Andrea Inglese | Prati (extended version)

a cura di

Luigi Riccio

24–36 minuti

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Quando per Retriever di June Scialpi parlavamo di una certa funzione primaria della letteratura – ovvero dell’evocare per prompt anche minimi spazi complessi quanto standardizzati, mentali quanto materialmente perimetrati, mappabili -, avevamo una radice storico-estetica a cui rifarci: quella del ventaglio dei prati quadrangolari, dei diorami ipotizzabili ed anzi richiamabili per ogni occasione perchè parte di uno spazio latente personale o ancora meglio di un’enciclopedia comune, d’un orizzonte d’attesa del calpestabile. Quella, insomma, dei Prati di Andrea Inglese, inizialmente pubblicati per La Camera Verde nel 2007 (ma resi celebri per la loro versione accresciuta nel seminale volume di Prosa in Prosa del 2009), e adesso disponibili in una nuova “Extended version” per Tic. E nonostante l’avvicinarsi del ventennale del progetto, il suo valore non mi sembra cambiato di una virgola, ma anzi amplificato e reso riprova della bontà di una serie di istanze e metodi delle scritture di ricerca.

Primo fra tutti: l’importanza data alla problematizzazione del giustapporre, alla creazione degli oggettivi. Quella dell’assertività non è solo una crisi dell’io lirico, non solo una questione di modi di far poesia o scuole di pensiero o tantomeno posture in sé per sé: è una questione di classe, se di classe intellettuale si può trattare. Il riconoscimento del ruolo autoriale – e cioè del ruolo di chi appunto secondo proprie scelte giustappone elementi di realtà preesistenti in maniera compatibili con le aspettative di un pubblico – è a ben vedere il riconoscimento di un’adiacenza, quando non di una connivenza, del lavoratore culturale col potere costituito, politico ed economico che sia. Politico perchè riproposto nel suo stato di cose per la ripresa dei suoi stessi elementi; economico perchè confermato nello spettro ristretto delle possibilità combinatorie consentite dal mercato. Se il poeta fa un prato, insomma, sagoma in fin dei conti una forma di per sé prevedibile perchè strettamente controllata e standardizzata al millimetro, di per sé violenta perchè – visibilmente o meno – recintata, figura di proprietà privata, enclosure («forzature, testarde forzature, segnali di prato, non parti buone di prato»). Figura anzi di in-evasione, qualsiasi siano gli sforzi, di there is no alternative. Pure, però, il prato è un intertesto: una mappatura zoomabile da cui partire per vedere quanti mondi vi coesistono in adiacenza, in enciclopedia; una figura di realtà non imposta, di potere boicottato per gratuità delle associazioni, per frustrazione interna. Bortolotti diceva di Zaffarano: «non c’è una frase subordinabile ad un’altra, non c’è modulazione, non c’è teleologia. il soggetto è continuamente ritardato, il senso subisce una continua riformulazione, una posposizione ininterrotta eppure (o meglio: proprio perché) il significato di ogni periodo è ineludibile e irresolubile». Vale anche qui, e il senso è civile, programmatico. Il prato è insomma da capire, «ancora e sempre da fare», e proprio nella sua ambiguità (che è poi l’ambiguità di ogni spazio, mai neutro politicamente).

Tutto questo si diceva e pensava già vent’anni fa, direte. E tuttavia: questo è l’adesso di intertesti virtuali sempre più fitti. Ancora peggio: l’adesso della prassi politica della recinzione – giustificabile da una mitologia collettiva – di terreni semplicemente inimmaginabili come altrui perchè così mai raccontati. Di modi di colonizzazione confermati nella loro plausibilità dalle visioni delle IA, cioè dei ricettacoli del già visto. Insomma: della prassi politica dei diorami con erbetta da golf di Trump Gaza, di una popolazione civile blindata in confini unilaterali e sempre più erosi ma dettati da un racconto, di prati che la violenza elimina o costruisce dove non dovrebbe nella Striscia, in Cisgiordania e altrove (verrebbe pure da dire: di prati presto visibili solo in riproduzione). Questo è l’adesso che amplifica i vent’anni fa, quelli che cento – di anni fa – Montale diceva capaci di minacciare e che minacciano davvero. «Il prato», quello di Inglese, «rimane ancora e sempre da fare» proprio perchè è la prassi del prato quella del contemporaneo, proprio perchè una poesia che sia davvero politica e che ricerchi consapevolmente attorno alle sue strutture non può che rendere principio operativo (e problematico) dei suoi testi le proprietà formali di un’epoca. La pagina fitta richiama il prato reale; il prato reale richiama la mano che lo traccia e i suoi perchè (ma, anche, la prospettiva futura di poterlo creare un campo, e di poterlo vivere, o almeno di occuparlo con la tenda di una scrittura che sabota).




