Nel realismo magico di un villaggio fiume | Elizabeth Gallón Droste

a cura di

Francesco Ciuffoli

11–17 minuti

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Nel realismo magico di un villaggio fiume | Elizabeth Callón Droste

nota di lettura da Útica. Bajo el arrullo de las aguas
(Oreri – Iniziativa Editoriale, 2024)

* * *

Questo libro-oggetto raccoglitore, edito da Oreri – Iniziativa Editoriale, si apre con una citazione di Witold Gombrowicz: «il paesaggio qui è uno stato d’animo». E non c’è nulla di più vero, come è certo che questa potrebbe non essere una novità per gli amanti della letteratura sudamericana. Eppure, attraverso le pagine di Elizabeth Callón Droste, ci si svela un nodo fondamentale della ricezione italiana rispetto a una certa letteratura estera. Non abbiamo infatti mai capito la differenza tra il realismo magico di stampo asiatico (giapponese) e quello di matrice sudamericana (ispanica).

Di certo per un mercato editoriale così generalista e poco attento come il nostro quest’aspetto appare quasi del tutto marginale, quasi inutile. Al contempo però per quasi un intero secolo abbiamo completamente sbagliato il nostro approccio rispetto a come abbiamo letto e interpretato alcuni dei testi più fondamentali del nostro bagaglio culturale e letterario, confuso totalmente la categorizzazione dei generi, di quelli che oggi sono considerati dei classici. Stiamo parlando, per farla breve, del grande errore che si nasconde dietro la raffazzonata categorizzazione di un certo scrivere e descrivere la realtà. Certamente, aprendo un qualsiasi testo di un autore sudamericano, non è difficile distinguere quasi immediatamente che ciò che si legge è qualcosa di ben diverso rispetto a ciò che potremmo leggere davanti a una scrittura come quella di un realista giapponese come Murakami. Questo punto non è però mai stato chiarito né dalla critica né da nessuno studio culturale o letterario più ampio, in nessun ambito si è mai voluti entrare nel pieno di questa questione. Ciò non è nulla di strano, poiché tutto questo discorso sul realismo si regge su un fragile quanto sostanziale squilibrio filosofico, parliamo, se vogliamo dirla così, dello statuto stesso ontologico della letteratura e della ricezione di una cultura diversa (anche se per numerosi tratti ci appare oggi così simile alla cultura e alla letteratura italiana di oggi). Ogni letteratura al pari della cultura, vive e sopravvive in stretto legame con i propri, autonomi dettami ontologico-geografici. E proprio per questo che ci appare del tutto ridicolo l’inserimento della letteratura sudamericana nel sottogenere del realismo magico.

Andando però più in profondità e muovendoci anche per tappe forzate, quando parliamo di realismo magico in senso tradizionale (giapponese) dobbiamo ammettere necessariamente l’esistenza di una qualche misteriosa e naturale entità sovra-umana, naturale e al contempo divinizzata. Quasi una predestinazione superiore dei fatti è sempre in corso, ciò che in effetti poi contraddistingue pienamente l’etica (bushido, shintoismo) quanto l’estetica (il rispetto dei kami) dei massimi rappresentati di questo genere. Nella cultura asiatica non è infatti strano ancora oggi credere a vere e proprie manifestazioni di energia vitale che abitano il nostro mondo, influenzando la vita umana in un rapporto di agentività diretta che gli richiede di conseguenza, attraverso un principio etico, il massimo rispetto (di queste entità naturali, quindi sovra-umane) come principio essenziale (di sottomissione). Questa visione nel realismo, per lo più giapponese, assume necessariamente i connotati di quello che noi europei potremmo definire come “magico”, poiché l’agire umano è e verrà sempre anteposto alle regole della Natura, dell’ambiente in cui l’essere umano è immerso. In questo tipo di realismo esiste sempre, seppur nascosta o velata alle volte, una realtà intelligibile che esiste, al di sopra di noi, in un mondo che trascende l’umano stesso vengono così regolati i rapporti tra le cose e viventi. Il magico del realismo asiatico è in tutto e per tutto distinto dal mondo delle possibilità concrete, dei sensi che un semplice essere umano può possedere.

