Introduzione a cura di Mikel Marini
Nota di lettura a cura di Luigi Riccio
C’è chi sogna in sogno i guadi degli specchi, e chi nel sogno,
e c’è chi mangia in sogno radi
minestroni d’avena o di tritello con i ceci secchi
(Emilio Villa, Oramai, 1947)
«Sacrificio […] potrebbe essere assunto a denominatore comune dell’intero volume». Piuttosto, “mangiare”. Il mangiare come dimostrazione di forza: forza che va dimostrata perché quello che manca è il potere.
accumulare in gola oggetti, agnello che gocciola, allattato, assaporarlo marinato, bere, beve, bevono, chiedere il cibo con gli occhi, con labbra papille lingua a un modo di abbeverarsi che disgusta, cosa potresti mangiare, costolette in salsa di miele, cresce nel mio stomaco, cullare il corpo prima di mangiarlo, denti tagliano, digerire, dilaniano coi denti, divorano, divorare le piante, divorarne le membra, fauci spalancate intente a spiluccare dal cranio l’ultima sillaba, fetta di pane, friggere le pittule, frittelle del sugo di carne, i denti sulla carcassa, i maiali confidano nel dio del nutrirsi, il macellaio disossa un pollo intero, incastrato nei denti, inghiottire, ingoiare, la frutta secca, le dita nella bocca, lecca, leccare le giunture, leccare le ossa lupi dilaniano, mangi, mangiano, mangiano, mangiano la pancia, mangiare carne, mangiare carne, pesce, dolci, alcuni generi di frutta, mangiarli, mano mangiata dai suoi denti mentre muore, mordere, mordere le caviglie, morso, morso, non cessiamo di stupirci che la carne possa essere alimento per chi ha carne, nutrirsi di carne di donna, pasteggiare con le viscere calde e le frattaglie, peperoni fritti, pomodorino che esplode, portare acqua alla bocca, portare il bicchiere alle labbra, portare le dita alla lingua dopo averle immerse nel latte, reflusso, rimorso, rosicchiare cemento coi polpastrelli, saliva, sbucciare funghi champignon, scavare mordere succhiare, sentirne la consistenza coi denti, sgusciare uova sode, smesso di mangiare, sognare costolette di cervo, salmì di cinghiale, sto mettendo i denti, tenere la carne tra le labbra, ti darò il pane, un cranio divelto un osso spolpato da sempre: la fame, un’arancia, uno yogurt, vomitare.
Un ulteriore grado di avvicinamento è rappresentato dall’afferrare. Le dita della mano formano uno spazio cavo entro il quale cercano di stringere una parte della creatura toccata. Lo spazio all’interno delle mani piegate per afferrare è l’anticamera delle cavità della bocca e dello stomaco nelle quali la preda sarà definitivamente incorporata. Molti animali afferrano con la bocca armata di denti, anziché con gli artigli o con le zampe. Per gli uomini la mano che non lascia la presa è un vero e proprio simbolo di potere.

Il vero e proprio “atto d’incorporare” la preda comincia dalla bocca. Là conduceva originariamente la via di tutto ciò che era commestibile: dalla mano alla bocca. Per molte creature che non hanno braccia per afferrare, l’atto di afferrare è compito della bocca, dei denti o del becco. I “denti” sono il più evidente strumento di potere che gli uomini e moltissimi animali portano in sé. Le fila in cui essi sono ordinati e il loro aspetto lucente non trovano confronto in alcuna altra attiva parte del corpo. I denti possono essere considerati come il primo “ordinamento”, il quale esige formalmente un riconoscimento più generale; un ordinamento che funge da minaccia verso l’esterno, che non è sempre visibile, ma che appare alla vista ogniqualvolta la bocca si apre, cioè molto spesso.

Quando si è insieme si vede come ciascuno apre la bocca, e mentre ci si dà da fare con i propri denti si osservano i denti altrui. È disprezzabile non avere denti, ed è, in certo senso, ascetico non mostrarli quando si hanno. L’occasione naturale per sfoggiarli è fornita dal pasto collettivo. Il nostro costume moderno esige che si mangi con la bocca chiusa. Anche la lieve minaccia implicita nell’atto innocente di aprire la bocca, viene così ridotta al minimo. Non siamo però proprio del tutto inoffensivi. Mangiamo con il coltello e la forchetta: due strumenti che potrebbero facilmente servire per offendere.
