Lucia Manetti | Giocoforza

a cura di

Luigi Riccio

12–17 minuti

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«La proprietà privata è sotto gli occhi di tutti, si sporge alla ringhiera, tiene alta la risoluzione del cave canem», funziona, mi pare, per giocoforza. Dico – e cito – questo proprio perchè Giocoforza di Lucia Manetti ha senz’altro il suo meccanismo nella generazione per con-ciò-sia-cosa-che, sia a livello di aspettative sui generi letterari (qui racchiusi come in campionario) che di atmosfere dai singoli testi prodotti. Insomma: è lo spazio latente del diorama, di cui pure parlavamo per Retriever di June Scialpi; il racchiudere in uno spazio – appunto – chiuso tutto il dicibile di una situazione, svuotandola e restituendone il gesto puro (e qui i quadrati testuali non mancano, facendomi chiedere se non sia questa la vera natura delle poesie-wall of text del post-lirico, Spazi metrici 2.0 su cui c’è da riflettere). C’è però una certa quota di turbamento, qualcosa che non fila nel discorso, che lo complica. Questo tutto-come-in-un-campionario delle forme e dei contenuti, questa eterogeneità del tutto massimalista, come partecipa alla coesione di un libro, se di coesione si vuole parlare?

Provo a dare due risposte. Si può pensare da un lato al glitch, al cortocircuito, alla volontà di manomettere la passività ‘ASMR‘ nella fruizione dei luoghi testuali cambiando il diorama non appena diventi troppo accogliente. Si modifica costantemente il patto con chi legge, si contratta (o addirittura si nega) la responsabilità sul contenuto promesso, rompendo l’orizzonte dell’aspettativa – e quindi della latenza. Pure, però, l’intero libro è videoludicamente una worldmap, uno spazio complessivo che fa della giustapposizione anche di biomi diversissimi la sua stessa cifra d’aspettativa: il deserto che si genera accanto al ghiacciaio, la transizione su nero – il loadscreen – come passaggio da una sezione all’altra o allora warp zone o ancor più warp cannon, la sezione come livello, quindi. Al di là delle note biografiche e formative su chi il libro scrive, che certamente possono portare l* lettor* al loro giocoforza, alla loro aspettativa, non è questa un’idea secondaria. L’ossessione per lo spazio di certe opere – dal prato alla wunderkammer alla cameretta vera alla città pianificata o meno al dormitorio al villaggio vacanze all-inclusive e via discorrendo – deve essere un segnale operativo, non solo un argomento retorico da notarsi: esiste uno spazio del libro, ed esiste pure una postura nello spazio del contemporaneo, che sarebbe miope non riallacciare al modo con cui ci sediamo davanti e nel virtuale. Anche qui, cose su cui riflettere più – e meglio – in seguito.





da Giocoforza (Edizioni del CentroScritture, 2024)

Niente è più inutile dell’andare a largo, mentire sulla statura;
il tuo nome improvvisamente vuoto galleggia
quando si vive per tentativi,
camminando a stento,
ma imparentati a ogni cosa,
e ti volano tra le dita uccelli antichi
con le gole cocenti come rovine al sole,
il cui canto si insinua nelle crepe dell’avvenire
incarnato per vocazione dalle stelle
a completare i loro fuochi indifferenti
che a mano a mano l’universo lascia andare
e riapre sull’outer space della grazia
il buco nell’acqua della parola.


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Svetta dalla fine, il vento prende a soffiare dal centro dei morti
dalle lapidi come da un nido,
traccia i contorni della pace
il vento, di nascosto comanda i sospiri
così lo sbuffo dei treni e l’aerosol;
si sostiene sulle spalle della terra,
è un movimento interno alla sua aureola
di nomi circondati da altri nomi
al culmine dei fili d’erba, che sospesi,
rivolti per così dire a testa in su
con l’indiscrezione dell’infanzia
scorgono tra i colossi nuvolosi
il sogno celeste degli uomini
ricamati sul rovescio del mondo.


