All’inizio del nuovo millennio (siamo nel 2003) Morgan pubblica, debuttando da solista, le Canzoni dell’appartamento, album notevole per due ragioni che sono poi quelle del titolo. La prima è la bellissima copertina; una fotografia di case popolari milanesi scattata all’inizio del boom economico da Ezio Cerutti, che mette subito al centro un particolare tipo di forma: quella dell’appartamento, appunto, o anzi meglio della stanza [di canzone], ovverosia di un perimetro tanto privato e autoconclusivo quanto infinitamente ripetibile in serie, o quantomeno serializzabile narrativamente parlando. La seconda è l’idea di rendere questo perimetro il reale protagonista del disco, il suo punto di soggettività, sia perché sito statico della registrazione delle tracce – e quindi del loro controllo – e sia perché, proprio in quanto perimetro, tematizzante il suo esterno, con il ricorso a microfoni che registrano ininterrottamente i suoni della città circostante, in dinamica.
Se Linea di mira di Cristina Simoncini, uscito nel 2025 per Pietre Vive, è la storia dell’osservazione di un nucleo familiare da posizione privilegiata con poesie di natura «pienamente conclusa in sé stessa» e che «tuttavia insieme rispecchiavano una riconoscibile serialità», il motivo del paragone mi sembra autoevidente. Il punto, soprattutto, è che questa posizione privilegiata è proprio quella statica delle quattro mura – d’appartamento o auto – o di varie sorti di cornici (foto, piazze, balconi…), ma non tanto perché inamovibili e quindi in grado di rendere conto dei mutamenti fuori e dentro sé, ma soprattutto perché, in realtà, posizioni di prospettiva, dominanti per distacco spesso aereo, come per planimetria, e quindi in grado di osservare tutto il mutamento, e non un suo solo angolo. Il gioco allora si ribalta: come nelle canzoni dell’appartamento, un Io che parla è sicuramente quello dello spazio, dunque un de-soggetto, e però questo non annulla bensì amplifica l’Io lirico del soggetto umano, situato, ma perché fuori dallo spazio. Non è un caso che per Michael Jakob (Il paesaggio, 2009) la storia della soggettività occidentale passi per l’ascesa al Monte Ventoso di Petrarca: passi, cioè, per l’inizio di una messa in serie retrospettiva di propri fotogrammi autoconclusivi, ma, ed è la cosa che più ci interessa, anche per la possibilità di organizzare proprio in prospettiva aerea parti inizialmente visibili solo da dentro. Raggiunta la giusta distanza, il soggetto e la sua storia cessano di essere un iperoggetto, un qualcosa di mole troppo grande per non osservarne che dettagli, e ottiene possibilità di cornice totale, e verrebbe allora da dire che, se per Northrop Frye (Anatomia della Critica, 1957) nella lirica «the poet, so to speak, turns his back on his listeners, though he may speak for them and though they may repeat some of his words after him», è anche vero che oltre alle spalle l* poet* mostra al pubblico altro: i piedi e la punta del naso, la fronte fino a certa altezza di spalle, tutto quello che insomma implica il vedere da distacco. Noi gli vediamo senz’altro la nuca, però, perché la sua linea di tiro sul tempo è anche la nostra: gli vediamo l’ipersoggetto tutto intero, chiuso nel rettangolo della planimetria e del libro, come il cecchino all’altro rettangolo della finestra.
da Linea di mira (Pietre Vive, 2025)
Linea di mira
1
Pensate, sono nata da un vuoto
al centro della testa di mio padre.
Originale – chiusa dentro com’ero
lo sapevo bene – venire dal luogo
in cui si articola il silenzio
e si traduce in mira maniacale.
Ero un granello della sua vocazione
a frantumare il disco osservandolo
da un piccolo foro circolare – lì intorno
solo prurito di polvere da sparo,
di imbarazzante perfezione.
Io acquattata, lui a puntare il fucile –
forse era quello il guaio, non aveva
intenzione di ferire: non mi vedeva.
2
Abbiamo venduto i fucili,
temevamo diventassi tu
il bersaglio del tuo rituale
da rabdomante nella pedana
di tiro, intento a calibrare
la distanza da cui colpire.
Noi consacrati al tempo
che non decolla,
a quell’embrione di morte
precisa, senza sbavature.
3
Quando ho trovato la carabina
nell’armadio, qualche mese dopo,
ho avuto paura, come fosse animata
e potesse rifarsela con me
del tuo colpo improvviso.
L’ho imbracciata, non sapevo che fare.
Ho scoperto che senza il porto d’armi
avrei dovuto consegnarla,
quella cosa mi legava alla tua testa,
alle esplosioni sommerse.
+ + +
In viaggio nei Settanta
1
Nelle sere di giugno ogni sparo
ogni proiettile fendeva il buio
attraversava la mente di bambina,
si incistava nel vuoto dei pensieri
scavava un tunnel tra le tempie
imparavo a essere invisibile
scivolata senza cura schiena al muro.
Sballottata nell’A111
mi cullava in sottofondo A media luz
il ronzio della Victrola.
Nel sonno dell’abitacolo – la mente
di metallo di mio padre – il tango
del bordello, della solitudine.
2
Millenovecentosettantaquattro
mio padre guida la Lancia Duemila
Iniezione, sul retro le bambine
scostano le tendine parasole
un lusso – anche l’accenditore elettrico.
