può essere un tucano, come di te fa già parte, […]

  5. […] usato come funzione, al però molto più problematico companion di June Scialpi in Retriever). Andare d’amore e d’accordo. Dirti cosa può essere un tucano, come di te fa già […]

  6. […] (worldbuilders, textbuilders)» implicano – ma recupero qui parte di quanto dicevo anche per Retriever di June Scialpi – un dispendio costante di energie in retroscena (la serie dei ma questo, proprio questo, […]

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