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Washing up the Sindone

Strumenti utili per la consultazione dell’ipertermia > in alto, terzo scaffale a partire dal basso, sulla scacchiera muovi in avanti e poi a destra, perché si compia il rito – titolo del film: Dal mercurio alla verità in dieci minuti. Oh divano, sketch, macchia rossa nel cordone vettoriale della casa, di alt e tasto destro per tutto il perimetro – la proprietà privata è sotto gli occhi di tutti, si sporge alla ringhiera, tiene alta la risoluzione del cave canem. Lo stesso accavallarsi di angoli scandisce i bordi della scala in caricamento tra la messa a terra e la schermata blu del cielo. Quell’appartamento, dove i lavaggi che non ho fatto sono fantasmi d’acqua dolce, lo ricordo, ora, nel tuono della febbre – che seduta qui vicino, sulla scatola dei kleenex, incrocia gli occhi sui miei ventidue anni, vuol dire centonovantaduemilaottocentoquarantasette ore di gioco, zero medaglie, quaranta gradi per i calzini sporchi, promessa mai realizzata, in bilico sulle valvole del cuore – benchè di solito trenta bastino. Al limite del campo uditivo, il condotto inciso tra i lobi auricolari si apre una breccia nella lavatrice – spalle al muro – l’acqua è subito dopo, chiusa nel bacino d’acciaio, mentre diagnostica la condizione dei capi ne appesantisce l’intreccio, al termine del processo conclude in maggioranza: è sempre dall’altra parte del cestello che la redenzione non si compie e dall’acqua, scarico lento, centrifuga doxa è la memoria dei santi.


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Shockwave flesh

Occhi di mosca slittano sul bordo di saltuarie riflessioni abitative: adesso è l’oscillazione a garantire il contatto dei corpi nell’odore di chiuso delle stanze, come protetti da una squadra, un gruppo, una parola d’ordine, per riorganizzare l’assalto all’intero numerico – status quo determinato dal costo totale dell’operazione. Stanno alla pelle gli scheletri come i monti alle cataratte sul finestrino: questo discorso è una rinuncia, un qui pro quo, capovolgi lo sterminio e sollevi l’arco delle cause ad intenderne lo scheletro, gli strumenti disossati della fame, tenuti in caldo (cioè riavvolti in pellicola laminata). Insiste sul laterizio il cappello dei vecchi. Cimitero, Prima Porta: una distesa di like alla morte, e pertanto occorre distinguersi nella miscellanea nominale; l’eco della stasi resiste al divenire in forme sempre più approssimate allo zero, nel ricordo si sgonfiano i piani, si inchinano le architravi, abilmente ripiegate nelle ginocchia dei cari: tu salti nel vuoto, cadi in circostanze identiche a te stesso – qui sai che è finita (anche tuo padre tiene il berretto sempre più basso, la schiena più curva). In lacrime lipidiche, esodi proteici, si squagliano i cadaveri, resi abili nella manutenzione anatomica, rapidi nella polvere agitandone i contorni in volti noti > nascono già con il capo chinato, le narici fredde, sapendo che i loro nervi si tenderanno, messi a fuoco, come corde di violino.


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Dolor indoor

Varie canzoni dell’estate sono riportate al loro volume ideale, nel cristallizzarsi del Supradyn le leggi diminuire sulle fosse iliache, come messe in moto dalla stanchezza. Il residuo di forza polmonare si concentra nell’espirazione diaframmatica e da pg1 l’equilibrio frontale del testo d’esame tiene testa al calibro della cefalea. Mentre alla finestra cresce l’alba in morbide spire d’aria e di Ambi Pur, chiaro tra i capillari l’orizzonte è scorniciato per via del riflesso dei nuovi distributori in area relax. Così, di punto in bianco un crampo istituisce la pena: dolore – da immaginare a caratteri cubitali, 34 pt COMIC SANS, il font più inatteso. Cresce in lamenti fin pressappoco a metà della rampa disabili, fortunatamente all’esaurimento della multivitaminità, schiva il trauma un colpo di sonno predisposto al One Turn Kill. (Il dolore è nella stessa sostanza del corpo: sta sotto le palpebre foderate dal deficit minerale, nei banconi rivolti all’unisono verso le casse prioritarie, nel Parmigiano Reggiano, nei Sandwich Vitasnella, nei Kinder Pinguì al lampone. In gastronomia il dolore prende posto sugli scaffali, così da Alì Babà sia la pizza che il kebab vegetariano contengono percentuali significative di dolore, nei funghetti sott’olio, nel Gran Purè fatto di sole patate referenziate, il dolore è nel latte Zymil ad alta digeribilità che anche tu, lettore, puoi bere.)


