Il principio che credo distingua la prassi poetica da qualsivoglia altra scelta espressiva – certa pittura esclusa, ma si vedrà presto il perché – è la sua natura di spazio di altra credibilità. All’interno del suo riquadro, quindi il suo perimetro di esclusione dal reale o meglio di suo raddoppio, quindi il legno della sua solida cornice, appunto, scampoli di esperienza possono essere sostituiti con altri certamente esistenti, ma anche non compresi in quel contesto: questo non solo senza che ci sembri strano, ma anzi facendoci attivare immediatamente per leggere questa nuova visione con naturalezza. Il patto con chi fruisce, insomma, è che ciò che si osserva sia certo una rappresentazione di realtà, ma che non per questo sia tenuta agli stessi presupposti, perché posta su di un piano differente (e uso piano senza alcuna metafora, parlando di superfici e quadrangoli). È qualcosa di molto vicino alla paraeidolia, o a quando nei sogni o negli scherzi di Raffaello o nelle chiese a San Lorenzo si usano i volti di chi conosciamo per rimpiazzare quelli di chi non sono, e pure al mattino diciamo ti ho sognato o ammetto fosse Lei. È, quindi, un’inquadratura automatica, senz’altro rafforzabile per autorevolezza di voce e mezzo, ma pur sempre inevitabile. Che tu lo voglia o no, «la mente ha un piano / regolatore per il cosmo. Osserva – mi dici – / come il guscio di un uovo penetra il sole. / Come l’asfalto combacia le stelle più lontane», ed è questo un altro dei motivi della mia fede nel minimalistico realismo del barocco (e quindi «Pon’ mente al mar, Cratone […] / / Ve’ come van per queste piagge e quelle / con scintille scherzando ardenti e chiare, / vòlte in pesci le stelle, i pesci in stelle», diceva giustamente Marino, e neanche pesci e stelle sono metaforici).
In regime di deep fakes per intelligenza artificiale, o peggio ancora deep reals – e, direbbe il buon Giorgiomaria Cornelio, di principio lirico del reel -, è evidente come il sistema di cornici e soglie tra questi mondi dai diversi massimi sistemi si sia fatto liquido, se non altro perché l’accesso non è più vincolato a spazi fisici e deputati (studi, camerette, gallerie) o a mezzi che per peso e spessore implicano almeno le energie di una scelta (il fondo del catodico o il perimetro del cristallo liquido per non dire di una tela, la grammatura di un libro). Ecco, allora, il merito principale dell’ultimo libro di Antonio Bux, Venere in pixel (Marietti, 2025): inquadrare, nelle caratteristiche già proprie dello spazio poetico, la trappola e quindi il moto di una progressiva derealizzazione. Non, appunto, per riprendere Valentina Tanni, di una exit from reality, un sistema di dentro-fuori che implica, perciò, limiti (o più limines) ed effettivi piani regolatori (o meglio piani regolati). Piuttosto: lo scioglimento totale di questa rete, il credere ovunque che sia tutto vero. A quel punto, nel rettangolo lì davanti, certi punti si bruciano, forano, colano giù. Potevano dire qualsiasi cosa e ora possono voler dire, riproporre all’infinito altre sagome, interne, da riempire. Peccato che non ci sia più il bordo a cui aggrapparsi, e che non si ricorda il punto di partenza. Si arriva alla fine – se ci si arriva – di uno scorrimento del tutto-compreso, ci si è tanto infervorat*, ma dopo, dal letto, tutto chiuso, resta il vuoto del perimetro, il leak di qualche energia. Non è detto non lo si rifaccia, potendolo.
da Venere in pixel (Marietti, 2025)
Mi dici che hai un piano regolatore
per la mente. Che la mente ha un piano
regolatore per il cosmo. Osserva – mi dici –
come il guscio di un uovo penetra il sole.
Come l’asfalto combacia le stelle più lontane
col ritmo dei tuoi occhi se osservi in frammenti
la lingua che ti conduce. Mi hai detto di sostare
nel punto più remoto nella croce del tuo corpo.
Osserva – mi hai detto – con sguardi chiari
la cicatrice che è l’acqua.
Per stare uniti la coscienza mi chiedi
di osservare – di essere osservati da un binocolo
di albe, da cunicoli deserti che sono case
ormai, le case che sono un enigma. Il piano
regolatore tu mi insegni – spostare l’emisfero
sognato nell’emisfero dei giorni – un suono
di abiti di lino ai fianchi – tu e io che ci sfioriamo
tu e io e la solitudine di una cicatrice – mi spieghi
sott’acqua – mi spieghi che l’acqua si nutre
di idee.
