La mia nota di lettura a Giocoforza (ECS, 2024), il libro d’esordio di Lucia Manetti, si chiudeva con una sorta di cliffhanger: «l’ossessione per lo spazio di certe opere – dal prato alla wunderkammer alla cameretta vera alla città pianificata o meno al dormitorio al villaggio vacanze all-inclusive e via discorrendo – deve essere un segnale operativo, non solo un argomento retorico da notarsi: esiste uno spazio del libro, ed esiste pure una postura nello spazio del contemporaneo, che sarebbe miope non riallacciare al modo con cui ci sediamo davanti e nel virtuale. Anche qui, cose su cui riflettere più – e meglio – in seguito». In generale, il punto della questione era il tipo di logica a cui un libro del genere obbligava, e di postura. Cioè ancora: com’è che accade che provi quello che provi, leggendo un testo fatto in questo modo qua? Come vuole mi sieda all’inizio e alla fine? Ne è risultato, almeno per quanto mi riguarda, che la maggior forza della raccolta stesse nel suo interessarsi a come venisse usata, più che creata. Quindi: una nota a ritroso.
Attraversando il nuovissimo Fior di tucani, e già solo i due piccoli esempi che mostro qui in anteprima prima che il libro esca la prossima settimana, c’è quindi una questione fondamentale che mi sembra di dover affrontare: perché ho l’impressione di entrare in modo così diverso nei testi a seconda di quale delle due sezioni del libro (Tucani! e Girasoli!) si tratti? All this love was once anger, come pure si dice separandole, ma un tema è davvero tale quando risponde – e con efficacia – alla forma che gli è stata data, a come si interfaccia a chi legge. Provo allora, di nuovo, a dare una risposta: il senso di complicità e di repulsione che appaiono animare le due parti del libro sono, appunto, innanzitutto un senso di animazione e di inanimazione. Così come la rabbia accumula in maniera sterile dei dati esterni, subiti, e l’amore necessità di per sé di una condivisione attiva con un tu, si può essere post* davanti a un testo che non collabora, sfugge, dà per scontate le sue definizioni e i suoi linguaggi e uno che, invece, sotto sotto si preoccupa per noi. Un testo tucano. Tu-cano. E però, e anche: per quasi tutto il libro si cerca sostanzialmente di dare definizione a dei fenomeni. Ma c’è una differenza di fondo e forse anche un nuovo significato a una certa perplessità che ho attorno alla discussione letteraria sull’assertivo. La soluzione allo scontro rabbioso tra soggettività – quella di chi legge non messo davvero in comunicazione con quella di chi dice cosa un girasole sia – non è il ricorso tassonomico a un oggettivo, definire il tucano come ad esempio fa Corticelli in Qualche parte del cane (2019), ma una nuova concordanza tra quelle stesse soggettività (molto più simile in questo, in un possibile spettro dell’ibridismo poetico che va dall’oggetto usato come oggetto all’oggetto usato come funzione, al però molto più problematico companion di June Scialpi in Retriever). Andare d’amore e d’accordo. Dirti cosa può essere un tucano, come di te fa già parte, cosa puoi farci tu. Sicuramente farlo diventare.
da Fior di tucani (pièdimosca edizioni, 2025)
da Tucani!
Operazioni di manutenzione ordinaria per il corretto funzionamento dei tucani
Lavare sempre in acqua fredda, divisi per tipologia, ad esclusione dei tucani esplosivi. Vanno con i delicati, senza centrifuga, si sconsiglia l’utilizzo dell’asciugatrice, che potrebbe rovinare la selvaggia texture del becco, degli occhi e delle zampe. Un tucano ben tenuto profuma di vestiti puliti, come una candela yankee candle al cotone, alcuni tucani tuttavia emanano fragranze peculiari inerenti alla loro individualità tucano: un tucano tubo di scarico non avrà mai lo stesso odore di un tucano bagnoschiuma.
Una volta al mese si contano le zampe complessive dei tucani per assicurarsi che siano in numero pari. Se sono dispari, probabilmente un tucano non si è scongelato correttamente – in questo caso occorre procedere con una lezione di Zumba per tucani da quarantacinque minuti.
Dopo le zampe, bisogna verificare che i tucani non siano né troppo lunghi, né troppo larghi, né troppo grassi, né magri e che nessuno di loro abbia scritto di nascosto un libro su Deleuze e la matematica, sulla geopolitca o sull’acqua.
A seguire: avete reso abbastanza omaggio ai tucani questo trimestre? li avete guardati, vi siete lasciati guardare da loro, avete offerto un numero adeguato di panini? Se sì, è assai difficile che possano verificarsi casi di malfunzionamento, ma nel dubbio, provate a scuoterli uno per uno, se sentite un rumorino tipo di qualcosa di plastica che si muove, il vostro tucano è rotto: sgonfiatelo e rigonfiatelo da capo.
Per ultimo, fate attenzione alle ombre dei tucani mentre camminate, se vengono calpestate troppo finiscono per autodistruggersi, portandosi dietro il povero tucano e anche il vostro diploma di amorevoli manutentori di tucani.

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da Girasoli!
Heliotroops
Soldati solari nelle pareti fanno scricchiolare la notte, forzano le frontiere diurne, impedendo alle tende di chiudersi. Nel cervello sibila la scatola dove ricordiamo, appaiono miraggi lunari, che arrivano e subito iniziano a corrompersi. Sono loro che si mettono in mezzo, caricano incontrollabili sulle pareti e sul pavimento, si affacciano alla porta sprangata, soffocano le voci che bisbigliano all’esterno.
Altre infiorescenze, chiare, su un soffitto a vela: era la prima volta con i pesci, dispiegano le loro squame traslucide, su cui scivola il sole, proiettando i loro organi sul fondo, che sussultano a tempo, senza ammortizzatori. Mani di girasoli mi stringono per non farmi cadere nella vasca.
Inseguono la luce, la luce insegue loro: memorie infette da amnesia, i girasoli si fanno strada nel tempo, parassiti maestosi sfigurano gli invitati delle feste delle elementari, il videoregistratore, lo stelo ricurvo di una figura umana che porta del pane ai girasoli, e un’altra che uscendo da un torrente di montagna pronuncia una frase di girasoli. Provi a ricordare il giorno in cui sei andato alle poste per spedire un regalo di compleanno, ma i calendari non mostrano che girasoli, il locale dove lavorava un amico ha l’insegna erosa dai girasoli, ed è un destino che incrocia i nostri timori dalla sua poltrona eterna, di chi sconfitto dalle truppe girasole, balbetta infine un cantico incomprensibile.
Dalle spalle di quelli di cui ci sfugge il nome, penzolano girasoli: emissari gialli portano avanti la loro versione delle cose, divorano la realtà dall’interno, masticano imperterriti con il solo scopo di distruggersi, ripetersi, sopravviverci, restare gli unici testimoni.
Nata a Siena nel 1992, di base a Torino, Lucia Manetti ha collaborato con la rivista Hestetika dal 2015 al 2018, è attiva nel tech dal 2016 e lavora attualmente come direttore marketing per un’azienda di software francese nell’ambito della cybersecurity. Laureata con una tesi di ricerca su Ildegarda di Bingen, diplomata in Concept Art per videogiochi, Lucia ha una formazione umanistica, artistica ed economica. Nel 2024 pubblica Giocoforza (ECS), raccolta immersiva di poesie, prose poetiche e racconti brevi. È attualmente redattrice della rivista cartacea NiedernGasse. Alcuni suoi testi sono apparsi su Nazione Indiana, NiedernGasse, Multiperso, Utopie del desiderio, Slowforward e altre riviste









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