Tarnac è un’atmosfera | Jean Marie Gleize

a cura di

Francesco Ciuffoli

9–14 minuti

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in copertina foto di Jean Marie Gleize. Fonte: wikipedia; uploaded by Corentin Delcambre


Tarnac è un’atmosfera | Jean Marie Gleize
La linea editoriale

comitato di redazione: Luigi Riccio, Silvia Atzori, Rebecca Garbin, Francesco Ciuffoli

* * *


Proseguimento forse ideale dell’articolo su TRNC uscito alcune settimane fa, tornare a parlare oggi di Tarnac come di un’atmosfera attraversando quasi liberamente il libro e le pagine di Jean Marie Gleize, può e deve non solo avvicinarci a comprendere maggiormente la grande metafora di TRNC, o meglio la grande capacità che ha avuto l’Affaire Tarnac di condensare in sé determinati e specifici rapporti di significatività di un determinato e specifico momento (quasi-)storico – che a oggi, soprattutto in Italia, per via forse delle nostre personalissime intemperie e crisi, non ha mai trovato il giusto spazio di esposizione e di riflessione –, ma anche farci rendere conto di come Tarnac non rappresenti più tanto un semplice spazio di cronaca su un giornale, un evento giudizial-politico chiuso in sé, quanto piuttosto – alla pari di un ’68 al contrario – l’irruzione di un Reale puro, la manifestazione esasperata nonché politico-climaterica di due decenni interi, l’invasione sul piano concreto della vita, del quotidiano, di qualcosa già vivo e presente nel nostro inconscio sia virtualmente quanto atmosfericamente. Bisogna ancora comprendere che TRNC, cioè questa quasi cosa – al parti di un’installazione site specific –, esiste davvero, al pari cioè tutte quelle altre forze o “cose” in grado di toccarci materialmente quanto emotivamente. Uno spettro si aggira in Europa e non è quello che conosciamo, bensì qualcosa di nuovo, di terribile, esso ci intraversa ormai da parte a parte, sia come individui quanto come collettività. Non c’è più tempo o spazio in grado di salvarci, bisogna riprendere in mano la situazione, guardare assolutamente al virtuale quanto al reale accadere delle cose, fare, anche in questo senso, di ogni piano una postazione di tiro.


***

Tarnac mi scorre dentro come se fosse polvere.

Del bosco la prima cosa che ho ritrovato sono tre

foto scure e grigie, parecchio grigie, parecchio

imbevute di nebbia. Dovranno figurare nel libro,

dovranno figurare l’invisibile, la massa senza

forma accecante, quello che vede il bambino,

quello che gli penetra dentro senza che nemmeno

se ne accorga.

Dopo qualche giorno ne ho trovata una quarta,

della stessa serie, ancora più scura delle altre,

il bosco di notte, durante un temporale,

impenetrabile. Nel libro andranno inserite tutte

abbastanza presto, una specie di avvertimento.

Mi chiedevi come fare a fotografare la notte.

Mi chiedi ancora cosa voglia dire «guardare

assolutamente», o guardare «fino a estinzione

dello sguardo».

[Jean Marie Gleize, Tarnac. Un atto preparatorio]

***


TRNC è un’atmosfera particolare, una semi-cosa.

Quando parliamo di atmosfera, intendiamoci: le atmosfere sono, si, manifestazioni (fenomeni) di uno o più sentimenti ma anzitutto «uno stato di cose molteplice e caotico, discriminabile da altri proprio grazie alla sua peculiare tonalità atmosferica» (Griffero, 2010) – esperita come “reazione comune” (istantanea e preanalitica), shock pre-intenzionale – che ci invade e ci attraversa tutti, indistintamente, al suo contatto, davanti al suo manifestarsi, alla sua messa in scena (Böhme, 2001).