da Prati (extended version) (Tic, 2025)

Prato 18
Olio su tela

Il prato non sorprende. Ma i suoi confini sono di difficile delimitazione. Puoi cominciare da un’immagine. Una delle “immagini interne”. Quelle che si presuma tu custodisca nella testa. Un buon residuo di tanti ricordi, ad esempio, traversato da sovrapposizioni, angoli o sfondi, che appartengono invece a sogni. (Ma forse hai solo sogni di praterie, o di sabbia, o di rocce con solo qualche cespuglio spinoso.) (Forse hai pochissimi ricordi, solo quelli che non hai potuto cancellare, e non sedimentano immagini di prato, ma di pavimenti: piastrelle o marmo o legno. Pavimenti con confini precisi, muri intorno e porte, solitamente chiuse.) Servirebbe un’immagine, prima che ad avvicinarlo sia la parola. Oppure una fotografia, di cui sia facile amputare la sagoma o l’ambiente umani, per conservare una striscia breve, di sola erba, di erba su erba, un cominciamento di prato. A mediare ancora un personaggio, stavolta una donna se l’altro, il precedente, era un uomo. Che ti accompagna ancora a fissare la stessa stampa, tenuta contro la parete da due puntine di metallo. È una riproduzione dell’Annunciazione di Beato Angelico. Lei dice che non guarda mai le due figure umane, l’angelo e la vergine. Diche che non le ha ancora mai guardate, e neppure l’interno della loggia. Dice ogni volta, tenendoti per il polso, che solo l’erba le interessa, – Questo lembo di prato, vedi? – ti ripete – come s’infila sotto la palizzata, quante specie di fiori ed erbe tu ci vedi? – E pretende una risposta, che tu non sai darle, che non vuoi darle, e che lei, comunque, non vorrebbe sentire. È del suo stupore che si tratta, non dell’enumerazione precisa ed erudita delle specie erbose.


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Prato 37
Acquerello su cartoncino


Il prato è logorabile? È una concentrazione di forze. Di forze a bassissima intensità. Come una luce soffocata, tenue, diffusa. Se ci cammini accanto, il prato non impensierisce. Non lo guardi, lo hai di lato. Pensi ad altro, l’erba non fa ostacolo, l’insieme delle erbe, tutte quante, la superficie intera delle erbe, non rallenta i tuoi pensieri, non li devia, non li assorbe. Puoi pensare ad altro. Puoi non pensare. Per poco. Guardando il prato, smetti di pensare. Il prato costeggiato d’alberi, si dice. Il prato costeggiato di pioppi, no, di filari di pioppi. Come un movimento, una fila in moto, lo scorrimento degli alberi, per forza adunati lungo un asse, una serie, ossia dei simili, degli individui simili, alberi, pioppi, che scivolano lungo un lato del prato, come sospinti su di una rotaia, un solco, fino allo schianto, ma non avviene. Diversi i lati, cambiano i sensi dello scorrimento. Il prato fiancheggiato di palazzi. Il prato fiancheggiato di pecore. Il prato fiancheggiato di uomini armati. Il prato fiancheggiato di stufe nere di ghisa. L’unico luogo sgombro, vario, senza righe, rotaie, serie. Il loglio, la margherita, la sulla, l’andatura variegata, sparsa, rada, delle erbe, come a infittire vanamente su una superficie brulla, lo strato terroso di sotto, il fondo di sassi, ghiaia ed argilla. Viene un uomo, da solo, con un libro. Gira come ubriaco, guardando fisso a terra, spostando a scatti i piedi. Quando è convinto, si sdraia. Dapprima si mette in ginocchio, e poi si lascia cadere di lato e si stende sulla schiena. Aspetta solo che le formiche comincino a camminargli sul dorso delle mani, o nel collo, o sulla fronte. Allora apre il suo libro, e si mette a leggere quei racconti lenti, dove si narra sempre di uno scrittore che raggiunge una locanda in periferia, d’inverno. E quando entra, nel tepore dei locali affumicati dai sigari e dalle sigarette cattive, comincia descrivere le proprie minime sensazioni.


