in copertina foto di Jean Marie Gleize. Fonte: wikipedia; uploaded by Corentin Delcambre
Tarnac è un’atmosfera | Jean Marie Gleize
La linea editoriale
comitato di redazione: Luigi Riccio, Silvia Atzori, Rebecca Garbin, Francesco Ciuffoli
* * *
Proseguimento forse ideale dell’articolo su TRNC uscito alcune settimane fa, tornare a parlare oggi di Tarnac come di un’atmosfera attraversando quasi liberamente il libro e le pagine di Jean Marie Gleize, può e deve non solo avvicinarci a comprendere maggiormente la grande metafora di TRNC, o meglio la grande capacità che ha avuto l’Affaire Tarnac di condensare in sé determinati e specifici rapporti di significatività di un determinato e specifico momento (quasi-)storico – che a oggi, soprattutto in Italia, per via forse delle nostre personalissime intemperie e crisi, non ha mai trovato il giusto spazio di esposizione e di riflessione –, ma anche farci rendere conto di come Tarnac non rappresenti più tanto un semplice spazio di cronaca su un giornale, un evento giudizial-politico chiuso in sé, quanto piuttosto – alla pari di un ’68 al contrario – l’irruzione di un Reale puro, la manifestazione esasperata nonché politico-climaterica di due decenni interi, l’invasione sul piano concreto della vita, del quotidiano, di qualcosa già vivo e presente nel nostro inconscio sia virtualmente quanto atmosfericamente. Bisogna ancora comprendere che TRNC, cioè questa quasi cosa – al parti di un’installazione site specific –, esiste davvero, al pari cioè tutte quelle altre forze o “cose” in grado di toccarci materialmente quanto emotivamente. Uno spettro si aggira in Europa e non è quello che conosciamo, bensì qualcosa di nuovo, di terribile, esso ci intraversa ormai da parte a parte, sia come individui quanto come collettività. Non c’è più tempo o spazio in grado di salvarci, bisogna riprendere in mano la situazione, guardare assolutamente al virtuale quanto al reale accadere delle cose, fare, anche in questo senso, di ogni piano una postazione di tiro.
***
Tarnac mi scorre dentro come se fosse polvere.
Del bosco la prima cosa che ho ritrovato sono tre
foto scure e grigie, parecchio grigie, parecchio
imbevute di nebbia. Dovranno figurare nel libro,
dovranno figurare l’invisibile, la massa senza
forma accecante, quello che vede il bambino,
quello che gli penetra dentro senza che nemmeno
se ne accorga.
Dopo qualche giorno ne ho trovata una quarta,
della stessa serie, ancora più scura delle altre,
il bosco di notte, durante un temporale,
impenetrabile. Nel libro andranno inserite tutte
abbastanza presto, una specie di avvertimento.
Mi chiedevi come fare a fotografare la notte.
Mi chiedi ancora cosa voglia dire «guardare
assolutamente», o guardare «fino a estinzione
dello sguardo».
[Jean Marie Gleize, Tarnac. Un atto preparatorio]
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TRNC è un’atmosfera particolare, una semi-cosa.
Quando parliamo di atmosfera, intendiamoci: le atmosfere sono, si, manifestazioni (fenomeni) di uno o più sentimenti ma anzitutto «uno stato di cose molteplice e caotico, discriminabile da altri proprio grazie alla sua peculiare tonalità atmosferica» (Griffero, 2010) – esperita come “reazione comune” (istantanea e preanalitica), shock pre-intenzionale – che ci invade e ci attraversa tutti, indistintamente, al suo contatto, davanti al suo manifestarsi, alla sua messa in scena (Böhme, 2001).
C’è da comprendere che all’epoca, in Francia, il fenomeno Affaire Tarnac, non deve essere stato diverso da quel sentimento che coinvolge in questo momento l’Italia, non diverso da quel momento in cui “si avverte” lo Stato, in cui “si percepisce” come un governo sia capace di adoperarsi contro la libertà del cittadino, stringendo su di lui sempre di più uno stato di emergenza, di crisi e quindi di sorveglianza (al fine di garantirne un certo e quanto più falso senso di sicurezza).
L’atmosfera fa questo, descrive e definisce la struttura della relazione “emotiva” tra spazio (progettato, vissuto, percepito) e il soggetto, ne arrangia i canoni del suo verificarsi, può determinarne anche in un certo modo le condizioni del suo ripetersi, altrove e chissà quando. Leggere TRNC come un’atmosfera ci permette di dare nome, di delinearne forse la nomenclatura all’interno di quel suo spazio differenziale, cioè all’interno di quell’insieme contingente di pratiche e cose differenziabili che si possono allineare lungo gli assi della territorialità e della deterritorializzazione (Belli, 2013).
L’atmosfera è una questione di corpo vivo, di proprio-corporeo (Leib). L’atmosfera è ciò che affettivamente incide sul nostro habitus e sul nostro vissuto. L’atmosfera di TRNC è l’atmosfera della paura, del controllo, della sorveglianza, della presa di coscienza che lo Stato ci guarda, ci controlla e che ci può anche possedere in qualsiasi posto e in qualsiasi momento noi ci troviamo (senza farsi più tanti scrupoli come è stato per un breve lasso di tempo della nostra storia).
