Anteprima Editoriale | Antonio Perrone | Puèma e ’pigràmmate

a cura di

Luigi Riccio

8–12 minuti

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Cercando di venire a capo di cosa possa essere un iconotesto, e quindi commentando l’ultima sezione di un libro del 2021 – Sutura – , «catalogo degli oggetti» in cui, appunto, compaiono solo le immagini degli oggetti coi loro titoli («gli occhiali spaccati», «un gettone dorato»…), Daphne Grieco spiegava quest’estate come il suo autore provasse pressappoco a realizzare non tanto l’inventario privato delle proprie ossessioni, cerchiate e lasciate stare, bensì l’inventario pubblico di un’operatività: desumere dall’esperienza, come nei punta-e-clicca, items da utilizzare nel concreto per andare avanti, altrove, fare altro (e per questo necessitanti di essere scorporati dal resto e “corporati” della loro figura, anche perché: «gli oggetti cambiano significato»; ancora meglio «non è concesso interpretare le figure». Si adoperano e quel che succede succede).

Cinque anni dopo, in Puèma e ’pigràmmate (in uscita per Bertoni nel 2026 e di cui presentiamo alcuni estratti in anteprima), Antonio Perrone mi sembra portare avanti questo presupposto alle sue logiche conseguenze. E cioè: «re-imparare la poesia mutando il codice», fare un libro in cui «l’unico concetto su cui si costruisce la progressione tematica dei testi» è «l’invettiva», ma anche costruire un appendice di emblemi. E qui è senz’altro vero che «le allegorie vanno ovviamente decifrate, illustrando diverse declinazioni dello psogos», ma il punto è che la decifratura ha molto più a che vedere con l’atto creativo della costituzione del collage degli emblemi (ne potrete trovare qualche esempio in coda) che con un semplice atto pseudo-passivo di ricezione: e questo perché un emblema non è un oggetto. Esattamente come nella lettura di un testo l’azione non si interrompe con l’interpretazione separata delle sue singole figure, con la realizzazione di schedari per cui A equivale a B e via discorrendo fino a risolvere il fantomatico enigma, bensì prosegue e anzi assume il suo senso nella messa a sistema delle figure, nella produzione di un vero e proprio discorso per loro giustapposizione, l’emblema risulta un discorso, e come tutti i discorsi risulta l’esecuzione di un apprendimento personalissimo. Ovvero: mettere assieme i pezzi della nostra realtà in un’altra. Più che nel capire cosa significhi l’emblema-perroniana, chi legge dovrebbe sforzarsi nel seguire l’esempio e mettere su il proprio (e non è un caso che qui il tema della formazione dell’identità sia presentissimo).

La poesia si re-impara, quindi, ma lo può fare solamente includendo in sé stessa tutto l’immaginario, dunque l’inventario, da cui nasce. Il punto non è sbarazzarsene ma farne tesoro altrimenti. Qui – involontario o meno – il punto di necessaria evoluzione che trovo nel passaggio da Sutura a questo costante ricorso all’invettiva, e per paradosso seguendo ancora i meccanismi logici dei punta-e-clicca. Nel più importante dei cult del genere, Monkey Island (1990), si può proseguire oltre non soltanto raccogliendo e utilizzando oggetti – cucendo assieme due singole parti di mondo -, ma anche e soprattutto apprendendo dagli altri come funzioni un sistema discorsivo come quello dell’insulto: perché sia utilizzato dove compare e in che modo, appreso e decontestualizzato, possa entrare a far parte integrante del quadro del proprio arsenale identitario, pur mutando il codice. Non credo che in questo libro sia diverso. E però, ancora: tutto questo – Guybrush Threepwood e Antonio Perrone – è a beneficio della bildung di un personaggio protagonista, ora di un volto interno e riconoscibile, e appunto del suo tesoro.







da Puèma e ’pigràmmate (Bertoni, 2026)