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Prato 55
Rotoli di feltro e tubi al neon


Tutti gli sforzi perenni della discesa e della salita, anche quelli secondari, minuti, soprattutto quelli, ai margini delle grandi agitazioni, delle crisi con bava e vetri infranti, quegli sforzi, dopo la vera caccia, o il piano dettagliato, protratti per mesi sotto silenzio, di traverso le occhiate, i ragionamenti semplici, gli spaventi, ora tutti, per contaminazione o empatia, possono convergere nel prato, disporsi in superficie, spandersi nell’erba, a raggio, come una ventata, tremando in ogni singolo stelo. Possono smorzarsi. Cedere, Come se fosse l’occasione, in quel rettangolo, o poligono incerto, di disporsi ad altro, usciti dai solchi e dalle traiettorie, calcando tutta l’erba adunata, la possibile erba, tenendosi a vista, se ci fosse del sole, o immersi consapevolmente nella foschia, nel grigio dell’aria, sotto uno scorrimento ostinato e vago di cirri. Come se fossero esaurite le macchine di profondità, dopo tanto perforare nei sembianti e nei decori, gli occhi vigili, assidui, a scartavetrare la schiena di una donna, i rami dei platani, un tavolo da stiro buttato a terra, perché ogni inezia è abissale, ogni sasso o chiodo è teatrino, paravento, ogni oratore è cadavere simulato che sussulta su rotaia, ogni corsa di cane è profilo di cartone tirato dalle funi, ogni porta lasciata alle spalle è baratro, inesistenza. Dopo tanto vedere di sbieco, al contrario, nei rovesci, di taglio, le macchine si sono fatte scure, sfuocate, nella loro avvolgente profondità, intasate in strani velluti, in fasciature di feltro. Ma la piattaforma del prato, la fosforescenza, il verde graduato, e la corrente delle erbe, fuori, a bagliori, in continua emanazione, dissociano gli sforzi, li attenuano, calmano anche gli ultimi motori. Tutte aggirate anche le macchine d’altezza, le insonni, ferventi macchine dell’alto, della scala e della pertica, delle geometrie allungate e sublimi, su per le lune maggiori, gli anelli freddi, le orbite. Schivate, con passi aderenti, strascicati, macchine fuori quota e sintonia, che non catturano, macchine giunte ormai tardi, fuori tempo, con un calcolo dubbio, una dottrina sfasata. Macchine d’altezza che non alzano dal suolo, non sollevano, lasciano tutto sotto l’orizzonte, da basso, in prossimità, mentre ci cammini, nell’erba, come un giocatore residuo, un passante, una figura deteriorata e distratta, che sbanda di continuo senza mai abbandonare il centro della sbronza, un qualsiasi camminatore fradicio, che non si dia altro scopo, ora, che camminare, che schiacciare erba, che restare, ben protetto, nelle anse ampie del prato.


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Prato 128
Vinile, rullante, grancassa