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Murderkammer

In certi punti l’epidermide si stacca al pari dell’intonaco quando marcisce, l’osso viene afferrato con le mani, al vivo – per spezzarlo si può usare un martello, un’ascia, una sega elettrica. Come dev’essere rompere tutte le articolazioni con un solo desiderio, ma di una violenza inaudita, e registrarne il click clack, mentre si slegano una a una, e il corpo si scontra sul pavimento, come volesse oltrepassarlo. L’impatto libererebbe dal cranio pezzetti grigiastri, schegge impazzite, come ladruncoli in un supermercato – spegnendosi il cervello ripensa a quando era la vasca, il bagno profumato, portato alla temperatura di uno spirito inesploso. Gli occhi guardano adesso un punto fisso, perenne, tra il termosifone e il soffitto. La terra si prepara ad accogliere la tua pelle, dove sbocciano ferite sempre più profonde, a intessere un destino in cui nessuna parola è chiara come il sangue – le falangi sono chiuse, la mascella scatta. Lasci intendere di non essere più di una cosa abbandonata, i tuoi muscoli si contraggono, diventano pesanti come anelli che scivolano via dalla mano di qualcuno che muore di morte violenta. Chissà quali codici fanno scattare la resa, quale tortura ti disarma in via definitiva e ti lascia inerme sulla soglia delle tenebre, prima di ripercorrere un’ultima volta la rotta che porta al punto di partenza.


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Muscolatura del virgolettato

In che modo bisogna guardare un essere umano, in che modo si autentica la rima, in che modo si guarda il mare dopo che qualcuno ha detto amore, in che modo si deve leggere un libro, in che modo si deve avvicinare un essere umano, in che modo gli si può dire qualcosa, come si fa a dire qualcosa, come si fa a dirla una volta che sono passati anni da quando è stata domandata e come quando sarà chiesta domani, sapendo che sarà chiesta: come trattenere la parola, mettere a verbale la volontà come un documento ufficiale, come prendere aria dentro di sè, come dimenticare. Come potrebbe essere avere un tempo di un’altra intensità che risale lo spazio senza incenerirsi, cosa direi se non ci fossero i gatti, lo stafalcione e il torpeniere, cosa direi se ci fosse a chi dirlo, come posso accorgermi se c’è, e se c’è, come posso sapere che può sentirmi. Cosa dire ai borghesi che ti fanno da mangiare e si preoccupano se hai la febbre, come parlare di Hegel, come rispondere se ti fermano perchè vogliono parlarti di Hegel e tu sei terribilmente in ritardo per fare la spesa, e anche come fare la spesa. Come chiedere come ti chiami, come funziona lo sguardo dei pesci, come arrivare a Milano, come tornare, come pensare mentre non ci si trova a Milano che Milano esista: pensarci con serenità, con indifferenza, con l’indice della borsa in mano. Come chiedere ai gatti se stanno morendo, se hanno capito dove vanno i gatti. Come insegnare alle coccinelle a portare fortuna, come recuperare un conoscente, bere birra con dei conoscenti, come scommette sull’arte, sui cavalli, su Bukowski. Come interrompersi, dove interrompersi, come non peggiorare o migliorare, come si fa finta di niente, come si dà il fieno ai porcellini, come si tengono nel cassetto i regali che non si sono dati (perchè non si sapeva come), chi sorveglia i regali. Come salutare chi mi considera un essere umano, come smettere, come ricominciare, come parlare senza pensare all’amore, come scrivere storie, articoli. Come si fa a scrivere.


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Il cavallo estetico e la scoperta della roulette russa

INFLAZIONE GALOPPANTE:
(…) In una situazione di inflazione galoppante la moneta è trattenuta dai soggetti per periodi non superiori a quelli necessari per gli acquisti giornalieri, e ciò provoca un vertiginoso aumento della velocità di circolazione del denaro che, a sua volta, causa un nuovo aumento dei prezzi. (…)


Anni fa sul nostro pianeta viveva anche un altro animale leggendario, oltre le grandi bestie alate delle vette e dei grandi vulcani innevati. C’è da dire che questo animale era leggendario, sì, ma in ritardo; nel senso che anzichè stabilirsi sulle grandi penisole ricoperte dall’era glaciale (che a sua volta è un tempo ricoperto di ghiaccio), questo esemplare unico e schivo aveva caratteri molto più urbani: una creatura di mondo. Non sapeva fare a meno della cravatta, per esempio, delle palme d’oro di Nizza e dei casinò. Generalmente si ritiene che il cavallo estetico si sia estinto solo pochi anni fa.
La cosa andò più o meno così.