C’è da comprendere che all’epoca, in Francia, il fenomeno Affaire Tarnac, non deve essere stato diverso da quel sentimento che coinvolge in questo momento l’Italia, non diverso da quel momento in cui “si avverte” lo Stato, in cui “si percepisce” come un governo sia capace di adoperarsi contro la libertà del cittadino, stringendo su di lui sempre di più uno stato di emergenza, di crisi e quindi di sorveglianza (al fine di garantirne un certo e quanto più falso senso di sicurezza).

L’atmosfera fa questo, descrive e definisce la struttura della relazione “emotiva” tra spazio (progettato, vissuto, percepito) e il soggetto, ne arrangia i canoni del suo verificarsi, può determinarne anche in un certo modo le condizioni del suo ripetersi, altrove e chissà quando. Leggere TRNC come un’atmosfera ci permette di dare nome, di delinearne forse la nomenclatura all’interno di quel suo spazio differenziale, cioè all’interno di quell’insieme contingente di pratiche e cose differenziabili che si possono allineare lungo gli assi della territorialità e della deterritorializzazione (Belli, 2013).

L’atmosfera è una questione di corpo vivo, di proprio-corporeo (Leib). L’atmosfera è ciò che affettivamente incide sul nostro habitus e sul nostro vissuto. L’atmosfera di TRNC è l’atmosfera della paura, del controllo, della sorveglianza, della presa di coscienza che lo Stato ci guarda, ci controlla e che ci può anche possedere in qualsiasi posto e in qualsiasi momento noi ci troviamo (senza farsi più tanti scrupoli come è stato per un breve lasso di tempo della nostra storia).

***


Quella notte il vento soffiava sopra le felci. Il cielo

si era abbassato come una saracinesca di metallo.

La scena era quasi invisibile e muta. Si sentiva il

rumore di alcuni passi.

*

abbattere tutti gli ostacoli uno dopo l’altro


fare di ogni frase una postazione di tiro

[Jean Marie Gleize, Tarnac. Un atto preparatorio]

***

Se poi a questo aggiungiamo che, tutte le città hanno comunque «uno stile particolare, un gergo, un dialetto, […] che viene a volte indicato da un soprannome speciale» (Rykwert, 2000), insomma un’atmosfera, scopriamo anche che TRNC in Francia, a seguito della “situazione” – cioè degli accadimenti ‘assurdi’ che hanno coinvolto una piccola e sperduta comunità delle campagne francesi –, è la sintesi atmosferica perfetta di un clima politico, l’avvertimento a un livello più profondo che tutto e ovunque può essere suscettibile a poter essere rovistato e usato come prova a carico contro di te (Quintane, 2010).

***

 
«la follia di un ordine»
 

Alle cinque di mattina dell’undici novembre la

polizia attraversa Toy-Viam con i cani.

Il paese viene isolato.

Un elicottero sorvola la zona.

150 poliziotti

60 della sdat (sottodirezione antiterrorismo)

50 della dcri (direzione centrale dell’intelligence)

40 della polizia giudiziaria di Limoges

Iniziano le perquisizioni.

Non trovano

né armi, né esplosivi, né ordigni incendiari, né

tondini, né uncini di ferro.

Distese le felci, siepi di felci, argini e letti di felci.

Una maschera con gli occhi fissi si divora la testa di

un uccello.

[Jean Marie Gleize, Tarnac. Un atto preparatorio]

***

L’investimento affettivo di cui si è fatto carico questo piccolo villaggio sperduto della Francia attorno cui sono ruotati gli eventi dell’Affaire Tarnac è estremo.  L’Affaire Tarnac, come vincolo situazionale specifico di un momento storico per la Francia, ha infatti condensato in sé tutti quegli anni che hanno visto (dal 2005 al 2018, o partendo ancora prima dagli anni de L’odio di Kassovitz) lo Stato francese combattere a fasi alterne e isteriche le rivolte, i sabotaggi, l’anarchia, il presunto e non presunto terrorismo, attraverso soprattutto i blitz, gli arresti, le accuse, i processi, la continua riorganizzazione e espansione del suo regime di controllo e sorveglianza.