Ai livelli più bassi, più animaleschi, è più esatto parlare di forza anziché di potere. Una preda viene afferrata con forza, e con forza portata alla bocca. Quando la forza dura a lungo, diviene potere; ma nell’istante più acuto, che giungerà d’improvviso, nell’istante decisivo e irrevocabile, sarà di nuovo pura forza.
Il melanconico non vuole “mangiare”, e per giustificare il suo rifiuto dirà magari che non lo “merita”. Ma in realtà non vuole mangiare poiché crede che egli stesso verrà mangiato. Se lo si costringe a mangiare, gli si fa ricordare proprio questo: la sua bocca si volge contro di lui, è come se gli si ponesse dinanzi uno specchio. Egli vi vede una bocca, e vede che sarà mangiato. Ciò che sarà mangiato è lui stesso. Ecco la punizione improvvisa e inevitabile per il fatto d’aver sempre mangiato.

ISTRUZIONI PER L’USO DELLA SIGNORA RICHMOND
Nettatela squamatela infilatele nel ventre
le erbe odorose fissatela allo spiedo
con un sottile filo metallico o con uno spago
umido grigliatela alla carbonella accesa
cospargetela con rosmarino e alloro
lasciatela riposare per un’ora così che
tutti gli aromi la penetrino poi scuoiatela
e pulitela tagliatela in grossi pezzi
infilzatela ben unta d’olio sullo spiedo
e praticatele qualche taglio sulla pelle
perché non abbia a screpolarsi fatela cuocere
a fuoco moderato spruzzandola di sale
tagliatela a dadini potatela a bollore
mescolando senza interruzione cuocetela
a fuoco scoperto molto dolce per 20 minuti
colatela attraverso un setaccio sottile
[…] tagliatela a fette di un centimetro
abbondante di spessore pepatela e battetela
con un pestacarne di legno fatela rosolare
finché prenda colore sopra e sotto
allargatela sul tagliere e battetela
sino a ridurla dello spessore di 1 centimetro
arrotolatela e legatela con un filo grosso
fatela rosolare a fuoco vivo coprendola […]
lasciatela marinare per 2 giorni
copritela con vino rosé e chiudete il recipiente
con carta oleata cuocete a forno basso finché
la carne sarà cotta ma consistente
adagiatela su un foglio di carta oleata
a forma di cuore praticatele tre tagli trasversali
cospargetela con brandy chiudete il cartoccio
mettetela in un tegame e infornate per circa 1 ora
sfornatela cospargetela di succo di limone
ponetele una piccola mela rossa in bocca
guarnitele le orecchie con rametti di prezzemolo
e adagiatela sopra un letto di crescione.
[La prima citazione è dall’introduzione del volume; la seconda contiene espressioni prese dalle sillogi del volume; l’ultimo testo è di Nanni Balestrini. Tutti i testi in prosa sono liberamente tratti da Massa e potere di Elias Canetti]
dal XVII Quaderno italiano di poesia contemporanea
(Marcos y Marcos, 2025)
Hai visitato il gesto più volte, sempre secondo tradizione.
Dietro ai passaggi esisteva un rituale
dimenticato una volta per sempre, eppure
hai sentito qualcosa sfiorarti la fronte
mentre toglievi la cena dai piatti, mentre
hai cercato l’ambiente più asettico
per riporre i medicinali.
Non riconosci il peso delle dita, le falangi
sembrano disarticolarsi, ogni
gesto si riguarda con fatica, si studia
senza che ci sia ricentramento.
Ora nel latte ci immergi le dita, potresti
segnarti la fronte, portarle alla lingua.
Tutto tranne ciò che va fatto, ripeti, tutto
tranne questo.
[Silvia Atzori, Appunti per un sacrificio]
+ + +
Sul protocollo
Le ha provate tutte: tappandosi
il naso, digrignando i denti.
Cercava solo di sopportare, stare
sul foglio.
È passato alle maniere forti: minacce gestacci
sputi persino.
Ma quello, coperto di fango a piacere
(perde dei pezzi
si ricompone in tutta tranquillità)
sempre impassibile.
Dopotutto ci pensano gli altri alla sua autogestione.
È pronto a pagare le multe se deve
a firmare con i ghirigori.