La cosa inizia sempre così, in sordina. Io sono nella mia stanza e ho di fronte a me un vecchio giradischi Lesa. Mi è del tutto chiaro il tipo di musica che voglio ascoltare, anzi ho già presente quale disco metterò sul piatto. È uno dei primi dischi rock che ho ascoltato da ragazzo, per me il rock è iniziato con quel disco. Conosco a memoria e nei minimi dettagli l’immagine della copertina, ma anche la lunghezza delle canzoni, secondi compresi. Sono quindi in camera mia, tutto contento di me stesso e del rock da poco scoperto, e ho intenzione di mettere sul piatto Led Zeppelin II per ascoltarmi l’assolo di batteria di John Bonzo Bonham. L’assolo dura tantissimo e mi sembra sfidare le regole stesse del rock, secondo cui i vari strumenti dovrebbero suonare tutti assieme per non isolarsi e acquisire, ognuno da solo, un peso eccessivo, minaccioso e in definitiva assurdo. John Bonzo Bohnam che suona Moby Dick dimostra che è possibile sprofondare in un atteggiamento autistico e rumoroso, sfidando accuse di pazzia, senza per questo sacrificare un solido senso del ritmo e giovando infine al risultato d’insieme. Ma quando mi decido a estrarre il disco dalla copertina di cartone, mio padre inizia sommessamente a tossire. Non mi meraviglio che mio padre tossisca, ma capisco anche che è nei guai, Come io sono seduto in camera mia di fronte al giradischi, lui è seduto in camera sua di fronte alla finestra aperta. Conoscendo mio padre, ora che si è seduto ci sono poche probabilità che si alzi. Questo è un tratto tipico del carattere di mio padre, quando decide di fare una cosa, per mostrare a sé stesso una certa stoica indipendenza nei riguardi degli altri e del mondo, deve perseverare nel fare quella cosa per un periodo di tempo prolungato. A volte mio padre resta un’ora in bagno a sfregarsi i denti con lo spazzolino. Dunque, adesso che mio padre è seduto, con il carattere che ha, non si deciderà ad alzarsi prima di una mezz’ora. Ma mio padre è malato. Lo percepisco dal modo in cui tossisce, raccolto, leggero, come soffocato da un dolore diffuso. Pur nell’apparente ovvietà, sono colpi di tosse estremamente gravi, che non lasciano alcuna speranza, a meno di tentare un ultimo intervento, un gesto estremo e precipitoso. Bisogna che io mi sposti in camera di mio padre e chiuda la finestra. Solo se riesco a raggiungere la camera di mio padre, per potergli chiudere la finestra, lui forse sarà salvo. Anzi, con tutta probabilità questo piccolo accorgimento, ma che denota una grande attenzione, uno schietto amore filiale, sarà quello risolutivo, spingerà mio padre nelle mie braccia, finalmente fuori pericolo, salvato, e salvato in modo semplice. Quindi io, consapevole di tutto ciò, mi alzo e mi dirigo verso la stanza di mio padre con passo deciso. La grande fortuna, poi, sta nel fatto che io e mio padre abitiamo sotto lo stesso tetto. A essere più precisi, posso dire con convinzione che le nostre stanze sono adiacenti. O forse, a voler sollevare la difficoltà maggiore, è necessario attraversare un piccolo soggiorno, per altro molto ordinato e luminoso. Ed è quello che io cerco di fare, prima di ritrovarmi ogni volta nel prato. Quando poi sono nel prato, non mi resta che camminare, che fare lo sfaccendato, e mi butto avanti senza costrutto o piani precisi. È proprio il prato che richiede quest’andatura. Avanzo a grandi falcate, gettandomi tutto il resto alle spalle. Mi sento in vacanza, del tutto privo di responsabilità, felice qualsiasi cosa accada e, nonostante non possa dimenticare mio padre malato di fronte alla finestra aperta, le mie possibilità di salvarlo, ora, sono scarsissime. Camminare in linea retta è tutto quello che riesco a fare, tutto ciò che m’interessa. Vado avanti, non giro la testa, non mi volto indietro, trovo ogni esitazione del tutto spregevole e ingiustificata. Intanto mio padre continua a tossire, assorbendo minuto dopo minuto l’aria che penetra dal vano ampio della finestra aperta. Anche se non è aria gelida, per lui è come se lo fosse: gli fa altrettanto male, e in modo altrettanto rapido e decisivo. Mentre io me ne vado per il prato e lo attraverso senza chiedermi se vi sia una strada alla sua estremità o un canale, qualcosa insomma che possa ricondurmi verso casa, mio padre tossisce da solo e mi rendo conto che è una forma di tradimento, mi rendo conto che pagherò cara questa mia