Gli eventi che hanno sconvolto Tarnac sono il culmine di un vincolo situazione non limitato a un singolo frangente temporale geograficamente circoscritto, rappresentano un’atmosfera politica che occupa un’area oggi fin troppo vasta e che solo in questi ultimissimi anni stiamo iniziando a vivere, a percepire, anche noi. In seno a questo possiamo parlare oltre che di atmosfera, di una vera e propria semi-cosa, «una sorta di cosa intermedia, un ibrido» (Böhme, 2001). Proseguendo schematicamente: una semi-cosa «può fare qualcosa», «può avere anche delle proprietà» e inoltre possiede una certa «individualità», un questo-qui (tode ti).

***

[…]

Nel suo racconto dice che aveva provato a

fotografare il cubo e che dopo era uscito nel

bosco e la prima immagine era caduta per terra

e poi l’aveva ritrovata coperta da una pellicola di

polvere e fango e dice che non si riusciva più a

leggere «come il bosco» e che era la fotografia di

una poesia, ma soprattutto che era la fotografia di

una parola e che la parola era la parola immagine,

però non lo si poteva dire con sicurezza perché

la parola era entrata dentro il terreno, era stata

divorata, mangiata, era stata distrutta.


[…]

Adesso pensa che le quattro fotografie

Corrispondano alle quattro lettere del nome

ritrovato TRNC, le quattro lettere del nome del

paese tracciate con il gesso sul grigio lavagna

della lavagna, ed è un nome friabile.

[Jean Marie Gleize, Tarnac. Un atto preparatorio]

***

E a partire da questo punto che Tarnac. Un atto preparatorio viene scritto, assume forma ma anche sostanzialità. L’autore, Jean Marie Gleize, non a caso nella contrazione TRNC cerca di racchiudere «le cose [in] un alone di dettagli che si sporge anche sul loro passato e sul loro futuro» (Fränkel-Joel, 1927, in Griffero, 2010). Si può dire ancora del libro su Tarnac che, in senso atmosferico, «la cosa più impressionante è che quello strato che normalmente si vive a malapena e che per il momento solo a fatica posso spiegarmi» (Fränkel-Joel, 1927, in Griffero, 2010), nella prosa poetica di Gleize riesce a fuoriuscire nella sua quasi-interezza, in tutta la sua quasi-vaghezza, nella scrittura che si rivolge a sé stessa (quest’ultimo punto reso anche meno emotivamente e più razionalmente paradossale da Nathalie Quintane in Pomodori, opera strettamente legata a quella di Gleize e più in generale all’Affaire Tarnac).

La lirica e la politica si mischiano naturalmente nella nebbia di Tarnac, la politica invade l’estetica, la plasma e tenta di determinarne gli attributi. Qui c’è un tentare (attraverso i mezzi repressivi già nominati) di fare legge su tutto. Vita, ideali e ciò che leggi persino possono determinare un fattore di rischio che lo Stato di controllo non si può permettere, soprattutto se ha come scopo la pacificazione dell’intero territorio, l’applicazione cioè più rapida e diretta di un modello d’essere unico, di una virtuale quanto concreta egemonia di superficie. Concludendo, con Tarnac di Gleize possiamo arrivare a comprendere come, al pari di quanto viene espresso nel testo, dell’Affaire Tarnac (come di ogni altro evento politico di questo tempo) non esiste, né può più esistere solo un’immagine fissa, inquadrabile, geometricamente chiara, bensì per ogni evento (storico, culturale, politico) esiste anche (e con risvolti sicuramente più agghiaccianti) un’atmosfera, quasi-chiara ma precisa, un’aura cioè che trascende – con una sua peculiare agentività -, al di là dei fatti in sè. E da quest’ultima che dobbiamo imparare a stare attenti, guardando assolutamente alla sua capacità di estendersi e contaminare il resto della (nostra quanto fattuale) realtà che ci circonda, diffidando fino all’ultimo di quei vincoli situazionali in cui la nebbia, la confusione e la paura permeano, dove tutto si sedimenta e si apre a nuovi rapporti di significato, sotto la pelle stessa del paesaggio e all’interno del Leib (corpo-proprio) di chi, come Gleize, si è trovato lì (in quel momento quasi-storico) a respirare l’inquietante atmosfera di quell’oscuro stato di cose, in prima quanto in terza persona.