Sta lì.
Si prepara in silenzio al sorpasso.
È già una spanna più avanti di te, nome.
Ma tu fatti forza, «modella il tuo corpo».
[Luca Ballati, Danni marginali]
+ + +
l'ambiente è stretto. il cerchio del detersivo aperto
sul fianco, dammi da mangiare - qui hai inventato il fango. sono rimasti dentro i numeri, intonaco, lavare le scale
i canali sono asole spalancate sul petto. stai muovendo le dita nell'acqua inspiri da un vetro che non ho mai usato. hai detto - se ti allontani questo
risucchia
rimane il conto dei capillari che hai perso. il nero
dentro -
il lievito.
[Stefano Bottero, Kisa]
+ + +
Tutte le mattine passo davanti a casa, alzo la testa, vedo la finestra aperta con le tende e i fiori, sorrido. Poi succede qualcosa di strano.
Non ti immagino in cucina, non ti vedo che pulisci la tavola, che lavi i bicchieri, che chiudi il sacco della spazzatura. È quasi imbarazzante e soprattutto perché d’altra parte mi chiedo come e se i nuovi inquilini chiudono la porta della camera, come posizionano il corpo tra la scrivania e la sedia, con quale mano e da quale lato tirano le lenzuola per rifare il letto, come lavano il viso, dove tolgono i vestiti prima della doccia.
Mi interessa credo sapere
come si vive in uno spazio vuoto, un tempo
pieno di altri piedi, se si sente la differenza
di sudore sulla parete
quando la prima volta la tocchi per chiedere
il calore di una casa perché lo so
senza guanti è veramente difficile
mantenere le giuste distanze tra cellule e molecole.
[Ilaria Crocchini, Misura d’aria]
+ + +
Da bambina facevo gli scout anche se odiavo stare in chiesa, non avevo amici. Sopportavo
le filastrocche e i giochi di squadra, i nomignoli, le regole assurde, gli stemmi
da cucire, le gonnapantalone di velluto a maggio, le preghiere della sera e i pranzi al sacco,
stare in cerchio, il tipo col cappello che continuavo a chiamare BadenPower come una bratz dai superpoteri.
Sopportavo cose che non capivo, per l’illusione di non essere sola, barattavo.
C’erano gerarchie e gradi, dovevo fingermi grande, esperta, far credere di sapermi muovere,
di sentire tutto il corpo crescere.
In gita al fiume provo a nascondere la paura, tengo la fune dei gommoni scorrono
impazziti per la corrente sull’acqua gelata. Non mi trattengo, la lascio andare
anche se sono ancora sulla sponda e le gocce mi scivolano sulle gambe, prego
che ci confondano con l’acqua.
Non so perché, tornata a casa mento, dico a mia madre che fare gli scout mi piace, che mi fa sentire
indipendente. Ancora in divisa prendo una fetta di pane, ci schiaccio un pomodorino che esplode.
*
Chiedevo il cibo con gli occhi tracciavo il percorso dalle pupille di mia madre
al piatto dei peperoni fritti, costolette in salsa di miele, ribollite e poi
di nuovo tornavo ai suoi occhi e ancora e più volte
tracciavo il percorso di una fame ossessiva, della richiesta
di riempirmi, la paura di chiedere, il desiderio di ipnotizzare.
Ai saggi di danza ero sempre in ultima fila mi coprivano
la pancia con costumi più lunghi, brillanti come quelli degli altri.
[Diletta D’Angelo, Mind-Wandering]
+ + +
Tuk
Se sale con giusta concentrazione
e affonda bluastra la palpebra
in giochi di neve marzolini
– ghiaccio sgocciolante, voragine estrema,
in tutto questo è la luce
ad autorizzare lo sguardo,
e più in là, ma con giusta concentrazione,
la poltiglia slavata, un non so che di corna
e midolli sparpagliati sul terreno.
Qui primi abitano i camosci,
prima del detrito e dello sbuffo farraginoso
di obici pesanti, scariche di mitraglia,
cannonate a lungo raggio sui crostoni,
e da pendici altissime ci osservano
con sospetto di assonnate capre,
guardinghi guardiani dalle rocce mute
e allora immutate case di animali
fedelissimi all’abisso, scattanti capre
di gran carriera nella fiumana rocciosa
di balza in balza.