irresponsabilità, questa allegria da pomeriggio domenicale, la pagherò davvero. Mi vergogno di me, della mia leggerezza, ma sono anche spaventato per quello che accadrà una volta che mio padre sarà morto. Apparirà chiaro a tutti fino a che punto io non meriti non dico riguardo, ma nessun tipo di pietà e solidarietà umana. Il problema è che una volta che mi trovo nel prato, non c’è ragione al mondo che mi possa far ritornare indietro, a casa, per le stanze che tanto mi sono familiari: la mia camera da letto, e quella di mio padre, ed eventualmente il soggiorno tra le due, come raccordo ordinato e luminoso. Per questo motivo, quando la cosa inizia in sordina, io cerco di prepararmi per tempo. Appena scorgo il giradischi Lesa di fronte a me, e mi viene in mente di ascoltare proprio un pezzo dei Led Zeppelin, già a quel punto io cerco un sotterfugio, un’astuzia, un piccolo mezzo efficace per allontanare il prato, per tenerlo alla larga, neutralizzarlo, metterlo fuori gioco. Infatti so bene che appena sentirò tossire mio padre, e con gran facilità andrò a salvargli la vita, alzandomi e dirigendomi in camera sua, il piano verrà stravolto e, prima che possa aver capito come, io mi troverò a camminare sicuro e spensierato nel prato, lasciandomi tutto alle spalle, incluso mio padre che tossisce su di una sedia di fronte a una finestra aperta che lo ucciderà. Quando la tosse di mio padre si rende percepibile, io già devo sapere cosa fare, devo aver trovato il modo di evitare il prato o di respingerlo. Mi rendo conto che ciò richiede un enorme sforzo mentale, ma io non lo temo. Mi concentro solo per portarlo a termine. Mi alzo e mi dirigo in camera di mio padre. Sono tutto concentrato su ogni piccolo gesto. Non ho la minima disponibilità a lasciar emergere di fronte a me una superficie ricoperta d’erba. Sto attento a come mi alzo, a come allungo il braccio verso la maniglia della porta, a come stringo questa maniglia, ma inevitabilmente appena la spingo verso il basso, io sono già nel prato, ma non fermo o esitante, no, quasi corro, vado avanti convinto, e nonostante il fallimento del mio piano, e il conseguente annuncio dell’ineluttabile morte di mio padre, io sono allegro, pestando i docili ciuffi d’erba. Nonostante tutti gli sforzi, ogni volta che la cosa inizia in sordina, to non riesco mai a evitare, nel momento cruciale, d’imboccare la via del prato, la via che mi conduce a lasciar morire mio padre e a rendermi il più solo tra gli esseri umani, disprezzato e biasimato dall’intera comunità. La mente deve forzare il prato, mi dico. La mente deve forzare il prato, spingerlo altrove, visto che è certamente un problema psicosomatico, o molto simile. Il formarsi del prato, quando io metto mano alla maniglia della porta, il mio finire nel prato anziché nel soggiorno, è un problema di natura mentale e può essere mentalmente sciolto. Si tratta di quel tipo di verità che i medici sono riluttanti ad ammettere, che salta fuori sempre alla fine, quando può essere ormai troppo tardi. Ma siccome lo sforzo mentale non ha dato alcun frutto, mi è rimasta un’unica risorsa, l’ultima delle mie speranze, il più improbabile ed estremo dei trucchi. Una volta che, in camera mia, potrò ammirare il giradischi Lesa, pensando al pezzo dei Led Zeppelin che ho voglia di ascoltare, ebbene quella volta io farò di tutto per infilare subito il vinile sul piatto e per far posare all’istante la puntina sul solco d’inizio di Moby Dick. In questo modo sarà forse possibile, a causa del trambusto compiuto da John Bonzo Bonham, che io non riesca a percepire la tosse fioca di mio padre e che quindi non mi salti in testa l’eventualità di salvarlo. Mentre John Bonzo Bonham pedala sulla grancassa a tutto spiano e pesta sui tom incattivito, una straordinaria interferenza sonora impedisce che la tosse estenuata di mio padre giunga sino a me. E se io riesco a rifugiarmi dietro la massa sonora di Moby Dick e l’enorme casino che produce Bonzo Bonham, non saprò mai niente di mio padre, della sua tosse, dell’aria che lo uccide, perché a causa del brutto carattere egli non vuole alzarsi a chiudere la finestra, ma a questo punto se lui muore a mia insaputa, mentre ascolto una delle più eccentriche canzoni del rock, nessuno potrà disprezzarmi, e spingermi ai margini della comunità, laddove non si ricevono più che sguardi insolenti o cattivi.