***


E allora che fine fa l’immagine? Si stacca e cade

alla velocità del vento. Qui, quando c’era un

temporale il vento sollevava le travi di legno e le

frantumava.

            - Io faccio cadere le vocali.
            - Ce ne sono due, però è una sola, è la prima,
              l’unica, la lettera nera, quella dell’inizio,
              dentro l’acqua della chiusa o del lavatoio,
              quella al centro dell’immagine.


TRNC è il nome filmato di questo paesino. È

formato da un frammento (giardino

recintato), circondato («massa informe»).

Tu volevi fotografare la notte. Vedevi le cime degli

alberi che si staccavano sul cielo e formavano

come i denti di una sega. Hai tirato a caso, hai

lanciato le mani verso l’acciaio duro e freddo che

tagliava il cielo. E hai pensato: «tra Dio e noi non

c’è più niente».

è questo che vogliono dire le quattro fotografie.

[…]

Del giardino non esistono fotografie.

Alla lettura di questo quadrato vuoto sarà stato

dedicato parecchio tempo. Il giardino come un

cubo, come un cubo che si apre sul cielo. In

quanto tale la prima cosa da dire è che non lo si

può fotografare. La superficie dell’immagine, p

l’immagine come superficie, da qualunque punto

la si prenda, non poteva presentare, ma nemmeno

rappresentare o evocare, il cubo, il volume d’aria

inscritto all’interno dei quattro bordi. Ancora

meno lo poteva indicare come il posto delle fonti,

come un luogo (groviglio di linee e figurazione

del tempo), o contenere la violenza delle fonti,

invisibile, impercettibile.

[Jean Marie Gleize, Tarnac. Un atto preparatorio]

***


* * *


Jean-Marie Gleize, nato nel 1946 a Parigi, è scrittore e professore universitario; vive a Volx nelle Alpi dell’Alta Provenza. Dopo aver insegnato all’Università della Provenza, è attualmente professore di letteratura moderna e contemporanea all’École Normale Supérieure Lettres et Sciences Humaines (Lione) dove è responsabile del “Centre d’études poétiques”. Ha anche insegnato poesia francese in Tunisia, negli Stati Uniti e in Cina. Ha fondato la rivista “Acide con il poeta Michel Crozatier negli anni ’80 a Aix-en-Provence e oggi dirige la rivista “Nioques” che ha creato nel 1990 per dare origine a oggetti verbali poco identificati e opere post-poetiche sperimentali; ha inoltre fondato e co-diretto la collana “Niok” presso le éditions Al Dante fino al 2005. La sua attività di critico e scrittore, disponibile principalmente presso le éditions du Seuil, è orientata dal dialogo con gli artisti (fotografi, artisti visivi), dalla ricerca della “prose en proses”, dall’invenzione di nuove forme di letteralità e oggettività. Attualmente sta lavorando a un libro intitolato “Ivik (conversions)” che segue la sua tetralogia, il cui primo volume si intitolava “Léman” (édition du Seuil, 1990, coll. Fiction & Cie).



NOTA: Quasi tutti i testi citati sono stati riportati in maniera discrezionale e con una versificazione alterata rispetto a quella prevista. È cura dell’autore del seguente articolo dichiarare che ogni testo è stato debitamente maltrattato e forse anche sfruttato illecitamente per fini comunicativi di tipo personale.