***
Quella notte il vento soffiava sopra le felci. Il cielo
si era abbassato come una saracinesca di metallo.
La scena era quasi invisibile e muta. Si sentiva il
rumore di alcuni passi.
*
… abbattere tutti gli ostacoli uno dopo l’altro
… fare di ogni frase una postazione di tiro
[Jean Marie Gleize, Tarnac. Un atto preparatorio]
***
Se poi a questo aggiungiamo che, tutte le città hanno comunque «uno stile particolare, un gergo, un dialetto, […] che viene a volte indicato da un soprannome speciale» (Rykwert, 2000), insomma un’atmosfera, scopriamo anche che TRNC in Francia, a seguito della “situazione” – cioè degli accadimenti ‘assurdi’ che hanno coinvolto una piccola e sperduta comunità delle campagne francesi –, è la sintesi atmosferica perfetta di un clima politico, l’avvertimento a un livello più profondo che tutto e ovunque può essere suscettibile a poter essere rovistato e usato come prova a carico contro di te (Quintane, 2010).
***
«la follia di un ordine»
Alle cinque di mattina dell’undici novembre la
polizia attraversa Toy-Viam con i cani.
Il paese viene isolato.
Un elicottero sorvola la zona.
150 poliziotti
60 della sdat (sottodirezione antiterrorismo)
50 della dcri (direzione centrale dell’intelligence)
40 della polizia giudiziaria di Limoges
Iniziano le perquisizioni.
Non trovano
né armi, né esplosivi, né ordigni incendiari, né
tondini, né uncini di ferro.
Distese le felci, siepi di felci, argini e letti di felci.
Una maschera con gli occhi fissi si divora la testa di
un uccello.
[Jean Marie Gleize, Tarnac. Un atto preparatorio]
***
L’investimento affettivo di cui si è fatto carico questo piccolo villaggio sperduto della Francia attorno cui sono ruotati gli eventi dell’Affaire Tarnac è estremo. L’Affaire Tarnac, come vincolo situazionale specifico di un momento storico per la Francia, ha infatti condensato in sé tutti quegli anni che hanno visto (dal 2005 al 2018, o partendo ancora prima dagli anni de L’odio di Kassovitz) lo Stato francese combattere a fasi alterne e isteriche le rivolte, i sabotaggi, l’anarchia, il presunto e non presunto terrorismo, attraverso soprattutto i blitz, gli arresti, le accuse, i processi, la continua riorganizzazione e espansione del suo regime di controllo e sorveglianza.
Gli eventi che hanno sconvolto Tarnac sono il culmine di un vincolo situazione non limitato a un singolo frangente temporale geograficamente circoscritto, rappresentano un’atmosfera politica che occupa un’area oggi fin troppo vasta e che solo in questi ultimissimi anni stiamo iniziando a vivere, a percepire, anche noi. In seno a questo possiamo parlare oltre che di atmosfera, di una vera e propria semi-cosa, «una sorta di cosa intermedia, un ibrido» (Böhme, 2001). Proseguendo schematicamente: una semi-cosa «può fare qualcosa», «può avere anche delle proprietà» e inoltre possiede una certa «individualità», un questo-qui (tode ti).
***
[…]
Nel suo racconto dice che aveva provato a
fotografare il cubo e che dopo era uscito nel
bosco e la prima immagine era caduta per terra
e poi l’aveva ritrovata coperta da una pellicola di
polvere e fango e dice che non si riusciva più a
leggere «come il bosco» e che era la fotografia di
una poesia, ma soprattutto che era la fotografia di
una parola e che la parola era la parola immagine,
però non lo si poteva dire con sicurezza perché
la parola era entrata dentro il terreno, era stata
divorata, mangiata, era stata distrutta.
[…]
Adesso pensa che le quattro fotografie
Corrispondano alle quattro lettere del nome
ritrovato TRNC, le quattro lettere del nome del
paese tracciate con il gesso sul grigio lavagna
della lavagna, ed è un nome friabile.
[Jean Marie Gleize, Tarnac. Un atto preparatorio]
***
E a partire da questo punto che Tarnac. Un atto preparatorio viene scritto, assume forma ma anche sostanzialità. L’autore, Jean Marie Gleize, non a caso nella contrazione TRNC cerca di racchiudere «le cose [in] un alone di dettagli che si sporge anche sul loro passato e sul loro futuro» (Fränkel-Joel, 1927, in Griffero, 2010). Si può dire ancora del libro su Tarnac che, in senso atmosferico, «la cosa più impressionante è che quello strato che normalmente si vive a malapena e che per il momento solo a fatica posso spiegarmi» (Fränkel-Joel, 1927, in Griffero, 2010), nella prosa poetica di Gleize riesce a fuoriuscire nella sua quasi-interezza, in tutta la sua quasi-vaghezza, nella scrittura che si rivolge a sé stessa (quest’ultimo punto reso anche meno emotivamente e più razionalmente paradossale da Nathalie Quintane in Pomodori, opera strettamente legata a quella di Gleize e più in generale all’Affaire Tarnac).
