«Come ha detto Donald Justice», e come ricorda Bernardo Pacini, le poesie di James Tate «sanno essere nello stesso momento “comiche, toccanti, caustiche, impertinenti, disperate, amorose”, senza che mai un sentimento, o un registro, prevalga sull’altro». E però ne Il pilota scomparso – l’esordio del poeta americano, pubblicato nel 1967 e a fine mese disponibile in italiano per Garganta Press proprio in traduzione di Pacini e Clarissa Amerini – si è nel farsi di un’identità poetica, nel dover prevalere di qualcosa, quantomeno di un’esigenza (ma, quindi: di una poetica del tutto necessariamente assieme, della curvatura iperbolica). Due spie, allora, e in realtà la stessa: superfici riflettenti e autobiografia.
Due passi avanti, anche. Cinque anni dopo The lost pilot esce Self-Portrait in a Convex Mirror di John Ashbery, dove, nella poesia eponima, si dice che «L’anima instaura se stessa. / Ma fin dove può fluttuare lontano attraverso gli occhi / e ancora tornare sana e salva al proprio nido? Essendo / la superficie dello specchio convessa, la distanza aumenterà / considerevolmente; vale a dire quanto basta per asserire / che l’anima è un prigioniero, trattato in modo umano, tenuto / sospeso, incapace di incedere molto oltre / il tuo sguardo che intercetta il dipinto».1 Cioè, afferma Harold Bloom: «l’anima è “un prigioniero”, ma è l’arte piuttosto che il corpo a fare la parte del carceriere». Da qui, allora, «il suo bisogno di esistere con tutti i mezzi a propria disposizione», che è però quello che Pacini dice di Tate. Vale a dire: il riuscire a riconoscersi perché ci si riconosce come mondo, e dunque da un lato ricercare il proprio riflesso ovunque, dall’altro tentare l’annullamento di ogni “distanza considerevole” (verrebbe da aggiungere: di ogni diaframma di vetro). Ancora con le categorie tateiane: un Io che «è un mondo», «la lingua americana semplice che anche cani e gatti possono leggere», e quindi di ambo i libri poter dire dire che «la democrazia espressa nelle sue poesie rappresenta il genio del nostro idioma, la flessibilità e la resilienza dell’invenzione americana». Ma, proseguendo per interposto testo, questa è anche la song of myself di Withman, la «tradizione degli impuristi» in cui almeno Tate si riconosceva (e proprio per non essere “carcerato d’arte”), quindi una little history dell’autobiografismo in versi yankee. Non sorprenderà di trovare nel pilota scomparso le Intimidazioni di un’autobiografia o perfino un Autoritratto (ma con demoni), ma – credo – sarà più importante concentrarsi sulle superfici su cui questi self-portrait spessissimo avvengono, che per forza di cose implicano una serie di specchi più o meno di vetro, di riflessi, finestre.2 Guardarsi in terza persona («Tate (uscito di cabeza), fuori / dal suo piccolo / elemento civilizzato»), insomma, e proprio per questo volersi fare palla di cannone, rompere la lastra (che è poi anche la pagina) e rendere continui Io ed Egli, Io e Mondo.