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Risposta

  1. […] Questo libro-oggetto raccoglitore, edito da Oreri – Iniziativa Editoriale, si apre con una citazione di Witold Gombrowicz: «il paesaggio qui è uno stato d’animo». E non c’è nulla di più vero, come è certo che questa potrebbe non essere una novità per gli amanti della letteratura sudamericana. Eppure, attraverso le pagine di Elizabeth Callón Droste, ci si svela un nodo fondamentale della ricezione italiana rispetto a una certa letteratura estera. Non abbiamo infatti mai capito la differenza tra il realismo magico di stampo asiatico (giapponese) e quello di matrice sudamericana (ispanica).Di certo per un mercato editoriale così generalista e poco attento come il nostro quest’aspetto appare quasi del tutto marginale, quasi inutile. Al contempo però per quasi un intero secolo abbiamo completamente sbagliato il nostro approccio rispetto a come abbiamo letto e interpretato alcuni dei testi più fondamentali del nostro bagaglio culturale e letterario, confuso totalmente la categorizzazione dei generi, di quelli che oggi sono considerati dei classici. Stiamo parlando, per farla breve, del grande errore che si nasconde dietro la raffazzonata categorizzazione di un certo scrivere e descrivere la realtà. Certamente, aprendo un qualsiasi testo di un autore sudamericano, non è difficile distinguere quasi immediatamente che ciò che si legge è qualcosa di ben diverso rispetto a ciò che potremmo leggere davanti a una scrittura come quella di un realista giapponese come Murakami. Questo punto non è però mai stato chiarito né dalla critica né da nessuno studio culturale o letterario più ampio, in nessun ambito si è mai voluti entrare nel pieno di questa questione. Ciò non è nulla di strano, poiché tutto questo discorso sul realismo si regge su un fragile quanto sostanziale squilibrio filosofico, parliamo, se vogliamo dirla così, dello statuto stesso ontologico della letteratura e della ricezione di una cultura diversa (anche se per numerosi tratti ci appare oggi così simile alla cultura e alla letteratura italiana di oggi). Ogni letteratura al pari della cultura, vive e sopravvive in stretto legame con i propri, autonomi dettami ontologico-geografici. E proprio per questo che ci appare del tutto ridicolo l’inserimento della letteratura sudamericana nel sottogenere del realismo magico.Andando però più in profondità e muovendoci anche per tappe forzate, quando parliamo di realismo magico in senso tradizionale (giapponese) dobbiamo ammettere necessariamente l’esistenza di una qualche misteriosa e naturale entità sovra-umana, naturale e al contempo divinizzata. Quasi una predestinazione superiore dei fatti è sempre in corso, ciò che in effetti poi contraddistingue pienamente l’etica (bushido, shintoismo) quanto l’estetica (il rispetto dei kami) dei massimi rappresentati di questo genere. Nella cultura asiatica non è infatti strano ancora oggi credere a vere e proprie manifestazioni di energia vitale che abitano il nostro mondo, influenzando la vita umana in un rapporto di agentività diretta che gli richiede di conseguenza, attraverso un principio etico, il massimo rispetto (di queste entità naturali, quindi sovra-umane) come principio essenziale (di sottomissione). Questa visione nel realismo, per lo più giapponese, assume necessariamente i connotati di quello che noi europei potremmo definire come “magico”, poiché l’agire umano è e verrà sempre anteposto alle regole della Natura, dell’ambiente in cui l’essere umano è immerso. In questo tipo di realismo esiste sempre, seppur nascosta o velata alle volte, una realtà intelligibile che esiste, al di sopra di noi, in un mondo che trascende l’umano stesso vengono così regolati i rapporti tra le cose e viventi. Il magico del realismo asiatico è in tutto e per tutto distinto dal mondo delle possibilità concrete, dei