Paraustiello dell’autore

Questo libro è diviso in due parti, Puema e ’pigrammate, o anche P. e P., pesce e pucchiacca, essendo ermafrodito, cioè ibrido, e tiene sia il bastone che la ciucia. Anzi, inizialmente doveva chiamarsi proprio così, P. e P., perché il fravaglio rappresenta la prima parte, quella narrativa, o più semplicemente la poesia lunga; mentre la seconda è / era elegiaco-epigrammatica, la parte del frammento lirico. Alla fine ho deciso che il criterio di forma (poesia lunga e poesia breve) era inutile andasse in parallelo con quello tematico, e quindi ho riorganizzato il libro con cunnus e mentula soltanto nella seconda sezione. Il senso di questa scelta è diventato allora un ragionamento sulla lingua napoletana, e sugli stili poetici che potrebbero situarsi in questo codice: il libro epigrammatico ed elegiaco è diventato basso-comico e tragico-patetico, insomma ibrido e ambiguo com’è il napoletano. Perroniana vuole in tal senso mantenere aperta una bipartizione, che è quella della risata e del pianto, come pure intendono rappresentare alcune delle immagini inserite nel volume. È infatti questa ambiguità tematica, su cui si è spesa la maggior parte del lavoro di riscrittura, a guidare l’obiettivo di una parodia dell’immaginario stereotipo della poesia tradizionale (da cui ho escluso per personale idiosincrasia solo gli ottocenteschi cardilli). La prima immagine che si trovava davanti il lettore del poemetto, ad esempio, è stata per lungo tempo lo scarrafone (: comme a nu scarrafone se ne fuje / d’’a luce), e tuttavia, poiché quando leggevo i miei testi chi non capiva il dialetto si metteva a ridere istantaneamente, perché quella parola gli ricordava Pino Daniele, ho deciso di lavorare soprattutto su uno scardinamento per parossismo di questo immaginario. Saturarlo al punto da renderlo privo di significato, o rimodularlo in base a un rifiuto della koiné meridionale (se esiste). Lessico e immaginario vanno ovviamente assieme, sono in breve codipendenti, e a un certo momento io mi sono chiesto se avesse senso o meno cambiare lo scarrafone con un altro insetto, cambiare quella parola con un’altra, perché connessa a un immaginario già noto. Alla fine, pensavo, Napoli si può sintetizzare in due sole cose: il suo animale regionale e le catastrofi, in particolare eruzioni e terremoti. Sulla base di questa fissazione ho cambiato incipit ed explicit del libro, pur convinto che un paio di poesie sui cataclismi dovessero esserci in posizioni chiave della cornice antologica, e che lo scarrafone, sì, dovesse esserci ma che andava chiamato in un altro modo.

Il carattere frammentario del mio libriccino, visto che alla fine ho spezzettato anche il poema iniziale, è dettato proprio da questo obiettivo: re-imparare la poesia mutando il codice, che suppongo sia l’illusione a cui mi affido al momento, considerato che il presente è il terzo pezzo di un percorso dove l’italiano è gradualmente scomparso dalle cose che scrivo. Eppure, tuttavia, malgrado ciò (!), proprio al riguardo c’è una faccenda che non saprei benissimo chiarire, e cioè: qual è lo stile della poesia e della letteratura napoletana oggi, a cui dico (pure) di oppormi? Proverò a rispondere a questa domanda con gli unici strumenti che ritengo possibili: l’occhio e l’orecchio. Senza la voglia di entrare in questioni di scuola o meglio di scuole, anzi ribadendo che io voglio confrontarmi col canone ‘vecchio’, e ben consapevole che nella enorme varietà dei dialetti napoletani (in senso metonimico) ci siano risultati pienamente riusciti, come quelli di Bàino, Tricarico, Liberti, Ioni – a cui il libro è dedicato –, ho ritenuto molto utile ragionare su questa antitesi proprio in chiave stilistica. La domanda può insomma risolversi nel modo seguente, riprendendo la separazione iniziale: il napoletano fa ridere o è serio? La vezzata cuestio, nata nel Meridione spagnolo del XVII secolo – è il napoletano lingua nobile e ‘figlia’ del greco antico, o è solo la lingua del popolo? –, si mostra oggi più che mai irrisolta. È a tal riguardo per me davvero esemplare il caso del massimo Poeta napoletano, che nel 1926 commenta così la sua opera più tragica, per il modo in cui venne accolta dal pubblico extra-campano: «Io debbo solamente far ridere, perché il pubblico […] vuol ridere e non piangere». La conclusione è autoevidente: a ffinale, pe’ nun ddicere ’tt’’o bblocco, ’o nnapulitano fa rirere anche quando dovrebbe far piangere. Pecché ’o fatto è chisto e nient’altro. La riposta sarebbe però troppo ipocrita se ve la dessi come immutabile, come a voler intendere che già so come questo libro sarà considerato dal pubblico. E invece non lo so. Spero solo di rimanere fedele a quello in cui credo il più lungo possibile. Oggi per fortuna è ancora così.


Evil Black Pulcinella©  says: ’o mammone m’â ’mmaluto
’o puèma ’nn’è ffernuto





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Tintinant aures conticinio

tecum tibi latrocinio

tum tua turba vaticinio

tuta tuens sine Plinio

destituta fator nimio:

turaturo non est scrinio?

Pisciaturo postliminio

si datura in latrocinio

restituta sub triclinio.