Da questo punto di vista, il realismo sudamericano non può che essere visto come tutt’altro, un genere che per tanti versi ha più a che spartire con il Naturalismo letterario di Émile Zola piuttosto che con il realismo magico appena descritto. La scrittura sudamericana è, si, certamente cosparsa di un vago senso di predestinazione dei personaggi – guidati per lo più dai loro incubi, dalle loro stesse colpe -, tuttavia questo fenomeno nasce in seno a qualcosa che esiste allo stesso livello di tutte le altre. Non vi è alcuna differenza tra noi e il cielo, Dio, questa terra. Il realismo sudamericano è un realismo atmosferico, muove i suoi fili a partire da un agire delle situazioni e delle circostanze. I personaggi e i racconti che ci arrivano da questa terra, non più così tanto lontana da noi, parlano di un continuo scontrarsi tra possibilità di agire (le azioni che uno qualsiasi di noi può intraprendere) e l’atmosfera, la disposizione di cose che lo può o meno permettere all’azione. La dimensione magica, sovra-naturale è sempre incrinata, mostrata con dubbio o superstizione al pari di ciò che accade leggendo Útica o qualsiasi altro autore colombiano, venezuelano, cileno o argentino.

Il realismo sudamericano è parimenti una rappresentazione dell’Italia di adesso, condizioni e situazioni che impediscono ai più di uscire fuori da un certo e determinato recinto di mezze-soluzioni e possibilità virtuali di agire (irrompendo davvero nella realtà concreta e materiale delle cose, introduzione questa di un Reale puro). Il titanismo dei personaggi sudamericani è l’estrema ratio di chi si scontra non contro un’entità superiore (che se così fosse non verrebbe mai affrontata o sfidata) ma al più con l’atmosfera di Paesi che hanno vissuto un’orrore dietro l’altro e da cui non riescono più a uscirne se non progredendo attraverso nuovi ulteriori orrori, violente (esplicite o meno). La dimensione di eterna sospensione del giudizio tra cosa sia giusto o meno è dettato dall’impossibilità di muoversi con chiarezza, ogni scelta anche la più banale potrebbe portarti a fare peggio, porterà a delle conseguenze in ogni caso.

Al pari di ciò che troviamo raccontato nelle pagine di Útica, la sottomissione dettata dalla natura (per via di uno straripamento o una valanga) è guidata da errori umani, disinteressi politici, ostinazioni a preservare il proprio posto anche quando è rischioso farlo. Útica è un canto del fiume che scende e minaccia chi ci abita il villaggio, la gente da troppo tempo abituata a una vita nei pressi del fiume senza cura. Questa atmosfera di Útica, si sviluppa così attraverso la raccolta di testimonianze del passato, dei vivi ricordi dell’autrice che tornano a noi come un ripetersi del presente anche passato. La dimensione del tempo è fluida e al contempo stagnante, l’atmosfera tropicale ci mette davanti all’asfissia del respiro, della continuità in cui ci si trova bloccati nonostante tutto, nel mentre tutto intorno il villaggio di Útica è progressivamente diventato fantasma di sé stesso.

La dimensione della rovina ritorna come un passato che non riesce a sparire perché intrappolato nella nebbia di quei vincoli situazioni che progressivamente per decenni si sono susseguiti, tra un’inondazione e un’altra, per una mancata gestione delle cosa. Non ci si può così lasciare tutto alle spalle, lo sa bene Elizabeth che scrive di Útica, tornando in questo modo dopo diverso tempo nel suo villaggio natale. «U-chi-ca», incontriamo a un certo punto di questo libro, «U-chi-ca», la nominazione forse di quell’atmosfera così specifica… un’atmosfera e il continuo tentativo di darle un contorno, di descriverne i dettami… nulla di più simile a ciò che è già avvenuto dall’altro capo del mondo in una piccola cittadina chiamata Tarnac.






Las aguas fluyen
   a un ritmo constante,
     tranquilo.
       El movimento oscilante
     que se observa
   en la vida cotidiana.
Pescar, nadar.
Simplemente
   dejarse arrullar
      por el sonido del río
   al final de la tarde.






Útica es un vale rodeado de montañas.
Aquí se encuentran ríos, quebradas y cascadas.

Según dicen en el pueblo, la gnte de la capital venía
para curarse de artritis y problemas en la piel.
Lo hacían sumergiéndose en sus aguas medicinales,
aguas repletas de minareles. Aguas azufradas.





La quebrada nace en volcán.







Así comenzó el turismo a finales del siglo XIX.
En ese tiempo el río Negro vivía sus ciclos lejos
del casco urbano.






Así mismo lo hizo mi abuela.




En la busca de contacto con tiempos lejanos,
con las huellas de las amonitas marinas en la mitad
de lo que hoy son montañas.

