Mirko Catalano | Il processo di asciugatura | Poesie inedite

a cura di

Luigi Riccio

6–9 minuti

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Inizio con la giustificazione di un titolo – cosa asciuga un processo di asciugatura, qui, e perché? – ovvero col motivo per cui uno di questi versi è così luminoso per gli altri. Ci sono due modi per leggere questi testi inediti di Mirko Catalano, e in fin dei conti sono lo stesso perché attorno alla stessa questione gravitano: «Ciò che secca, raggrinzisce / assume forma di una vita / quando vita all’inizio è soltanto / facile stagnazione e acerbità», e cioè le cose non possono, in nessun caso, smettere di significare (ma, allora, se ne può prendere un nuovo partito).

Non è insomma possibile – vuoi nell’osservazione, vuoi nella scrittura, e pur se tentabile – un’asciugatura che impedisca di utilizzare gli oggetti come costante rilancio, hyperlink che in quanto «dispositivi di generazione (worldbuilderstextbuilders)» implicano – ma recupero qui parte di quanto dicevo anche per Retriever di June Scialpi – un dispendio costante di energie in retroscena (la serie dei ma questo, proprio questo, vuole dire che, e allora dopo), e magari poi uno dei quei febbroni da tracollo dopo i quali ricominci daccapo, ma col peso della somma di nuovi marchingegni del riconoscimento, cesure da una storiografia infettiva che pure, però, richiedono sempre sforzo. Nemmeno è possibile asciugare il testo per rimozione dell’altro detto, del non sequitur, ridurlo – per sottolinearla, meglio ancora denunciarla – alla rete dei con ciò è cosa che, soprattutto se relativi a nascitur* e nat*, pena l’approdo a un paradossale massimalismo e alla sua tassa, al quanto c’è di metodico nel barocco (la matematica è anche Cartesio, l’ingegneria è davvero solo Gadda): dopo essersi impost* la sequela da iniziare, portarla a termine, e buona fortuna (ma: non protegge dalle polmoniti, né fa concludere romanzi et similia). Anche perché vale anche il contrario: a un certo punto ci si accorge di quanto ci sia di barocco nel minimalismo, anche in questo qui. «Il mondo bisogna pur guardarlo, per poterlo rappresentare: e così guardandolo avviene di rilevare che esso, in certa misura, ha già rappresentato se medesimo»,1 ma a meno che non si voglia star zitt*, e per il fatto di star scrivendo qui e così sarà evidente come la consideri la strada non praticabile, ciò chiama in gioco almeno il duetto d’arie, il doppio fuoco ellittico, il controspecchio, tutto l’armamentario del nostro umidissimo secolo d’oro.

Pure: la collezione enciclopedica, e cioè il tutto in serie. «E vi erano approdati mattoni, ruote grandi, enormi casse, ma non di biscotto, lamiere, vergella: e vi vedevo cumuli di materiale d’ogni genere, travi in acciaio, legname accatastato, assi, cilindri del macchinario gigante: sparsi un po’ dovunque, come rocchi di colonne corinzie in certe marine di De Chirico 1931, tra l’erbe, di sotto al radente migrare de’ piovaschi: un volo basso, greve. Baracche di legno per i pezzi più delicati, per i sacchi del cemento, i registri, i magazzinieri (occhialuti vecchietti): e pali con terne di fili maltirati, neri, a raggiungere motori provvisori. […] Poi, poco a poco, dalla campagna-irragione tutto fu racimolato come per mano di spigolatrice misteriosa; per comando di un fattore invisibile; tutto fu ritrovato, computato, elencato, a suo luogo disposto. L’intrinseca perfettibilità dell’opera, silentemente, agiva negli esecutori e nel tempo: radunò le cose disperdute nei mille momenti e dispositivi dell’impianto, coordinò questi in una struttura totale. Quel disordine primo si sciolse e poi si rapprese in forme sempre più valide, secondo validissime direttrici di cristallizzazione».2 Nulla di più asciutto dell’inventario o più aderente alla realtà (e non lo voleva, Gadda, il realismo? E non lo desumeva dal romanzo del vero e della storia, che per farsi tale aveva bisogno di indossare il costume del secentismo? E non è in Pasticciaccio e Cognizione la salvezza in personaggi che hanno il desiderio del vuoto, il sogno di sbarazzarsi dell’inventario di cui si fanno, fino a morirne? E però, a quel punto, quest’inventario e la sua storia lo eredita in addizione un suo pari così come Adelchi crepa di desiderio, di già spacciato). Nulla che meglio rappresenti la sua violenza (quante le tonnellate del molibdeno?), o di più vicino alla perfettibilità della cattedrale-romanzo. Non perché solidamente concluso come da calcolo oggettivo di planimetria, ma perché ha più di quel che ha la Sagrada Familia. Ma sarà un oggetto anche lei, nudo e crudo, appunto, e in che rete precisa.