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Prato 159
Crani, asfodeli e completi di lino


In una giornata come questa, io devo cercare di non preoccuparmi, è vero che quasi tutta la mia famiglia è morta, sono rimasti in vita pochissimi, la madre, la zia, la sorella per adesso, se ne sono andati tutti gli altri, sono morti davvero in tanti, il nonno Rino è morto d’infarto, la nonna Luciana è morta nel sonno, la madre e il padre della nonna sono morti pure loro, e chissà come, e gli altri della famiglia, in pieno Ottocento, andati sicuramente, il bisnonno della nonna, uno a me totalmente ignoto, è morto per forza, persino il nonno di Rino è morto, che faceva l’attore, pugnalato ad Amsterdam, quelli che non ha ammazzato la guerra o la spagnola o la malaria o la sifilide o che non si sono ammazzati da soli, quelli rimasti vivi, alla fine sono morti pure loro, inutilmente sforzandosi di stare allegri e in buona salute, anche Primo Carnera è morto, non è facile gestire tutti questi lutti, l’elaborazione dei lutti prende un certo tempo, Renato Cesarini, Emil Zátopek, Ricardo Zamora Martinez, anche gli atleti più sani, più onesti e simpatici sono stati decimati, e continuano a morire, non è possibile fare nulla di fronte a queste morti, sono lutti che si devono elaborare, la desolazione è impressionante, l’abbondanza di cadaveri oscena, sei miliardi di vivi ma siamo solo la piccola punta dell’iceberg di una struttura di cenere e polvere d’ossa, nemmeno più crani ma solo orbite vuote, nomi vuoti, un monumentale pianeta-obitorio battuto dai venti, mi sforzo di pensare ad altro, alla vita delle locuste, alle partite di pallamano femminile, a qualche morboso intreccio di romanzo giallo, ma sono già morti anche i peggior assassini, uccidere molto non allunga la vita, Peter Kürten, Erzsébet Báthory, Herman Mudgett (il Dottor Tortura), Gilles de Rais, noi tiriamo avanti, ma qui stanno morendo tutti, facciamo quattro passi, sorseggiamo una bevanda ghiacciata, come se niente fosse, eppure nessuno verrà risparmiato, alle spalle è un mattatoio spaventoso, se ne sono andati Teagene di Reggio e Filone di Alessandria, ma con i migliori esegeti anche le donne più belle, io ci provo a stare allegro, a fare barchette e aeroplani Ron Hubbard, la Lineare A, ma sono di carta, a studiare la Panorpa communis, mediocri diversivi, sono morti cosi in tanti, anche senza gli eccidi, tolti i 55 milioni della Seconda Guerra Mondiale. rimangono 35 milioni di feriti, sono poi morti anche quelli, e quasi tutti, anche se sopravvivi a una guerra, ti rovini un rene o perdi solo un occhio, non certo una ferita mortale, ti aspetta comunque una morte, anche più calma, con un infermiere che ti dà magari dello stronzo, ma molti anni dopo, quando non te l’aspettavi, morto come un coglione in tempo di pace, non serve a niente occuparsi del teorema k di Montemurro, ficcare la testa tra i triangoli, oppure dedicarsi alla fabbricazione di cavi e gomene per bastimenti, come fece Niels Van Porg di Amsterdam, vivo ancora il 12 luglio del 1911, come attesta una lettera a Jaap Gulden di Anversa, reclamante la liquidazione di 1009 fiorini, entrambi sono morti come i più illustri Alcibiade e Giulio Cesare, e questo gigantesco ossario, a cui si aggiungano le montagne di cenere di tutti i cadaveri cremati, non può mettere di buon umore, anche se i genealogisti di Salt Lake City, nello Utah, stanno peggio di tutti, vivono scartabellando seicento milioni di schede mortuarie, ma è una cifra indicativa, nessuno ha il coraggio di contare i morti che ci stanno alle spalle, e ancora meno i morti che ci attendono, io per questo faccio lunghi esperimenti mentali, dapprima con l’astuzia del film d’orrore, tutti i morti li metto in movimento, li faccio deambulare con difficoltà, ma li spingo fuori dalla terra, li faccio respirare, che prendano aria, e per risolvere il problema di una subitanea sovrappopolazione, li rendo buoni nuotatori, e tutti questi miliardi di morti viventi li dirigo verso gli oceani, che prendano il largo, si avrà questo spettacolo, senz’altro meno angosciante dell’ossario, tanti corpi putrefatti o ischeletriti, che nuotano lentamente, fanno grandi girotondi negli oceani, ma con estrema calma, se poi riesco a specializzarmi nell’astuzia più sofisticata, quella della resurrezione dei corpi, me li dispongo su di una valle immensa, continentale, una sorta di piana costituita da milioni di ettari, ci faccio sopra un prato all’inglese, un tappeto erboso magnifico. dapprima il disboscamento hiroshima, poi s’interrano i fertilizzanti chimici, si bruciano coi diserbanti semi e rizomi delle erbe indesiderate, solo steli selezionati di Lolium perenne, Poa pratensis, Festuca rubra, Agrostis stolonifera, e gli immancabili asfodeli. Qui sopra, per farmi coraggio e allegria, per superare la tristezza del continuo obitorio, voglio vederci i morti in piena forma, con abiti di lino bianchi, questa volta in came e ossa, o al massimo con corpi semitrasparenti, come ectoplasmi non troppo sbiaditi, giusto le teste senza forza, ma che ciondolano gaie quando corrono in lungo e in largo, giocando a mosca cieca, palla prigioniera, bandiera, e che nessuno si fermi a parlare, il vociare sarebbe assordante, uno stridio intollerabile, ma tutto sia attraversato da questa grande agitazione, con miliardi di sagome biancheggianti che creano vortici e spirali, nastri paralleli lanciati in direzioni opposte, esplosioni a corolla. Come un’elaborazione riuscita, coreografica del lutto, una spensierata parata infera, ma silenziosa, sulle erbette basse, a piedi scalzi, inconsistenti.


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Prato 194
Mota & scarpe di vernice