L’ambiguità di una poesia come Preludio a una città di vetro mi sembra in questo senso fondamentale («La tengo in un barattolo: la tengo / in un bicchiere di vetro — la risata / nel bicchiere mi tiene vivo, / è la glassa sui miei occhi, / l’essenza del mondo. Ma — / non citarmi. Finiamola qui: / Una rosa non è una palla di cannone»), e ci porta a un secondo balzo, a un dire la stessa cosa. John Ashbery – stavolta col suo di esordio, Some trees (1956) – mette fuori la testa anche nella prima raccolta di un altro poeta, e un bel po’ successivo: If all the world and love were young (2019) dell’irlandese Stephen Sexton. E mette fuori la testa per davvero: «Yet I cannot escape the picture / Of my small self in that bank off lowers: / My head among the blazing phlox / Seemed a pale and gigantic fungus». La cosa ci interessa per un paio di ragioni; e innanzitutto perché – a conti fatti – Sexton sembra rispondere a Tate. Se la domanda urgente di quest’ultimo è «come può un’identità così frammentata sopravvivere in un mondo in disfacimento?», quella del primo – in osservazione costate della multiforme varietà di questo mondo – sembra essere come può un’identità frammentarsi così tanto in un mondo costantemente, anzi eccessivamente, ‘in facimento’?. Tutto il suo libro si occupa del percorso che porterà la madre dalla diagnosi di cancro alla morte e del flusso di ricordi che il giovane Stephen ha. Tutto The lost pilot gira attorno al rapporto tra identità e ricordo di un padre mai conosciuto perché morto in guerra. In entrambi i canzonieri in absentia, allora, la questione è se «fu un errore // a porre te in quel mondo, / e me in questo; o che fu una sventura / a fondare questi mondi dentro di noi». Gradi di separazione tra persone, divisioni tra this and that – traslando Gibson -, schermi (oblò, finestre, televisori) con trapassati che anche biologicamente sono noi e non lo sono; quindi ancora il capirci tramite loro, infrangere, ritornare al mondo, dirne tutto. Chiudere con «Oggi io cado, cado / cado in amore, e desidero / andarmene per sempre da qui» da un lato e «I adore you I adore you world» dall’altro. In mezzo, oltre noi, la forza di quel mondo, il suo principio di realtà senza filtro, quindi il suo surrealismo (anche sintattico): in Tate erano – secondo Dana Gioia – «le immagini grottesche e visionarie, riconducibili più a sequenze oniriche che a fiabe con intento morale o educativo» dei primi toons targati Disney, Fleisher ed Avery; in Sexton il «monument […] / from forests of pupae furies of carnelian or ruby / from countless spiny crawling sprites duplicated as pathogens / from Osterberg and Orbison and Beethoven and Nine Inch Nails / from anthropomorphic stone heads in fortresses near far and wide / from falling dreams sweet streams that flow the length of the garden planted / with roses and honeysuckle with foxgloves and wild funguses» di Super Mario World, con cui si riconosce che «Pixels and bits pixels and bits their perpendicularity: / one of the worlds I live in is as shallow as a pane of glass» e dunque, ancora in autoritratto, «windows in wooden frames return my image in their glass». In ogni caso qualcosa di appreso al di qua di uno schermo.
da Il pilota scomparso (Garganta Press, 2026)
traduzione di Clarissa Amerini e Bernardo Pacini
The butcher with nothing but bones
You touch the window,
certainly it is
there. You are having
a very good time
touching the window,
imagining what
is hiding behind.
There, the regally
garmented coquette
cautiously drops by,
feeling the window
pane too, blind to your
vigil. She is the
good friend just arrived
in the nick of time.
What would you give for
the right size rock? When
wearing the window
away with your nose,
the window grows. Your
lips are finally
rocks, and the window
keeps growing. She is
just fine. She is just
being crushed. She is
just your kind of girl.
*
Il macellaio con nient’altro che ossa
Tocchi la finestra,
di certo si trova
là. Ti stai
divertendo molto
a toccare la finestra,
a immaginare cosa
si nasconda dietro.
Una civetta in
vesti sfarzose
si ferma là, prudente,
anche lei sfiora
la vetrata, ignara del
tuo sguardo. È
l’amica cara arrivata
in un batter d’occhio.
Cosa daresti per un sasso
della giusta misura? Quando
la consumi strofinandoci
il naso, la finestra
si allarga. Finalmente
le tue labbra sono
sassi, e la finestra
continua ad allargarsi. Lei
sta bene. È appena
stata schiacciata. È proprio
la ragazza per te.
+ + +
Tragedy Comes To The Bad Lands
Amnesic goatherds tromboning
on the summit, the lazy
necklaces of their own breath
evanesce into the worst
blizzard since Theodore
Roosevelt and the Marquis
de Mores blessed Medora, North
Dakota with their rugged
presence. Look! I implore, who’s
sashaying across the Bad
Lands now—it’s trepid riding
Tate (gone loco in the
cabeza) out of his little
civilized element—Oh!
It’s bound to end in tears.
*
Tragedia alle Bad Lands
Caprai smemorati che trombano
in vetta, le pigre
collane dei loro respiri
sfumano nella peggiore
tormenta dai tempi in cui Theodore
Roosevelt e il Marchese
De Mores onorarono Medora, in North
Dakota, con la loro rude
presenza. Guarda! Ti prego, chi
proprio ora procede disinvolto
tra le Bad Lands — galoppa ansioso
Tate (uscito di cabeza), fuori
dal suo piccolo
elemento civilizzato — Oh!
Finirà in pianto.