E sotto gelatinosa pioggerellina:
fuoco o ghiaccio che verrà
tra pochissimo sarà tutto finito
per noi, e per le lingue che spingono
il dispositivo.
[Marco Falchetti, La linea del ghiaccio]
+ + +
Il movimento è plurale, qualcuno ci inginocchia,
sembra già vedere la lotta, un’altra
con le mani chiude la vergogna del pianto.
Io sono già stato vostro figlio sono già stato allattato
e mi avete visto mille volte chiuso alle ginocchia,
con gli occhi bagnati per la caduta.
Una bambina smuove una trappola
ha un nome ed è un corpo
quindi esplode. Arriverà al buio e gli uomini
la porteranno sulle braccia, gridando
ai monti di crollare, piangendo il freddo dello stomaco
la carne avariata, i baci sugli occhi sulle mani
finiremo scacciati, voi ci vedrete. Ci vedrete dalle venature,
dentro gli occhi, secchi come crepe.
[Giuseppe Nibali, Esempi del Dominio]
Per una teoria del Quaderno-Pasticciaccio
Quisquilie di rosticceria
a fermare il torrente di lacrime […],
unico patto con me stesso rispettato
le sole volte che per entusiasmo
ho tollerato l’olio
(Alberto Bertoni, Semplici Abbandoni, 2025)
La barbabietola [...]
sentii che non avrei potuto reggerla,
che dal fondo un singulto
un'atavica repulsione
il conato dopo un'ingiuria
l'avrebbe espulsa da ogni cellula
da qualunque mio concetto di bene -
ma chiusi gli occhi
e deglutii
il più antico dei miei ricordi.
(Federico Italiano, La grande nevicata, 2023)
Un paio di mesi fa discutevo con Mikel sulla differenza tra due modi di parlare del cibo – o meglio, del nutrirsi – nella poesia italiana contemporanea. Il primo, sicuramente quello con le radici storiche più profonde (e, verrebbe da dire, che arrivano fino al Cantico dei Cantici), è quello che vede il mangiare come risultato di un’offerta di fatto cannibalistica, e cioè come rapporto squisitamente privato tra un Io e un Tu che si consuma in amori e violenze annichilenti in ogni caso, e piene di sughi, macchie, e da rinegoziare – nelle loro dinamiche identitarie e di potere – innanzitutto sul piano alimentare (è il caso, ad esempio, di un racconto recente di June Scialpi, ma anche di alcune riflessioni su L’anniversario dell’insalata da parte di Rebecca). Ma da lì, anche, precise estetiche grossomodo millennial: to love is to devour, insomma, con annessi agnellini dal musetto sporco di rosso, melograni sgranati (ancora in un paio di versi di Gloria proprio sulla tensione emotiva: «e avrei passato ore a guardare Carlo sgranare i melograni / con cura e con pazienza»). Il secondo, invece, è la prospettiva comune del mangiare, quindi il suo risvolto diversamente politico: la necessità d’immaginare un’alternativa socioeconomica che passa, innanzitutto, dal raccogliere tutto assieme e mettere in mezzo, costruire cucine collettive e mense, rendersi conto, pure, di essere ognun* il nutriente dell’altr* (quindi che si sopravvive con un pezzettino di tutt*, tutt* mantenendo). Se è vero – come è – che il denominatore comune del XVII Quaderno Italiano di Poesia Contemporanea (Marcos y Marcos, 2025) può essere il mangiare come dimostrazione di forza: forza che va dimostrata perché quello che manca è il potere, è allora anche evidente tanto l’esigenza davvero contemporanea (i. e.: politica, appunto) di un aspetto del genere quanto la natura coimplicante – e non escludente – di queste due modalità. Aggiungo: è anche evidente che i risultati del seguire questa pista siano davvero visibili solo in forme parimenti collettive come questa, in cui anche le scritture sono messe in mezzo per un immaginario comune e chi scrive mostra inaspettate energie solo per bocca dell’altr*. Oppure: per bocca aperta e piena di ciò di cui ci si è nutrit*.