Tune tenes gallocinio…

Ut et ulla dat Flaminio

Cuncta gente in condominio

Cuncta gente in condominio




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[e la casa era il male originario

l’umido buco un angolo 

       triste 
dove il tufo trattiene il dolore
di antiche paure
e i muri sussurrano voci
       distorte: 

è un rantolo dentro il palato
il suono dei morti che piangono
i vivi
                                                                 (è il tonfo
all’orecchio di chi sa ascoltare:

ricordati il male
ricordati il male)]





ricordatilmalericordatimale
riordatimae – riorati imae – rioratimmae – ri ratimmae – riratimal –
riratimale – rirati male – (il male) – ilmale rirati – maleriramma –
maluriramma – mulariramma – mularimà – muliramà –
murilamà – muralimà – murmuli à – murmali-à – murmali è – murmali ì – murmali ò – ù,
murmali ù – murmali ù – murmali ù – murmuli ù – murmuri ù – murmure ù – murmurumù – mùrmure mùrmure
mùrmure mù – mùrmure mùrmure mùrmure mù –
MÜRMURE MÜRMURE MÜRMURE MU |
MÜRMULE RUMMURE RÜMMELE TU |
RÜMMELE MÜRMULE RÜMMERE RU I
MÜRMURE NÜMMERE LLÜRDEME NU
I NÜMMERE NÜRGHEME NÜRGULE LU I
LLURDEME NUMMERE MÜNNELE RU | LLURDEME NUMMERE MÜNNELE RU | LLURDEME NUMMERE MÜNNELE TU |
MÜNNELE RUMMELE MÜRMULE MU | MÜNNELE RUMMELE MÜRMULE RU | MURELO MURELO
MURELO NU I

MURELO MUORULO AMMURELO RU |
RUMMULO SURCHELO SURELO TU I CUSULE U MUSU SECÙTELE LU I
RUMPELE ’U RURE SUPPURELO PU I RUMPELE ’U RURE SUPPURELO PU |
SUSULO ’NFUSOLO SFUSULO SFU I SFRUGULO E FRUGHE TU NUN PARLE CCHIU |
SFRUGULO E FRUGHE TU NUN PARLE CCHIU |



È ’o vuommeco niro spurgato d’’a panza d’’o diavelo

’a pece vullenta schizzata d’’o culo d’’a terra

’a fogna cchiù sporca e cchiù llurida ’e Napule.

Scoppia ’o Vesuvio e ffa stragge d’’a gente

’o fieto d’’e muorte ce appesta ’nt’’e nnare:

è ’a carna abbruciata è ’o tumore d’’a terra.

            (puozza cade’ ’nt’’o vurcano: tiella)


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Te svitasse cu ’e ddete ’e ppalle ’e ll’uocchie
e mm’e avvitasse dinto a ll’uocchie mije
facessemo po’ a ccagno pe’ vede’
chi vede meje ’e ’n’ato e quali uocchie
so’ cchiù arapute quali cchiù scetate
si ’e mije e ’e tuoje ’nzieme nun valesseno
a ffa’ cape’ ’o ccutone dinto â cruna
a ccosere nu bbavero cchiù lluongo
a stennere na rete annanze ê lume.

[’a fessa]




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Intermezzo italo-napoletano


Mi dicevano di farlo in dialetto
che ero più bravo, più audace e meno
scontato. Mi dicevano il sonetto
è uno schema abusato che almeno
potevo evitare lo stucco e il già detto
che avevo troppo (un po’ troppo) studiato
e non era corretto. Si scrive di getto
dicevano, e il metro è il tuo primo freno.
Io ero ingenuo, sebbene già adulto
e amavo la lingua dei libri, il putto
a corredo del quadro. Io ero sedotto
dai fessi che abbinano il verso col culto
ma adesso, ca i’ tengo chesta ggente a lutto
scrivo cu’ ddudece diavele ’a sotto.



Me dicevane d’’aiza’ ’a capa ’a coppe
ê libbre ’e scennere nu poco ’a coppe
â casa ’e nun sta sempe chiuso ’a ’inte
’e nun penza’ pe’ ddiciannove e vvinte
’e ’ddivinta’ scrittore pe’ na zoppe
(è mmeglio ca censure ca po’ a doppe
me dicene ca offendo a piè sospinto
e arriseche ’e fa’ ’a casa sotto e ’n goppa).
Insomma chesta ’e rrobba ca ’n se mette
dint’’e libbre, e Aldina nunn’è ffelle
pe’ ce scrivere ’e ccanzone. ’Iza ’a capa
e gghiesce, arape bbuono ’e ffuntanelle
puose ’a penna acconcia areto ’a capa
e ô posto suoje ce miette ’o vintisette.

[vesuvio 1631]




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Antonio Perrone (1991) è Ricercatore di Letteratura Italiana presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, dove si occupa di teoria della letteratura. Ha pubblicato su il Verri, Nazione Indiana, Levania. Puema e ’pigrammate è la sua seconda raccolta.



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