Il cavallo estetico tende a mantenere il passo e la sinistra, anzi pende proprio a sinistra, e cammina sulle orecchie, benché in lui prevalgano decisamente gli zoccoli sul numero dei nasi. Quando qualcuno si confonde nel momento in cui arriva un carro trainato, rischiando di essere investito, al mio paese si dice che “ha tante zampe da non sentirne il rumore”. Tale proverbio si riferisce proprio all’andatura vorticante del cavallo estetico, la quale fa sì che sia talmente disattento da sembrare sordo.
I cerchi nel grano sono le orme del cavallo estetico: le sue orecchie sono lunghe quasi come quelle dei conigli, perché in fondo è un po’ vile (infatti ha la coda di paglia, anche se non sta bene l’espressione), però non sono orecchie di coniglio, sono di cavallo, ma tirate fin all’inverosimile e utilizzate a mo’ di elica. La sostanza è sempre la stessa. In fondo potete immaginare il cavallo estetico come un tema stirato due o tre volte fino alla lunghezza della quarta colonna.
Se vi passa davanti e non lo salutate potete stare tranquilli che la vostra distrazione non sarà punita, per due ragioni: egli ritorna sempre negli stessi luoghi, e poi gli gira continuamente la testa, quindi il vostro cenno sarà facilmente scambiato per quello di qualsiasi altro possibile o impossibile essere umano.
Questo perchè il cavallo estetico è in larga misura un indifferente abitatore di circoli d’aria, e si nutre di vento. Un giorno arrivò per il cavallo estetico il momento di trovarsi una casa, dacché il freddo cominciava a intorpidire tutta la sua coda d’oro. Consapevole della propria conoscenza del mondo metropolitano, decise per il momento di provvedere personalmente, rifiutando l’aiuto degli amici.
Gira una casa e girane un’altra, il cavallo estetico rimaneva sempre scontento in qualche cosa: un abbaino che sembra un naso storto, una finestra troppo lontana dal lago, qualche nido di troppo sotto il portico fiorito.
Alla sera faceva molto freddo, ma ancora nessun rifugio, quindi il cavallo estetico stabilì di adagiarsi per riposare alla prima finestra illuminata. Sembrava tutto chiuso, era tardi.
Fu allora che girando a zonzo per la città, il cavallo estetico venne per la prima volta in contatto con un casinò.
Appena entrato attirarono subito la sua attenzione certe ruote variopinte dall’aspetto vagamente matematico che giravano, per la grande gioia di molti. C’era anche una pallina che piroettava da una cifra all’altra con grande precisione e professionalità.
“Una casa! Una casa trottola!”
Bastò un secondo al cavallo estetico, subito si informò sul nome di quella cosa. Chiedeva: “Come si chiama quella?” “Oh, ma si chiama roulette”.
“Ed è libera?”
“In che senso” sospirava il vecchio croupier dalle palpebre venose, “In che senso è libera?”
Il cavallo estetico è un tipo di poche parole ma di grande fiducia recettiva. “In fin dei conti” si disse, “Io non vedo alcun inquilino, dunque sarà disabitata”.
Ora bisogna sapere che il cavallo estetico non supera in altezza un gattino di qualche anno, per questo ha perpetuamente una visione distorta delle cose, le vede tutte quasi senza fine.
In virtù della sua minuta statura, si lanciò a capofitto nella roulette. Da lì ebbe inizio la sua errante felicità: il cavallo estetico girava, il mondo girava, la gente rideva alla sua vista o lo osservava estremamente interessata fino a quando non si fermava per ringraziare. Allora c’era sempre uno che lo acclamava a gran voce.
Il cavallo estetico era molto contento perché aveva una casa che girava e anche lui girava, anche se non sapeva molte cose. Intanto i suoi ammiratori crescevano a dismisura, oramai riempivano tutta la stanza e tutte le altre ruote, tranne la sua, erano state rimosse o spostate.
Presto anche il cavallo estetico fu rimosso e spostato nei più famosi casinò del mondo. Andò a Nizza, a Montecarlo, a Las Vegas. La gente pagava per vederlo, lui si sentiva unico (e in effetti lo era, ma questa è tra le cose che non sapeva).
Corse quasi su tutte le roulette del mondo, anzi lo avrebbe fatto davvero, avrebbe davvero corso su tutte le roulette del mondo se un giorno non si fosse trovato su quella sbagliata.
Era capitato nel bel mezzo di una roulette russa.


Nata a Siena nel 1992, di base a Torino, Lucia Manetti ha collaborato con la rivista Hestetika dal 2015 al 2018, è attiva nel tech dal 2016 e lavora attualmente come direttore marketing per un’azienda di software francese nell’ambito della cybersecurity. Laureata con una tesi di ricerca su Ildegarda di Bingen, diplomata in Concept Art per videogiochi, Lucia ha una formazione umanistica, artistica ed economica. Alcuni dei suoi testi sono comparsi in riviste online come Nazione Indiana e Multiperso.