+ + +
Death On Columbus Day
Sometimes you can hear the naked will
working, like the ocean becoming a shore
yesterday, and the day before,
the trees shrinking away,
even the mere transitional phase of seasons,
the tenacious skidding of a gone summer,
the cleaving to lusciousness,
and (you can see all this
from your window if you wash it
regularly, if you are afraid to go out)
even whole environments,
giants of varying kindness,
dissolve, and you, your pupils,
yes, blue as they may appear,
are, when you think about it,
acolytes to all destruction.
*
Morte nel Columbus Day
Talvolta puoi sentire la nuda volontà
al lavoro, l’oceano che diventa
la battigia, ieri, e il giorno prima,
gli alberi che si ritraggono,
persino la mera fase di transizione delle stagioni,
i tenaci sbandamenti di un’estate passata,
l’aderire alla sensualità,
e (puoi vedere tutto ciò
dalla tua finestra se la pulisci
regolarmente, se hai paura di uscire)
persino gli ambienti tutti,
giganti di mutevole bontà,
si dissolvono, e tu, le tue pupille,
sì, blu come sembrano,
sono, se ci pensi,
accolite di ogni distruzione.
+ + +
Late Harvest
I look up and see
a white buffalo
emerging from the
enormous red gates
of a cattle truck
lumbering into
the mouth of the sun.
The prairie chickens
do not seem to fear
me; neither do the
girls in cellophane
fields, near me, hear me
changing the flat tire
on my black tractor.
I consider screaming
to them; then, night comes.
*
Raccolto tardivo
Guardo in su e vedo
un bufalo bianco
spuntare tra le
enormi sbarre rosse
di un carro bestiame
che barcolla verso
la bocca del sole.
I tetraoni di prateria
non sembrano temermi;
e nemmeno le ragazze
nei campi di cellophane
qui accanto, che mi sentono
cambiare la gomma
del mio trattore nero.
Mi sfiora l’idea di gridare
verso di loro; poi arriva la notte.
James Tate (1943 – 2015) è stato un poeta americano. Nato a Kansas City, nel Missouri, dopo aver conseguito un Master of Fine Arts all’Iowa Writers’ Workshop, Tate ha insegnato all’Università della California a Berkeley, alla Columbia University, all’Emerson College e, per cinquant’anni, alla University of Massachusetts, Amherst. È autore di oltre venti raccolte di poesie, tra cui The Government Lake (2018); The Ghost Soldiers (2008); Worshipful Company of Fletchers (1994), vincitore del National Book Award; Selected Poems (1991), vincitore del Premio Pulitzer e del William Carlos Williams Award; Distance from Loved Ones (1990); Constant Defender (1983); Viper Jazz (1976); The Oblivion Ha-Ha (1970) e The Lost Pilot (1967), pubblicato da Dudley Fitts nella Yale Series of Younger Poets quando Tate aveva solo ventitré anni ed era ancora uno studente universitario. In un’intervista alla Paris Review, Tate dice della propria poesia: “Non c’è niente di meglio che commuovere profondamente il lettore. Amo le mie poesie divertenti, ma preferisco spezzarti il cuore. E se riesco a fare entrambe le cose nella stessa poesia, è il massimo. Se avete riso all’inizio della poesia e alla fine vi porto quasi alle lacrime, è il massimo.”
Bernardo Pacini è un poeta e traduttore nato a Firenze nel 1987. Ha pubblicato i seguenti libri di poesia: Cos’è il rosso (2013); Perfavore rimanete nell’ombra (2015), La drammatica evoluzione (2016), Fly mode (2020), Ipotesi sul mio disfacimento (2024). Insieme a Clarissa Amerini, ha tradotto le antologie Il tunnel di Russell Edson e Volarsi dentro di Bill Knott, uscite nel 2022 entrambe con prefazione di Charles Simic. Nel 2021 ha cofondato la rivista «lay0ut magazine», curando per due anni la sezione Traduzioni. Lavora come scrittore di viaggio.
- La traduzione, di Damiano Abeni, è tratta da J. Ashbery, Autoritratto entro uno specchio convesso, Milano, Bompiani, 2019. ↩︎
- Ma del resto Francesco Ciuffoli, parlando di Finestre (Industria&Letteratura, 2025) di Francesco Deotto parla anche di componente personale entro uno schermo. Non credo sia un caso. ↩︎









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