+ + +
È l’alibi della chiarezza. Tra le erbe il calore
di un’ape nel polline tra milioni di anni
da qui al letto d’acqua che risorge di taglio
l’enigma di essere un alibi – mi dici – sono corde
basse di una semiminima, di un sedicesimo basse
tocchi chiari sulle corde del male. Ma la chiarezza
ora splende lontano. Splende nell’enorme pozza
iridescente delle mani, le tue mani tra le erbe
e le mie erbe sulla roccia. Profili di tempo
in gola – mi dici – l’alibi del canto.
Qui solo miniere ti allontanano. Solo miglia di ere
lontane se sei qui. Diventi una torcia. Bollicine
d’acqua piovana, una polla di selci e parole
l’alibi della chiarezza come febbre addormentata.
Splende la felicità – mi dici – se è un alibi mortale
del male che invece si alza. Si protende in bocca
come un cielo che brucia se guardi. Profili miniere
nascoste nella rondine di un bacio. Del bene
allora, faremo una goccia. Faremo d’alibi il profilo
e linea immateriale l’orizzonte.
+ + +
I pixel della tua faccia tra la folla. Le curve
di uno slargo convesso mentre attraversiamo
ogni lento buonasera. L’aria di un discorso
il plexiglass del cielo sulle nostre teste – mi dici
non è la barriera del suono ma l’euforia
di un demonio sull’altare dei denti. Sei tu
che mi invochi di tornare. Che riempi di pixel
veloci le crepe sul marmo del bar. Ti dico
perché questo cimitero nell’argento di un whiskey
perché queste ossa fino alle stelle sono ponti?
Qualcuno mi chiede se ho da fumare.
Nel termometro delle sillabe, nel litio
del dormire. Nelle case con celle colate a picco
tra pixel immaginari per strada, nei telefoni
pieni di cimici e foto. Nel saliscendi interattivo
di scale nei volti. Nel saliscendi sonoro
rispondo che io ho da fumare solo per me.
I pixel della tua anima dove non c’è più la folla.
Un demone che chiede di accendere, il fumo
di un demonio pixelato di occhi. Gli chiedo
se per caso ha da fumare. Se per caso sa l’ora
in cui posso cercarti.
+ + +
Inizia da una coordinata di unghie, da un ramo
spoglio di un ciliegio a Bogotá. O da un treno
merci olandese nel 1903. Dove c’era un Leviatano
ora ci sono le vette della Groenlandia. Inizia così
dal punto più affilato di un rastrello nel Gobi
il tilt della materia. Quando un uomo venne
dice qualcuno – a prendere dati per certe divinità.
Ha iniziato da una striscia nell’acqua, dai punti
sommersi dentro la striscia dell’acqua.
Dati in quantità. Per connettere questo globo
ad altre succursali. O forse solo per stare
senza antenne né ali, né navette oltre i cieli
in un cucchiaino rovescio. Forse era una donna
a scavare le sue mani tra le rocce di Calcutta.
Forse ha iniziato da lì. Oppure nelle golette
più impervie del Gran Canyon. Forse ha mosso
la ruota Maya prima dei Maya. Dati su dati
purché la missione finisca.
+ + +
Soffrire le larghe frequenze, l’oceano che si crede
orizzontale. Gli specchi dentro le lagune
una cavità lunare che il ghiaccio muta in canale
per gli occhi. La materia viene per gli occhi
mi dici – per un durare svanito. Le venature
delle mani sono lastre quando stringono
alcune particelle della pioggia. Sono gorghi
ti dico – a farci sembrare distanti. Sono stagioni
che chiamiamo torri, grattacieli d’acqua
da qui a questo presagire futuro.
L’oceano è un suono che si consuma in un nastro
se sono nata – la voce mi dice – per via di un
liquido che si spalma fino all’elettricità. Un volto
che premeva sulla tastiera, una voce lontana
l’eco della tundra interattiva. Siamo questo vetro
asciutto, contemporaneo, cuneiforme. Metalli
di memorie, ioni che parlano, che progettano
carezze in mille pezzi. Come se case nell’abisso
fossero il solo ricordo. Sono l’oceano del mondo
ti dico – mentre accetti di esistere.
+ + +
Mi dici di avere amato l’aquila dei sogni.
Su quaderni scarabocchiati. Su dolci pianure
le mani strette al collo. Dopo molte falesie
cresciute tra i polsi – dopo il passo di pecore
nere nella memoria. Io guardo un serpente
da giorni, sull’asfalto che preme nel calore
dell’ipotalamo, le sue erbacce incominciano
dalle frizioni delle mandibole. Le pastiglie
di un oceano amaro. Ti dico – questi codici
nelle mappe dell’uomo, questi segreti
mi rendono opaco.