Subía a los árboles a tomar pomarrosas.
Caminaba descalza.
El cosquilleo del pasto en la planta de los pies.
Siempre enfrentando una posible picadura de alacrán.
Salía a dar paseos con la yegua Pecas.
En las tardes buscada renacuajos
que emergían de debajo de las piedras.





Dormimos al aire libre en las ruinas de la avaalancha.
Cortar la Guada para volver a levantar las casas
en luna menguante a la madrugada.
En la noche celebramos con el fuego.




Se necesita haber vivido una de las crecientes para saber el pánico que producen. A mí nunca se me olvidará […] Era de noche y empezó a ventear durísimo. Casi siempre, así comienzan las borrascas. Y esa quebradita empezó a retumbar por el ruido de las piedras y palos que se chocan bajo el agua. Empezó a llover sin piedad u yo salí a la casa de los vecinos que tenían un segundo piso. Allá pasamos juntos la avalancha. Acabó con todo. Una vez que se ha escuchado, el rugir de la quebrada queda grabado para siempre. Se recuerda en casa uno de los poros de la piel, en la garganta, en el pecho, que se cierra, en la respiración que se corta, el nudo en el estómago. Los habitantes de las veredas al borde de la quebrada la vieron venir a la distancia. La represa que se había ido formando en la parte alta de la quebrada había crcido al fin y la bomba se acababa de soltar. Una enorme masa de agua, troncos, sedimentos, rocas y desechos empezaba su descenso por el cauce de la quebrada, recogiendo lo que encontrara a su paso. Las gallinas que ofrendamos a la quebrada no fueron suficientes, y no es que nos sobraran los huevos, las gallinas o la comida.

¡ La avalancha recolcó rodo en Útica!





Veo por la ventana a Polo caminando con su yegua. Este es lugar favorito, me comenta esa mañana al reencontrarnos, es el año 2016.

Ha continuado habitándolo, es su hogar.

Desde mediados de los años ochenta lo ha cuidado y cultivado. Llegó a Útica a trabajar en las fincas desde muy niño.



Para él también somos parte del paisaje.

[...]




Útica está metida en los poros.




Después de las avalanchas de finales de los años ochenta,
La Giralda se trasladó a Villetta, otro pueblo del Gualivá,
donde decidieron no construir cerca al río para evitar
riesgos en época de lluvia.

Mis familiares describen Útica como un cajoncito que se
abre, de donde brotan los rituales familiares.
Se revive constantemente lo compartido allí.

Las idas al río Negro, abrirle las cercas a los toros
y salir corriendo, caminar por las vías del tren,
el sonido de las hojas del Cumulá.

En la madrugada llegar a Útica, ahí acaba la carretera,
el pueblo está de fiesta. Las Acacias de la entrada de
La Giralda las sembró Polo, las ha visto crecer.

De vez en cuando se entonan con las guitarras y cantan
“La mula revolucionaria”,


esa canción que les enseño Álvaro Gallón.



* * *



Curatela Juliana Toro
Traduzione Lucia Lorenzini
Progetto grafico Ana Resende & Margarida Sousa Morais, adattato da Luca Carboni

con testi di

Elizabeth Gallón Droste è nata a Bogotà e vive a Berlino. Ha conseguito un dottorato di ricerca in antropologia presso l’Università Libera di Berlino con la ricerca Vocear Ríos Atrato (Vociare Fiumi Atrato). Conduce una ricerca artistica basata sul lavoro sul campo. E’ interessata alle storie raccontate dai fiumi-territorio e dai loro ecosistemi, intessute da molteplici esseri, materialità e processi.

Michel Taussig è nato a Sydney nel 1940 da una famiglia di rifugiati austriaci. Ha studiato medicina e antropologia. Nel 1970 ha svolto il suo primo lavoro sul campo sull’uso di macchinari e sostanze chimiche nelle piantagioni di canna da zucchero nella valle del fiume Cauca (Colombia), un processo che distrutto l’agricoltura afrocolombiana basata sugli alberi. Da questa ricerca è nato un libro dedicato ai contadini e ai lavorati della canna da zucchero della regione, pubblicato nel 1975. suoi libri successivi si basano sul lavoro sul campo e sulla ricerca storica sullo sciamanesimo e il terrore nell’alta Amazzonia.

Catalina Restrepo è nata in Colombia nel 1957. Ecologista, giornalista e custode di foreste e paesaggi. Per 27 anni ha lavorato alla progettazione di Agende di Pace Ambientale per la difesa degli ecosistemi e della bioversità con le comunità di diverse regioni della Colombia.





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