Gli oleandri ci avvertono
che sta per comparire sullo sfondo
il luccicore del mare, distanti
il petrolio, l’inflazione, mia madre
cerca una stazione spensierata,
quindici giorni per godere
del privilegio di sembrare ricchi.
Con quelli dell’Alta Italia, bambine,
cercate di parlare bene.
3
Il viaggio verso Pietrasanta
sotto un luglio che va a fuoco
solo al mattino è sopportabile,
lei conta a una a una le fabbriche
a destra sull’A1 lato passeggero,
le mostra con il dito, Quella blu è la Barilla,
non scuoce, e poi l’abbigliamento,
mobili e piastrelle per la casa.
Tutto il progresso produttivo in fila
dopo Montecatini, comparti,
edifici a blocchi colorati
– niente a che fare con il clima
grigio dell’Italsider o delle Distillerie –
le sue cosce bianco latte assecondano
il battito di luce sul finestrino,
rilassate, hanno puntato sul terziario,
niente conflitti o lotte sindacali,
solo premura per il capo.
Uno spicchio di sole sulla fronte
lo tormenta, aggrotta le sopracciglia
giù l’aletta mentre parte il sorpasso,
il futuro è azzardo, l’incognita energetica
disorienta – benzina dallo scappamento,
il fucile per la gara nel portabagagli,
le risate delle piccine e lei, che scopre
le gambe ed è come guardare
l’autostrada che si srotola lucente.
4
Sotto l’ombrellone nei Settanta
una famiglia di bugie borghesi,
mia madre racconta al Cavaliere
che ormai danzo bene sulle punte,
mia sorella giura che sono passate
tre ore dall’ultima merenda –
può tuffarsi – mio padre parla
coi confinanti nella spiaggia
dei suoi successi sul lavoro,
nati con le sirene, con le seti salate,
senza il peccato originale
– al margine si apre la pianura
dei sentimenti incolti, tutti buoni.
5
Un’immagine persiste. C’è buio nel vestito,
sei tu, non è la stoffa nera di cui è fatto
ma il tuo lato d’ombra, si appoggia
allo stipite, spuntano alcune roselline,
si arrampicano sul seno, sulle ginocchia.
Non cedi alla tristezza, continui a salutare,
a dannarti lo sguardo, a mordicchiare spine,
ho addosso l’oscurità ferita dei bambini,
non voglio andare. Ti sei fatta estranea.
Per distrarmi conto i fiori all’uncinetto,
la tua testa si allontana, hai deciso,
rinunci, non mi tieni a bordo.
Sarà spesso così per il resto della vita.
+ + +
Piazza Marsilio Ficino sgombra,
disertata, sono al centro di voi due.
Occhi incollati alla tv nella gelateria,
corrono ovunque, una cortina di crolli
e fumo denso, silenzio e aiutare, questo solo.
Vigliacchi, hai borbottato.
Ha scosso la testa,
pensava a te che quest’anno
l’hai scampata per un pelo, il fegato
ritrovato fra i detriti dei medicinali.
Adesso passeggiamo nello spazio
svuotato, un due di agosto,
i superstiti di quella storia guardano
dal video, il dolore ha un mandante,
dice l’uomo, qualcuno lo ha voluto.
+ + +
Estate, notte. La tua risata soffocata
accende l’attenzione sulla finestra
di fronte, in basso, dove lui gira
nudo e parla con la moglie
nel caldo soffocante, l’intimità
di gente normale che tu rubi
dalla posizione dominante di signora
nella terrazza di novanta metri quadri,
la dimensione del loro appartamento.
Di giorno rimane fuori dal tuo orizzonte,
fuma, torna a mantenere la famiglia.
Passano solo i camion in autostrada,
si avverte un brusio in sottofondo.
+ + +
A tratti c’è solo l’acquedotto deserto,
la pompa che stacca, vigorosa,
insetti e ragazzini taciturni
sotto il taglio spietato del sole estivo.
Niente a quest’ora ha un’ombra
che si noti, la realtà si squaderna,
serpeggiano piccole crudeltà,
qualcuno alza la testa, segue
la traiettoria, la morte secca
sulla grata del pilastro, pensa
a quanto è lontana la sua casa,
il diaframma acustico precede
la campagna che da lì in poi fonde.
+ + +
Bloccata al semaforo in centro,
mi diverto a immaginare il futuro
di un appartamento in costruzione,
la coppietta sul balcone al terzo piano
sera spritz in mano osserva l’orizzonte
aranciato lato sud, sono stata a casa loro
più di trent’anni fa, si entrava da una sbarra,
uno spiazzo di asfalto vita concitata
ambulanze corse voci di persone,
l’insegna del cinema teatro –
era così precisa la geometria, così reale
da rimanere incastrata nella testa,
chissà se la coppietta si è accorta
della porticina sulla destra, e dove porta.
Cristina Simoncini è nata a San Giovanni Valdarno (Arezzo) nel 1966. Vive a Terranuova Bracciolini. Ha pubblicato poesie su riviste cartacee (Il Foglio Clandestino, Nova), su alcune antologie e su molti spazi virtuali (tra le quali Avamposto, Limina Mundi, Larosainpiu, Circolare Poesia). Linea di mira è la sua prima opera poetica.









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