sensi che un semplice essere umano può possedere.Da questo punto di vista, il realismo sudamericano non può che essere visto come tutt’altro, un genere che per tanti versi ha più a che spartire con il Naturalismo letterario di Émile Zola piuttosto che con il realismo magico appena descritto. La scrittura sudamericana è, si, certamente cosparsa di un vago senso di predestinazione dei personaggi – guidati per lo più dai loro incubi, dalle loro stesse colpe -, tuttavia questo fenomeno nasce in seno a qualcosa che esiste allo stesso livello di tutte le altre. Non vi è alcuna differenza tra noi e il cielo, Dio, questa terra. Il realismo sudamericano è un realismo atmosferico, muove i suoi fili a partire da un agire delle situazioni e delle circostanze. I personaggi e i racconti che ci arrivano da questa terra, non più così tanto lontana da noi, parlano di un continuo scontrarsi tra possibilità di agire (le azioni che uno qualsiasi di noi può intraprendere) e l’atmosfera, la disposizione di cose che lo può o meno permettere all’azione. La dimensione magica, sovra-naturale è sempre incrinata, mostrata con dubbio o superstizione al pari di ciò che accade leggendo Útica o qualsiasi altro autore colombiano, venezuelano, cileno o argentino.Il realismo sudamericano è parimenti una rappresentazione dell’Italia di adesso, condizioni e situazioni che impediscono ai più di uscire fuori da un certo e determinato recinto di mezze-soluzioni e possibilità virtuali di agire (irrompendo davvero nella realtà concreta e materiale delle cose, introduzione questa di un Reale puro). Il titanismo dei personaggi sudamericani è l’estrema ratio di chi si scontra non contro un’entità superiore (che se così fosse non verrebbe mai affrontata o sfidata) ma al più con l’atmosfera di Paesi che hanno vissuto un’orrore dietro l’altro e da cui non riescono più a uscirne se non progredendo attraverso nuovi ulteriori orrori, violente (esplicite o meno). La dimensione di eterna sospensione del giudizio tra cosa sia giusto o meno è dettato dall’impossibilità di muoversi con chiarezza, ogni scelta anche la più banale potrebbe portarti a fare peggio, porterà a delle conseguenze in ogni caso.Al pari di ciò che troviamo raccontato nelle pagine di Útica, la sottomissione dettata dalla natura (per via di uno straripamento o una valanga) è guidata da errori umani, disinteressi politici, ostinazioni a preservare il proprio posto anche quando è rischioso farlo. Útica è un canto del fiume che scende e minaccia chi ci abita il villaggio, la gente da troppo tempo abituata a una vita nei pressi del fiume senza cura. Questa atmosfera di Útica, si sviluppa così attraverso la raccolta di testimonianze del passato, dei vivi ricordi dell’autrice che tornano a noi come un ripetersi del presente anche passato. La dimensione del tempo è fluida e al contempo stagnante, l’atmosfera tropicale ci mette davanti all’asfissia del respiro, della continuità in cui ci si trova bloccati nonostante tutto, nel mentre tutto intorno il villaggio di Útica è progressivamente diventato fantasma di sé stesso.La dimensione della rovina ritorna come un passato che non riesce a sparire perché intrappolato nella nebbia di quei vincoli situazioni che progressivamente per decenni si sono susseguiti, tra un’inondazione e un’altra, per una mancata gestione delle cosa. Non ci si può così lasciare tutto alle spalle, lo sa bene Elizabeth che scrive di Útica, tornando in questo modo dopo diverso tempo nel suo villaggio natale. «U-chi-ca», incontriamo a un certo punto di questo libro, «U-chi-ca», la nominazione forse di quell’atmosfera così specifica… un’atmosfera e il continuo tentativo di darle un contorno, di descriverne i dettami… nulla di più simile a ciò che è già avvenuto dall’altro capo del mondo in una piccola cittadina chiamata Tarnac. […]

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