La lirica e la politica si mischiano naturalmente nella nebbia di Tarnac, la politica invade l’estetica, la plasma e tenta di determinarne gli attributi. Qui c’è un tentare (attraverso i mezzi repressivi già nominati) di fare legge su tutto. Vita, ideali e ciò che leggi persino possono determinare un fattore di rischio che lo Stato di controllo non si può permettere, soprattutto se ha come scopo la pacificazione dell’intero territorio, l’applicazione cioè più rapida e diretta di un modello d’essere unico, di una virtuale quanto concreta egemonia di superficie. Concludendo, con Tarnac di Gleize possiamo arrivare a comprendere come, al pari di quanto viene espresso nel testo, dell’Affaire Tarnac (come di ogni altro evento politico di questo tempo) non esiste, né può più esistere solo un’immagine fissa, inquadrabile, geometricamente chiara, bensì per ogni evento (storico, culturale, politico) esiste anche (e con risvolti sicuramente più agghiaccianti) un’atmosfera, quasi-chiara ma precisa, un’aura cioè che trascende – con una sua peculiare agentività -, al di là dei fatti in sè. E da quest’ultima che dobbiamo imparare a stare attenti, guardando assolutamente alla sua capacità di estendersi e contaminare il resto della (nostra quanto fattuale) realtà che ci circonda, diffidando fino all’ultimo di quei vincoli situazionali in cui la nebbia, la confusione e la paura permeano, dove tutto si sedimenta e si apre a nuovi rapporti di significato, sotto la pelle stessa del paesaggio e all’interno del Leib (corpo-proprio) di chi, come Gleize, si è trovato lì (in quel momento quasi-storico) a respirare l’inquietante atmosfera di quell’oscuro stato di cose, in prima quanto in terza persona.
***
E allora che fine fa l’immagine? Si stacca e cade
alla velocità del vento. Qui, quando c’era un
temporale il vento sollevava le travi di legno e le
frantumava.
- Io faccio cadere le vocali.
- Ce ne sono due, però è una sola, è la prima,
l’unica, la lettera nera, quella dell’inizio,
dentro l’acqua della chiusa o del lavatoio,
quella al centro dell’immagine.
TRNC è il nome filmato di questo paesino. È
formato da un frammento (giardino
recintato), circondato («massa informe»).
Tu volevi fotografare la notte. Vedevi le cime degli
alberi che si staccavano sul cielo e formavano
come i denti di una sega. Hai tirato a caso, hai
lanciato le mani verso l’acciaio duro e freddo che
tagliava il cielo. E hai pensato: «tra Dio e noi non
c’è più niente».
è questo che vogliono dire le quattro fotografie.
[…]
Del giardino non esistono fotografie.
Alla lettura di questo quadrato vuoto sarà stato
dedicato parecchio tempo. Il giardino come un
cubo, come un cubo che si apre sul cielo. In
quanto tale la prima cosa da dire è che non lo si
può fotografare. La superficie dell’immagine, p
l’immagine come superficie, da qualunque punto
la si prenda, non poteva presentare, ma nemmeno
rappresentare o evocare, il cubo, il volume d’aria
inscritto all’interno dei quattro bordi. Ancora
meno lo poteva indicare come il posto delle fonti,
come un luogo (groviglio di linee e figurazione
del tempo), o contenere la violenza delle fonti,
invisibile, impercettibile.
[Jean Marie Gleize, Tarnac. Un atto preparatorio]
***
* * *
Jean-Marie Gleize, nato nel 1946 a Parigi, è scrittore e professore universitario; vive a Volx nelle Alpi dell’Alta Provenza. Dopo aver insegnato all’Università della Provenza, è attualmente professore di letteratura moderna e contemporanea all’École Normale Supérieure Lettres et Sciences Humaines (Lione) dove è responsabile del “Centre d’études poétiques”. Ha anche insegnato poesia francese in Tunisia, negli Stati Uniti e in Cina. Ha fondato la rivista “Acide con il poeta Michel Crozatier negli anni ’80 a Aix-en-Provence e oggi dirige la rivista “Nioques” che ha creato nel 1990 per dare origine a oggetti verbali poco identificati e opere post-poetiche sperimentali; ha inoltre fondato e co-diretto la collana “Niok” presso le éditions Al Dante fino al 2005. La sua attività di critico e scrittore, disponibile principalmente presso le éditions du Seuil, è orientata dal dialogo con gli artisti (fotografi, artisti visivi), dalla ricerca della “prose en proses”, dall’invenzione di nuove forme di letteralità e oggettività. Attualmente sta lavorando a un libro intitolato “Ivik (conversions)” che segue la sua tetralogia, il cui primo volume si intitolava “Léman” (édition du Seuil, 1990, coll. Fiction & Cie).
NOTA: Quasi tutti i testi citati sono stati riportati in maniera discrezionale e con una versificazione alterata rispetto a quella prevista. È cura dell’autore del seguente articolo dichiarare che ogni testo è stato debitamente maltrattato e forse anche sfruttato illecitamente per fini comunicativi di tipo personale.
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