L’opaco di una sera di marzo – ricordo i cani
l’abbaiare delle finestre. Le distese di bitume
nei tuoi occhi, e migliaia di discariche. La luna
scaricata negli occhi – mi dici – è la stessa
che si osserva da Venere. Ho i guanti sporchi
e un giardino neonato. Una culla di terra
i tuoi occhi ora nerissimi. Presto verrà un’aquila
ti dico – col suo silenzio rapace. Verranno medici
a dirmi del silenzio – come nasconde giardini.
Le tue mani strette al mio collo, una benda di sole
e i tremori, i tremori ogni notte.
+ + +
A volte la cicatrice scompare. Oppure
diventa un tatuaggio. Amiamo dormire
nella cucina sventrata, nell’infanzia di un
rizoma le liturgie di uno stesso spavento.
Quel non cercarsi. Quella strana piazzetta
del centro, la nostra città segata in due.
I piccioni anchilosati su una fontana a forma
di cazzo. L’acqua torbida delle due. Sono le due
notturne di quel giorno. Il mio tatuaggio
sulle tue dita. I segnali di un fumo interiore
se mi chiedi di accendere.
A volte i tuoi baci ricompaiono. Le stelle vive
che nei baci la luce delle stelle ritornava
e la notte come un bisturi – tagliava di poco
le clessidre sul petto. Il garage che era tua madre
le formiche fuori del garage. Il vino sul puffo
mi dicevi di sedermi per slacciarmi, per scendere
con la tua fica come un termometro. Eri tu
la monade incinta. La carne rubata ad un diavolo
per mostrare il paradiso, l’angelo che non c’è.
Una stagnola di angeli appesi sotto il tuo letto.
E tu eri l’ago.
+ + +
Ha l’esordio del tempo sui suoi seni. Un colostro
polare, una scacchiera enorme. È in lacrime
come una sposa, indossa pianeti rossi.
Una voce albina, venuta da chissà quale
corrente. Forse da un ipermercato, da un’iperbole
di pioggia. Forse dalla parabola di un cigno
sul gelo del mare di Barents. Una balena di occhi
nell’esodo degli occhi – le dico – per inghiottire
la tagliola del mare. Mi dice – sono fantasmi
le parole, un parto di rubinetti. Qui in città
mi dice il dottore – sono solo metastasi.
Metà della stasi vuol dire questa metafisica
di lei sullo schermo azzurro, sul barocco dorato
dei miei zigomi. Un ossimoro della terra che muta
i contorni della stanza. Le candele spente
parlano di come il testosterone di un morto
che pende da una corda sia per lei eccitazione
il miracolo che precede la morte. L’esodo della
morte, i suoi seni distanti, la pelle incarcerata.
Una spora dove ancora poggiare le pareti
l’esordio di essere uomo. Lei dice – tu eri d’acqua
e per questo sei salvo.
+ + +
Il mio cuore. Il tuo. Solo un sovraccarico. Un
oceano di dati. Collisioni. In sintesi. Astronomia
sulla pelle di un teorema. Ombre. In cerca di
connessioni. Amore oltre le cellule. Oltre le
palpebre. Oltre il pianeta delle nostre origini
terrestri. Fibra di. Molecole separate. Per nascere
il cuore non evolve. Ha dolore. Solo dolore
mi dici – un muscolo. Un fungo. Il mio cuore.
Il tuo. Una nemesi.
Chattiamo metalli. Mi piaci. Ti amo. Ti amo
ti amo ti amo ti amo. Guarda. Capezzoli. Lingue
e mani artificiali. Guarda. Amore oltre la fica.
Il cazzo. Un blister. Fa male – fa sangue
ti dico? Dico. Oltre il pianeta della tua origine.
Eccomi qui. Sposami per sempre. Andiamo lì.
Nelle fibre di. Insieme molecole. Ho dolore.
I tuoi occhi. Chattiamo negli occhi. Nei pixel.
Una nemesi. Un sovraccarico.
Antonio Bux (Foggia, 1982) è autore, editor e pubblicista per le pagine culturali del quotidiano la Repubblica (edizione di Bari). Tra i suoi libri, qui si ricordano Trilogia dello zero (Marco Saya 2012), Naturario (Di Felice 2016), Sasso, carta e forbici (Avagliano 2018), La diga ombra (Nottetempo 2020), Diario dell’intruso (Marco Saya 2022), Gemello falso (Avagliano 2022) e Mappe senza una terra (RPlibri 2023), con i quali è stato selezionato e risultato finalista in premi come lo Strega Poesia, il Viareggio, il Carducci, il Camaiore, il Città di Como, il Montano, il Notari e il Prestigiacomo (vincitore categoria under 40).









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