Scaduti i termini, scoloriscono i numeri

delle camere d’albergo in cui sei stato,

le coincidenze da prendere a Monaco,

la cifra esatta degli scalini. Accade, però,

che qualcuno si salvi, riemerga dall’acido

della memoria, consunto o intatto. Il mese,

il giorno o l’anno, che ritrovi nei prezzari

di un distributore di benzina. Sappi, quindi,

che non tutto il vuoto è alle spalle, che il male

minore è in questo non aspettarti.


+ + +

Sampietrini divelti

dalla lastricatura imperfetta, accumulati ai bordi

della ciclabile sottostante.

E noi da sopra il muraglione, stretti

tra i platani e il muretto

vediamo come la rigida definizione di ogni cosa

non è compiuta ancora, o se compiuta

è provvisoria. Così le facciate degli edifici, il fiume,

hanno in sé meno vita

dei cassonetti colmi d’immondizia

da svuotare, del marciapiede sempre più

rigonfio di radici.


+ + +

La finestra affacciata sul buio,

il buio schiacciato sulla finestra accesa,

entrambi cercandosi rinnegano nell’altro

la loro forma mancante, l’equilibrio

perduto un giorno o mai avuto.

Così quando nel quartiere salta la corrente

un silenzio sempre esistito

accompagna l’ammutolimento.

Così quando il sole riemerge dalle nuvole

si scoprono ombre esatte sul balcone, nei giardini rasi.

Dalla facciata al suo rovescio una crepa interna,

fenditura di mondo, di vite micrometrica.


+ + +

Se basta la chiusura

di una fontanella – zampillo e ugello –

sotto i tigli, al centro di panchine curvate, sopra i quali

scoloriscono scarabocchi,

perché muoia un parco, in definitiva

diventi solo luogo di passaggio

per padroni e cani,

allora anche l’ombra ha i suoi vuoti d’aria

di mancanze e manchevolezze

discrete e mai chiare. Ci vede nelle case, o ci studia

da comunque troppo lontano

come uccelli controsole

senza più binomiale nomenclatura.


+ + +

La chiocciola salita in verticale

sul muro verde troppo simile a un prato

se visto sporgendosi di sotto

dal balcone. Il vento freddo gonfiava le antenne,

pioggia dopo pioggia smisero di uscire

anche le limacce e allora fu chiaro a tutti

nel raggio di pochi chilometri che aprile

ci avrebbe presto tolti di mezzo,

ma non subito.


+ + +

La luce gialla lampeggiante

del semaforo ci induce a retrocedere

per ordine d’importanza, a tenere conto

dei cartelli, del segnale di stop

posto in leggera curva, dove le macchine

non si fermano mai. Regrediamo a vivere

seguendo le indicazioni della materia

fissa, le informazioni chieste

a uno sconosciuto. Impariamo così

a muoverci nell’ignoto.


+ + +

Nel cimitero, le cappelle più a lato hanno intonaci

gonfi d’umidità, butterati, ammuffiti dove

non già crepati. Tra di loro

vicoletti ciechi dove prosperano

muschi licheni e rifiuti trascinati dal vento.

Ma vicino al nuovo colombario, del tutto o quasi

immacolato, sono apparse in un’aiuola

piantine di fave in fiore, vite

che di foglia ellittica in foglia ovale

altro non ci chiedono oggi

e come sempre se non

di essere un giorno sul posto mangiate.


+ + +

Durante il processo di asciugatura

evaporano composti organici volatili,

vernice che emana un odore

dolciastro di gas,

reso opprimente dal caldo di giugno.

I ragazzi europei, in Erasmus,

sono ripartiti per sempre

lasciandosi dietro, donandoci

questo muro accecante,

murale di volti flora e fauna, geografie

dove specchiarsi può chiunque,

la bacheca dei necrologi

dall’altra parte della strada.


+ + +

Ciò che secca, raggrinzisce

assume forma di una vita

quando vita all’inizio è soltanto

facile stagnazione e acerbità.

Come il corallo rosso da tuo padre

pescato, diviso, assegnato

equamente a figli e figlie, a te quindi

più di settant’anni fa,

conservato ancora

nel primo cassetto del comò

sotto biancheria intima e pigiama

– cavità ombrosa, pseudohabitat –

nervatura sbiadita in amuleto, eredità.


Mirko Catalano, nato ad Atessa (CH) il 15/04/2000, vive a Tornareccio (CH). Frequenta il corso di Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano. Vince il primo premio “Città di Pescara – SINESTETICA 2024”; nello stesso anno rientra tra i 10 vincitori del concorso di poesia “Niccolò Bizzarri”, da cui è stata tratta l’antologia Voglio la pace che nessun uomo può dare (Società Editrice Fiorentina, 2025). Suoi testi sono apparsi sull’edizione milanese de La Repubblica, a cura di Maurizio Cucchi.


  1. Carlo Emilio Gadda, Le belle lettere e il contributo espressivo delle tecniche (1929) ↩︎
  2. Id., Tecnica e poesia (1935) ↩︎


Risposta

  1. […] Come l’asfalto combacia le stelle più lontane», ed è questo un altro dei motivi della mia fede nel minimalistico realismo del barocco (e quindi «Pon’ mente al mar, Cratone […] / / Ve’ come van per queste piagge e quelle / […]

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