In questo frangente un prato è il minore dei mali. Con quello che mi sta venendo addosso, e non solo di preoccupazioni, ma anche di impegni non prorogabili, di certo non mi preoccupo di calpestare un prato. Perché mai, però, sotto i miei piedi, proprio adesso, e proprio in questo stato, mi sia capitato un prato, cioè una superficie un poco ondulata d’erba, ma d’erba tagliata con una certa regolarità, con una regolarità che potrebbe, a volte, apparire persino maniacale, io non so, ma nemmeno sento che ciò intralcia i miei piani. Non che io abbia deciso di avere piani, di preparare lungamente e cinicamente dei piani. Io spero che andando dritto lungo questo prato, il prato poi si trasformi in qualcosa di maggiormente biodiverso. Ad esempio in una coltre di foglie carnose e coperte di una fitta peluria rossiccia, con intorno funghi mangerecci. Potrebbero esserci anche alcuni agapanti, se mai li volessi dipingere, e uno stagno adatto alle ninfee o anche a semplici serpentelli d’acqua. È incredibile il lirismo che può suscitare un praticello, quando ci si cammina in lungo e in largo senza le scarpe adatte. Mi è già capitato, per altro, in un testo di tanto tempo fa, d’indossare delle scarpe di vernice. E nuovamente porto ai piedi questo tipo di calzature poco comuni. Inoltre, dire scarpe di vernice è come dire fango. Se c’è vernice sulle scarpe, allora c’è fango intorno alle scarpe. E in effetti, immancabilmente, tutto il prato si rivela fangoso. L’odore di fango è fittissimo, a tal punto che dà il mal di testa, come certi profumi artificiali esageratamente zuccherini. Io vorrei però dire che le scarpe di vernice resistono bene a questo miscuglio di terra e acqua, con anche un po’ d’erba, perché ciuffi, in mezzo alle pozze grigiastre, comunque si riconoscono. Per quanto riguarda le scarpe di vernice, a parte il fatto di aver scordato dove me le sono procurate, credo di aver detto tutto. Ma se mi fermo a guardarle, se addirittura avessi il coraggio di togliermele, potrebbe tornarmi in mente una fase molto precoce della mia vita. Mi sorprenderei allora, visto dall’alto, come accade in certe visioni dei morenti, mentre mi dedico a pennellare dei mocassini aiutato dal nonno. (Lo spirito quando si stacca dal corpo, in fase di compiuta agonia, chissà perché si rivela leggero, e rimane a ondeggiare incolore appena sotto il soffitto della stanza d’ospedale. È un’esperienza frequente ormai, dal momento che ai giorni nostri morire in casa, se non lo fai per deliberazione specifica, accade molto raramente.) Mi sono infognato in una storia di morti, proprio ora che mi complimentavo per la tenuta delle scarpe di vernice e avevo una maddalena per innescare un po’ di memoria involontaria. A questo punto devierei piuttosto su di una scena erotica. Qualcuno, infatti, potrebbe volermi sfilare le suddette scarpe. Qualcuno ignaro del fatto che: 1) non porto le calze; 2) i miei piedi profumano di noci e mandorla. Ed è proprio la nudità del piede, e il loro profumo di semi oleosi, a scatenare delle pulsioni violente in chi mi ha appena sfilato le scarpe. Chi lo ha fatto non intendeva svolgere un compito da subalterno. Mi ha tolto le scarpe una sporca vagabonda, per venderle al mercato delle pulci. E ora cerca di sfilarmi persino i pantaloni. Qualsiasi cosa ci venisse in mente di fare con i nostri corpi, non è il posto adatto. A parte il fatto che il fango rende le prese amorose anguilliformi. E poi qui nel prato non ci sono grandi ripari. Il prato tende a imporre una trasparenza totalitaria. Lo sguardo ti corre incontro senza trovare ostacoli. Per queste e altre ragioni, io e la vagabonda ci limitiamo a scambiarci infecondi baci con la bocca. Sono passati anni da quando mi esercitavo in questo tipo di operazione carnale. Mi sento un po’ sbiadito ormai. Comunque ho scordato di parlare di alcuni problemi che non riguardano solo me. Nella parte finalmente asciutta del prato, asciutta ma anche aguzza, quasi vetrificata, io mi siedo con cautela, pur ferendomi un poco. Gli steli qui non scherzano. Quindi mi seggo, ma sperando di non finir dissanguato. E guardo in faccia i problemi generali, come se di colpo nel mio piccolo io si fosse formato un io più grande e sensibile, ma anche più devastato. E allora capisco tutto. Mancano soldi. La gente non si vuole bene. Circolano malattie strane e ricorrenti. L’applicazione ci mette un’eternità a caricarsi. Di notte, alcuni semafori sono disattivati.


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Prato 255
Palazzeschi & salotto letterario italiano