Col cibo non si gioca, allora, ma con gli eserghi sì. «Neppure una parola / sottile e penetrante può / come un’ombra stare / tra le forchette e i cucchiai» [Cesare Greppi, in Misura d’aria di Ilaria Crocchini], innanzitutto. Molti dei libri inclusi nel Quaderno, in effetti, sembrano inquietati dai punti ciechi che, nel pratico, si aprono all’esecuzione dei rapporti di causa-effetto; dall’assenza di una continuità materiale tra le cose (Crocchini in primis, che infatti si concentra soprattutto sulla varia sorta di pareti divisorie tra la realtà e chi la osserva, sull’attenzione al separare il questo dal quello). È la perplessità davanti alle conseguenze sotterranee di un cibo, il cui impatto su fisico e psiche è quantificabile solo per ipotesi, per preconcetto, mai direttamente: quale boccone – e di chi – ha ingrossato il muscolo della mia azione – e quando -; quale ha dato definitiva energia al cancro che mi divorerà a sua volta? Ma il potere di controllo che non si applica qui, così, ai corpi è quindi anche quello che invece permette sé stesso, se dall’esterno. Si è pursempre nell’epoca in cui qualcuno nella linea di sangue del Pane e amore si occupa della Sovranità alimentare, e il dominio sui gazawi, oltre che sulla planimetria delle loro terre e sulla possibilità materiale dei loro spostamenti, è un dominio innanzitutto alimentare, tanto nella forma macroscopica della carestia – il non mangiare tout-court – quanto in altre più subdole: i divieti di coltivazione specifici per ingredienti dallo scopo comunitario, culturale, come l’ulivo o lo zaatar; il potere di imporre quanto malsanamente si mangi, bloccando ad esempio cibi «ad alto contenuto energetico» come biscotti e miele. Ancora: il potere di decidere cosa sia reputabile cibo, quale sia l’analoga planimetria della carne, dove vada fatto il taglio, come sia fatta la linea di produzione, e sarebbe molto facile pensare a Macello di Ivano Ferrari (2004). Come per tutti i fascismi e, quindi, i sadismi, vale quella scena lì di Pasolini. Ma, anche, la poliziesca efficacia della violenza è tale per l’impossibilità di esser vista – se non a ritroso -, e la cosa implica una logica retrospettiva – dello scarto, dell’avanzo – come unico e necessario presupposto di sabotaggio. Anzi: se l’angoscia dell’iper-contemporaneo consiste nella consapevolezza dell’immutabilità dello status quo davanti a quella dei suoi presupposti (così nell’immediato post-COVID di libri come Quaternarium di Gianluca Furnari e Non sappiamo come continuare di Demetrio Marra, entrambi del 2024, davvero all’indomani di una fase di insondabilità delle cause di malattia e di varie categorie di controllo biologico), è per il riconoscimento del male di questi ultimi, e solo poi per delle tecniche di cambiamento, che passa l’immaginazione del potere di nuovi corpi sociali. Come volevasi dimostrare, allora, la dialettica nei confronti di un sistema ricevuto è da retrodatarsi di molto, anche perché al sistema chiuso della materia corrisponde una carne che è ancora la stessa di qualche millennio fa, e cioè di quando «they were not» «locked in history» come «we are» per loro colpa [Werner Herzog, ne La linea del ghiaccio di Marco Falchetti], svelando la nostra vera natura di avanzi. Nello stesso Falchetti – e nella stessa cornice di «gelatinosa pioggerellina» in voragine che nel Ciacco di Dante univa proprio politica e gola – la spinta saggistica e conoscitiva (riprendo qui Tommaso Di Dio s’un altro dei libri del Quaderno) arriva alle epoche preistoriche pur di tracciare i meccanismi della fagìa, ricostruire a che carni appartenesse la sequela dei fossili disseppelliti ma anche dove li si sia mangiati, chi ne sia responsabile. Non casualmente, della Mummia del Similaun – ancora adesso tra gli «offesi» e vittima di «aguzzini» ma già di per sé appartenente alla categoria dei corpi divorati secoli dopo per benessere – conosciamo la morte violenta e, oltre che dell’ultimo pasto, la completezza del penultimo, e proprio riprendendo «Herzog il viaggiatore»1 non sarà difficile tracciare una linea che va dall’«entusiasmo irrazionalistico che […] preannunciava l’ascesa del nazismo»2 dei “film di scalata” (i Bergfilme) fino al male condiviso dei sanguinosi riti delle comunità rurali nei confronti della diversità al centro di Scene di caccia in bassa Baviera dell’uomodicarne Fleischmann (1968, stesso anno di esordio di Herzog), arrivando alla catabasi nella preistoria amazzonica del flagello di Dio Aguirre alla ricerca dell’antico El Dorado (e che pure regola il cibo, che pure ha prossimità con la carestia) o, in Italia, nel 1980, del crudelissimo Cannibal Holocaust, dal titolo che non necessita di spiegazioni. Silvia Atzori e Giuseppe Nibali, invece, con i corpora già tematizzati come studi di Appunti per un sacrificio ed Esempi del Dominio, danno una risposta tragica perché – al di là degli intertesti – risalente al sistema di colpe della cultura greca: da un lato, davanti a una condizione edipica di cecità sui nessi logici, la spasmodica e autodistruttiva ricerca di un movente del male, un’altra sorta di catabasi dopo quella di Quando tornerai sulla terra (2024); dall’altro la natura del miasma (ciò che come il radioattivo senza scampo si eredita) come infrazione organica – quindi macchia anche fecale, doppiamente di scarto – dei più basilari tabù antropologici, come l’incesto che Edipo tematizza, ma anche l’antropofagia (quanto mito – Tantalo e Procne, ad esempio – ha per miasma proprio l’offerta prandiale di carne umana? O peggio: l’offerta di carne di prole, del prodotto del proprio nutrimento). Ancora una volta la scienza dei sistemi di segni, quella filologia che deve il suo metodo a geologi e paleontologi e genetisti, si ritrova a cercare le sue risposte nel morto. Chi volesse risolvere il fatto di sangue (anzi: letteralmente di «maccheroncini color rosso, o rosa») del Pasticciaccio di Gadda, dovrebbe leggere prima il racconto Socer generque (quindi: fatto di altro sangue), rinvenirvi un’onomasticamente matricida Elettra (quindi: altro nodo!) offrire «con benignità particolare, il piattone del flan: flan di spinaci» e poi rivedervi, col senno di poi, l’Assunta del romanzo che lascia «rotolare sul candore tra gli argenti e i cristalli, d’un calice, o no, d’un bicchiere, il batuffolo di spinaci», capendo che avrà ucciso la Liliana di cui è figlia adottiva e amante (quindi: doppio miasma).
Il riferimento all’Ingegnere non è affatto casuale: è l’esergo [«ogni oltraggio è morte»] a Danni marginali di Luca Ballati, che si scopre, soltanto nell’ottica fin qui tracciata, quella della circolarità collettiva, una cerniera. Innanzitutto perché non sembrano esistere che danni marginali, nel senso che la necessaria implicazione nella storiografia del male, nella sua costante ridigestione, fa mostrare a tutt*, sempre, ma ancora e soltanto dopo, i segni delle violenze più o meno piccole. Se «era tutto già scritto nei loro cuori da leoni» non c’è poi differenza tra il codice delle «estorsioncine» di adesso e quello di Sant’Agostino che ruba le pere per oltraggio puro dello spreco [«con furia ma non per fame», dice Mikel citando Riccardi] e quindi conosce il male. Ma, poi, c’è il ruolo del romanziere. Da un lato la teoria del caos de L’egoista (siamo nel 1953: «Se una libellula vola a Tokio, innesca una catena di reazioni che raggiungono me»), dove l’obiettivo polemico è proprio la presunzione, anzi i risvolti coercitivi, di un diretto rapporto causa-effetto, sublimato dalle tappe dello sviluppo «intestinale» della concatenazione genetica, e cioè dell’investimento sui nutrienti («Nel rapporto padre-figlio noi ammiriamo una volta di più, se ce ne fosse bisogno, la perfezione del creato, osservando parallelamente decorrere e agire le due cariche dell’egoismo (figlio) e dell’egotismo (padre). Il padre riesce a ottenere dal figlio il desiderato rispetto e le onoranze presagitegli (non si sa per qual ragione), con l’approvvigionarne l’intestino di arachidi e ficherozzi. Per la festa della sua giovinezza»). Dall’altro, per risposta, un nuovo rapporto, che arriva alla necessità di una lingua onnivora perché plurale, così come per la voce-soggetto-membrana del gomitolo di maccheroni gaddiano, del Pasticciaccio, appunto. Prima, però, è proprio necessario spezzare il dominio di questa catena di ritorno per le spese d’approvvigionamento. La madre di Gonzalo, il protagonista de La cognizione del dolore (il romanzo citato da Ballati), cerca una salvezza dal male sprecando ogni parte di sé, oltraggiandosi. Liliana Balducci, ancora nel Pasticciaccio, dà da dormire e mangiare a uno stuolo di figliastre per poi morirne non prima di aver offerto un ultimo pranzo a chi della famiglia non è. Alla