Risposte

  1. […] Lucia Manetti | Giocoforza […]

  2. […] La mia nota di lettura a Giocoforza (ECS, 2024), il libro d’esordio di Lucia Manetti, si chiudeva con una sorta di cliffhanger: «l’ossessione per lo spazio di certe opere – dal prato alla wunderkammer alla cameretta vera alla città pianificata o meno al dormitorio al villaggio vacanze all-inclusive e via discorrendo – deve essere un segnale operativo, non solo un argomento retorico da notarsi: esiste uno spazio del libro, ed esiste pure una postura nello spazio del contemporaneo, che sarebbe miope non riallacciare al modo con cui ci sediamo davanti e nel virtuale. Anche qui, cose su cui riflettere più – e meglio – in seguito». In generale, il punto della questione era il tipo di logica a cui un libro del genere obbligava, e di postura. Cioè ancora: com’è che accade che provi quello che provi, leggendo un testo fatto in questo modo qua? Come vuole mi sieda all’inizio e alla fine? Ne è risultato, almeno per quanto mi riguarda, che la maggior forza della raccolta stesse nel suo interessarsi a come venisse usata, più che creata. Quindi: una nota a ritroso.Attraversando il nuovissimo Fior di tucani, e già solo i due piccoli esempi che mostro qui in anteprima prima che il libro esca la prossima settimana, c’è quindi una questione fondamentale che mi sembra di dover affrontare: perché ho l’impressione di entrare in modo così diverso nei testi a seconda di quale delle due sezioni del libro (Tucani! e Girasoli!) si tratti? All this love was once anger, come pure si dice separandole, ma un tema è davvero tale quando risponde – e con efficacia – alla forma che gli è stata data, a come si interfaccia a chi legge. Provo allora, di nuovo, a dare una risposta: il senso di complicità e di repulsione che appaiono animare le due parti del libro sono, appunto, innanzitutto un senso di animazione e di inanimazione. Così come la rabbia accumula in maniera sterile dei dati esterni, subiti, e l’amore necessità di per sé di una condivisione attiva con un tu, si può essere post* davanti a un testo che non collabora, sfugge, dà per scontate le sue definizioni e i suoi linguaggi e uno che, invece, sotto sotto si preoccupa per noi. Un testo tucano. Tu-cano. E però, e anche: per quasi tutto il libro si cerca sostanzialmente di dare definizione a dei fenomeni. Ma c’è una differenza di fondo e forse anche un nuovo significato a una certa perplessità che ho attorno alla discussione letteraria sull’assertivo. La soluzione allo scontro rabbioso tra soggettività – quella di chi legge non messo davvero in comunicazione con quella di chi dice cosa un girasole sia – non è il ricorso tassonomico a un oggettivo, definire il tucano come ad esempio fa Corticelli in Qualche parte del cane (2019), ma una nuova concordanza tra quelle stesse soggettività (molto più simile in questo, in un possibile spettro dell’ibridismo poetico che va dall’oggetto usato come oggetto all’oggetto usato come funzione, al però molto più problematico companion di June Scialpi in Retriever). Andare d’amore e d’accordo. Dirti cosa può essere un tucano, come di te fa già parte, cosa puoi farci tu. Sicuramente farlo diventare. […]

  3. […] La mia nota di lettura a Giocoforza (ECS, 2024), il libro d’esordio di Lucia Manetti, si chiudeva con una sorta di cliffhanger: «l’ossessione per lo spazio di certe opere – dal prato alla wunderkammer alla cameretta vera alla città pianificata o meno al dormitorio al villaggio vacanze all-inclusive e via discorrendo – deve essere un segnale operativo, non solo un argomento retorico da notarsi: esiste uno spazio del libro, ed esiste pure una postura nello spazio del contemporaneo, che sarebbe miope non riallacciare al modo con cui ci sediamo davanti e nel virtuale. Anche qui, cose su cui riflettere più – e meglio – in seguito». In generale, il punto della questione era il tipo di logica a cui un libro del genere obbligava, e di postura. Cioè ancora: com’è che accade che provi quello che provi, leggendo un testo fatto in questo modo qua? Come vuole mi sieda all’inizio e alla fine? Ne è risultato, almeno per quanto mi riguarda, che la maggior forza della raccolta stesse nel suo interessarsi a come venisse usata, più che creata. Quindi: una nota a ritroso. […]

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