Ci sono tutti, quasi solo maschi, quando Palazzeschi arriva, e si respira vera rilassatezza, anche perché, nel salotto buono, quello progressista & romano, della letteratura italiana, le vecchie invidie, le guerriglie intestine, le detestazioni croniche, le reciproche freddezze, sono del tutto superate, semplici ricordi di carriere in facimento per sgambetti e pugnalate, che ormai lì, tra divanoni di pelle scura e tavolini bassi, sono state fatte una volta per tutte, e quindi il cerchio è chiuso: chi c’è c’è, e chi è rimasto fuori, amen, cammini con sguardo umile e passo solerte lungo le vetrine della grandi catene di librerie, dal momento che né il pubblico né la critica né le giurie lungimiranti lo hanno estratto dalla penombra incerta, in cui deperiscono, assieme agli scatoloni degli invenduti, anche i corpi flaccidi degli scrittori di poco conto. Certo, l’entrata di Palazzeschi mette tutti un po’ in imbarazzo: Ungaretti raspa nel taschino della giacca, Marinetti sferra un pugno sul ripiano in marmo del camino, Montale si strizza un lobo dell’orecchio, Calvino sistema l’orologio un po’ troppo lasco sul polso, e i premi strega delle nuove generazioni, che hanno davvero capito tutto del gusto nazionale, e di quello delle agenzie letterarie, vorrebbero continuare le loro conversazioni provincialissime, come dio comanda, citando gli stessi autori statunitensi o francesi, le stesse formule anglosassoni, le stesse problematiche sociali del momento – beltà dell’identico, dello stesso brodo tiepido e familiare, ma alla fine si alzano impazienti e seguono il nuovo arrivato. Palazzeschi non è venuto per parlare di finzione e documento, memoria e trauma, montagna e pianura, le podologhe di Stalin e i bassotti di Osama bin Laden, sa che ha di fronte a sé scrittori raffinati, intellettuali attrezzati, ma soprattutto uomini d’azione e di fiuto. Dietro agli autori, inoltre, si sono disposti, seppure con aria scettica, anche gli editori maggiori. Eccolo che libera con gesti rapidi e sicuri uno dei tavoli più ampi, sul quale erano posati vasi strabordanti di fiori e ciotole di stuzzichini. Tutti quanti gli sono intorno ormai, riluttanti nello stesso tempo curiosi, persino leggermente affascinati dalla sua audacia gestuale. Palazzeschi estrae infine lunghi eli arrotolati che teneva, infilati come ecce in faretra, in una borsa cilindrica a tracolla. Ma non sono teli, sono tappetini erbosi: «i prati del paradiso», come li definisce con tono solenne ed entusiasta suo proprietario, svolgendoli sul tavolo sgombro. C’è il prato quadrangolare, con i cipressi sul lato, e il salice bianco; c’è il prato triangolo equiangolo, con le vegliarde che filano e si scambiano il posto (e ricorda, ma per averlo anticipato, Quad di Beckett, con i druidi che vanno e vengono nel quadrato); c’è il prato profondissimo, e balaustrato, dove la gente seduta contempla una camicia fresca di bucato; c’è il prato infinito ma con il vuoto al centro, e ci girano intorno, nell’anno, settecentomila bigotte; c’è il prato per me più erotico, quello con l’inginocchiatoio, nemmeno sfiorato dalle vergini inginocchiate direttamente sull’erba, bianche e velate, che attendono, di luna piena, l’apparizione della dominatrice matura; c’è il prato con in mezzo il biondo, disteso ma non morente, anzi grassoccio nel suo sonno certo, il viso morbido, il ciuffo soffice, mentre intorno la legione dei veglianti lo fissa ammirata, di continuo circolante e insonne; c’è il prato ultimo, con il grandissimo cancello istoriato, battuto, dorato, ma sempre freddamente chiuso, impenetrato, con le genti che, a sera, stanche e vocianti, vi si accalcano contro, per vedere, tra le volute e i girali, levarsi la mano bianca, appena sventolante, dalle unghie quasi fosforescenti, lucidissime, ma senza continuazione di polso, avambraccio, spalla, torso e blocco cranico, né diramazione di gambe e sboccio di piedi. «Su questi prati paradisiaci», dice finalmente Palazzeschi, «potete davvero investire: ne verranno fuori romanzi magnifici, biografie tenebrose, autofinzioni sconcertanti, ne trarrete film e serie, saghe di letteratura giovanile e per bambini, giochi da tavolo e manuali di addestramento emotivo! L’affare è sicuro. Il ritorno sull’investimento è esagerato. Ci vuole solo un po’ di fegato. E di capitale, ovviamente, pronto a essere sborsato».


Andrea Inglese (Milano, 1967) vive nei pressi di Parigi. Scrive in versi e in prosa, ed e traduttore dal francese. Tra le ultime pubblicazioni, le riedizioni del libro collettivo Prosa in prosa (Tic Edizioni. 2020) e del prosimetro Commiato da Andromeda (Valigie Rosse, 2022. Premio Ciampi 2011). Nel 2022 escono le prose di Stralunati (Italo Svevo) e nel 2024 la raccolta di saggi Maestri contro: Brioschi, Guglielmi, Rossi-Landi (Biblion), curato con Paolo Giovannetti. Con Il rumore e il messaggio ([dia°foria 2023) ha vinto il Premio Pagliarani opera edita di poesia 2024. L’ultima pubblicazione è Storie di un secolo ulteriore (Derive Approdi, 2024). È stato redattore di Alfabeta2 e GAMMM ed è tra i fondatori di Nazione Indiana.



Risposta

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