logica retroattiva dello scarto, che ha in sé dell’accumulo, deve quindi seguire quella proattiva dello spreco. Allora, se «La vista salva la vita dal buio che assidera. / La vista che nel disastro desidera» [Jonny Costantino, in Kisa di Stefano Bottero], è un po’ perché – invece – il conoscere dal buio, cioè il conoscere infantile, preistorico, è il conoscere innanzitutto voracissimamente per bocca (siamo in grado di immaginarci la consistenza sulla lingua di qualsiasi cosa, del resto, e più di tutto) e un po’ perché l’ossimoro di una «negazione generativa» sta proprio nell’elemento fluido, anzi oceanico, di un Io maternamente colabrodo, anzi tutto-brodo, tutto-nutrimento, che allatta a fondo perduto. Kisa Gotama – in una delle grandi religioni vegetariane colei che ha nel suo corpo il seme del piangere (anche lì il lutto era genetico) – che invoca il ritorno alla vita del figlio è l’opposto della gloria ricercata da Tantalo: e che compaia accanto all’orca Tàhlequah, che si accompagna al cadavere del cucciolo, è notevole, se centrali nell’Horcynus Orca di Stefano d’Arrigo erano il divieto del consumo della carne di chi – come i delfini – ha prossimità alimentare coi cadaveri (i loro prosciutti [sic] s’ingrassano mangiando sarde, pesci saprofagi in un Mediterraneo ora cimitero) e il viaggio di un figlio morto (forse?) in una guerra che guasta le carni e che ha annientato una generazione. Ma sul tema dello spreco, commentando Mind-Wandering di Diletta D’Angelo, Mikel mi sembra aver trovato una pista non da poco. Il libro di gran lunga più ricolmo di alimenti è infatti anche quello per cui è necessario parlare della «manifestazione più calzante della cultura barocca, che prevede il massimo dispendio economico per il risultato il più effimero e fugace possibile: il fuoco d’artificio. […] Maravall [l’autore de La cultura del Barroco. Análisis de una estructura histórica] chiude con un fuoco d’artificio, D’Angelo incomincia con un fuoco di artificio». Viene da dire, però, che una manifestazione altrettanto calzante è il cibo. Una delle voci più ricche di occorrenze negli Indici delle persone fiabesche, degli animali, oggetti, piante magiche e dei luoghi fiabeschi di un caposaldo della cultura secentesca come Lo cunto de li cunti (un libro che si apre, ricordiamolo, con la costruzione di una fontana che sgorga olio, e in cui il nome parlante della protagonista – Zoza – sta sia per ‘unta’ che per ‘salsa’) è non a caso ‘banchetto-tavola’. E di spreco si potrebbe davvero parlare, visto che il banchetto di una corte barocca è quanto di più lontano dall’alimentazione necessaria alla sopravvivenza e quanto di più vicino alla produzione dello scarto per eccellenza, e cioè la materia fecale. E però: lo spreco vero, come detto, implica frustrazione del dominio, la negazione di nutrimenti e rafforzamenti. Piuttosto, la cultura assolutistica, nella sua declinazione culinaria e col Re Sole in capo (curiosamente vicino a un altro caposaldo del barocco napoletano e poi europeo come Marino, l’altro che come Dante collegava gola e politica: «l’invitò, póstogli il vaso innanzi, / parte a gustar de’ generosi avanzi. // […] Mentre son del gran pasto in su ’l piú bello, / ecco Momo arrivar quivi si vede, / Momo Critico Nume, arco e flagello, / che gli uomini e gli Dei trafige e fiede. […] // – Vo – rispose lo Dio – tra queste piante / de la Satira mia tracciando l’orme») si fonda sulla totale discrezionalità nella direzione dello spreco (ancora in Basile: «sentito che il cameriere non aveva colpe, lo mandò a chiamare e, ordinato un gran banchetto […], volle soprattutto che fossero presenti [a un banchetto in cui di carne ce ne sarà stata in abbondanza, presumo] i sette mostracci che avevano macellato quella vitellina di latte») e soprattutto sul nesso tra capacità di radunare ogni ingrediente immaginabile su di un piatto e dominio su tutta la natura che quegli ingredienti contiene. Finto spreco e finta pluralità, dal momento che sono tutte soltanto in funzione della linea verticale – e singola – di un Io che detiene il potere. Ma del resto L’État, c’est moi. Un reale spreco etico, e quindi una vera pluralità, stanno invece, per opposizione, nel funzionamento per lampi e tessere del meccanismo memoriale di Mind-Wandering: collettivizzazione totale, e riconoscimento della propria natura d’insieme di carni altrui.
Va fatto, allora, un passo indietro. La vera scommessa del Pasticciaccio, o meglio della sua voce-membrana (gastrica) plurale era la scommessa in un Noi finalmente oggettivo e non più sottomesso a un’imposizione linguistica e quindi di direzione, di scopo, dei materiali di cui ci si è nutriti, a una discrezionalità di spreco. Una scommessa avvenuta a partire dalla raccolta di voci in spazi comuni come i cortili di condominio all’indomani della II Guerra Mondiale, un tentativo di risposta a una carestia materiale e culturale, a un’imposizione anche delle colture da farsi (agli orti urbani, alla battaglia del grano, all’autarchia e via discorrendo). Non a caso è lì sospettato chi fa acquisti troppo gourmet in salumeria, chi vende porchetta troppo buona (e minuziosamente descritta); fa da voce narrante chi, nelle primissime righe, risponde al «Tutti ormai lo chiamavano don Ciccio. […] aveva un fare un po’ tonto come di persona che combatte con una laboriosa digestione: vestito come il magro onorario statale gli permetteva di vestirsi, e con una o due macchioline d’olio sul bavero, quasi impercettibili però, quasi un ricordo della collina molisana». Pure, non è diverso dalla babele di Oramai (1947) di Emilio Villa, dove molteplicità di lingue e loro consistenze («secca», oppure «lunga, / rara, rosa e bella») e sensazioni («come un granello di pepe / sulla lingua») coesistono con «le lingue delle mucche sull’uncino nei macelli» nell’Italia dei razionamenti fascisti e della Sezione Provinciale dell’Alimentazione. Contini definiva funzione Gadda la compresenza del diverso in una tensione realistica, e dunque squisitamente civile: è ancora Dante, ma anche il capolavoro poliglotta della letteratura di Resistenza che ci ha offerto Fenoglio con Il partigiano Johnny. Qui, allora, presa la cognizione di essere nutrimento e spreco, di averne dentro delle porzioni, solo una fagìa circolare – e cioè una forma alternativa di banchetto -, un nutrirsi ad anello e quindi di tutt* e di tutto, può permettere una prospettiva comune, innanzitutto di immaginazione politica. Nuovi tavoli a cui sedersi, poi tutto il resto.
[L’articolo che stai leggendo, oltre ad essere un’apparecchiare la tavola alla presentazione del Quaderno che Inverso curerà assieme a Libera Poesia Contemporanea il 20 febbraio 2026 a Napoli, è la conclusione ideale di una rassegna sui suoi singoli libri apparsa su Vallecchi Poesia e a cui hanno partecipato per la redazione Rebecca Garbin, Mikel Marini, Luigi Riccio e Francesco Ciuffoli, assieme a Rudy Toffanetti e Domenico Pace. Puoi trovare ognuno degli interventi proprio qui:]

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Il Quaderno italiano di poesia contemporanea Marcos y Marcos (a cura di Franco Buffoni) consiste in sette giovani autori di poesia italiana contemporanea ciascuno presente con una raccolta autonoma preceduta da esauriente introduzione critica. Sette libri di poesia racchiusi in un unico volume a illustrare le nuove scuole o tendenze della giovane poesia italiana. Nel suo diciassettesimo volume: testi di Silvia Atzori, Luca Ballati, Stefano Bottero, Ilaria Crocchini, Diletta D’Angelo, Marco Falchetti e Giuseppe Nibali; prefazioni di Stefano Dal Bianco, Tommaso Di Dio, Umberto Fiori, Carmen Gallo, Massimo Gezzi, Alfonso Guida, Fabio Pusterla.















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