Pubblichiamo alcuni estratti dal libro di prose di Paul Valéry L’opera umana. Corso di Poetica 1937-1945 (Feltrinelli 2025), a cura di Maria Teresa Giaveri e Paola Cattani.
Spostamenti #196
Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole
dalla Lezione dell’11 dicembre 1937. Seconda Lezione
(…) Ieri, per esempio, sono pervenuto a mostrarvi come considero quello che chiamo l’opera dello spirito: la considero in atto, e non come un oggetto morto, un pezzo anatomico su cui si possono praticare tutte le operazioni che si vogliono. Quest’ultimo è anch’esso uno modo di sapere, certo, ma che, a mio avviso, è limitato, mentre le opere dello spirito qualunque esse siano, di qualunque campo si tratti – scienza, arte o tecnica – non vivono, non esistono che quando lo strumento, l’essere vivente, viene a congiungervisi e ne fa qualcosa. Ancora una volta, di per sé stesse non hanno alcun significato. (…)
da Arte e tecnica
(…) Abbiamo dunque sostituito mezzi imponenti ai poteri d’azione che un tempo esigevamo da noi stessi, e accade quindi, nel nostro ambito, ciò che accade nella vita fisica. Vi sono qui, probabilmente, molte persone che non utilizzano mai le loro gambe, con la scusa che esistono automobili e ascensori… Probabilmente ognuno di voi ha la propria auto, probabilmente avrete un giorno lo strumento adatto a reggere il vostro ombrello. I muscoli diventano inutili, e si è costretti a darsi allo sport, al golf, al tennis, per non lasciarli inutilizzati. La stessa cosa accade per tutte le esigenze della mente: la si colma di distrazioni innocue, come di insegnamenti senza lacrime. Le si offre una poesia preconfezionata, possente, certo!, perfino troppo possente, che ha la meglio sulla nostra poesia del tempo delle rime, che non disponeva di paesaggi, delle cose stesse, della vita stessa. Ma questa grande potenza, questo possesso del mondo sensibile non può esistere senza costarci qualcosa… Talvolta sento che ci perdiamo in essa… Sto parlando come in Faust? Vi perdiamo la nostra anima, sempre che ne abbiamo una, cosa di cui più d’uno mi fa dubitare. (…)
da Mallarmé ed io
Chi m’avrebbe mai detto, cinquant’anni fa, quale futura risonanza avrebbe conosciuto il nome di Mallarmé, quale gloria l’avrebbe fatto risplendere, quale valore insigne sarebbe stato attribuito alla sua opera? Chi avrebbe detto a Zola, ai Goncourt, a Daudet, che quest’omino minuto, cortese, raffinato nel parlare, ma autore generalmente irriso di poesie incomprensibili, avrebbe acquisito, mezzo secolo dopo, una tale importanza, esercitato un’influenza così profonda, e sarebbe stato riconosciuto come una delle autorità letterarie della Francia, mentre le loro opere ponderose, i milioni di copie vendute, la fama universale sarebbero apparse ormai tramontate, offuscate e quasi sepolte? (…)
dalla Lezione di venerdì 12 gennaio 1940. Le riserve intellettuali
(…) La parola “produzione” è già tutto un programma. La ricerca delle sue condizioni può evidentemente sembrare una ricerca analoga a quella della pietra filosofale. Si può pensare che sia una chimera provare a farsi un’idea sufficientemente precisa delle condizioni di produzione delle opere intellettuali nella loro immensa varietà o anche, a limitarci ad un settore, nella poesia o nella matematica. A priori è difficile cogliere tutto ciò che accade in una mente per giungere alla produzione di un’opera, che si tratti di un’opera artistica o di sintesi.
Tuttavia ritengo che qualsiasi ricerca, anche chimerica, anche illusoria, se perseguita con ostinazione ma non ciecamente, approda sempre a qualche risultato: non i risultati che si cercavano ma dei risultati spesso molto apprezzabili. (…)
dalla Lezione di venerdì 16 marzo 1945. Voltaire tra due secoli
(…) Mi accingo ora a una questione delicata, molto delicata: nel novero delle questioni suggerite da Voltaire, ce n’è una che mi è stata posta in questi giorni da alcuni giornali. Un giornale mi ha inviato un libello pregandomi di rispondere, cosa che mi accade tutti i giorni, ma stavolta la questione sollevata non manca di interesse. (…) La questione è la seguente: la responsabilità dello scrittore. Sentite qui quanto Voltaire ci sia vicino? La responsabilità dello scrittore! Che cosa può significare?
Mi sono chiesto che cosa volete dire esattamente. Ho visto che altri colleghi, e tra i più stimati, hanno pubblicato in quel giornale diverse pagine sull’argomento. E mi sono chiesto: dopo tutto, cos’è la responsabilità? (…) Se per esempio avete dimenticato di legare la vostra mucca, ammesso che abbiate delle mucche, ed essa ha sferrato una cornata al bambino del vostro vicino, voi siete responsabile. E così via, siete responsabili, insomma, c’è un testo che dice: “Se accade la tale cosa, accadrà la tale cosa”. Ecco, è chiaro, non ci sono difficoltà.
Con questa stranezza, tuttavia, che c’è nella responsabilità un’idea poco messa in luce, ma che mi preme chiarire e che è la seguente: si ritiene che colui che è responsabile abbia voluto tutte le conseguenze dell’atto o del fatto del quale è responsabile. (…) Io non vedo altra definizione della responsabilità. (…)
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BIO
Paul Valéry (1871–1945) è stato uno dei più influenti poeti e saggisti francesi del Novecento. Intellettuale poliedrico, la sua opera esplora i meccanismi del pensiero e della coscienza attraverso un linguaggio estremamente preciso e musicale.
Nato a Sète da padre corso e madre genovese, ricevette una solida formazione umanistica a Montpellier. Nel 1892, a seguito di una crisi sentimentale e intellettuale, decise di abbandonare la poesia per dedicarsi esclusivamente allo studio della matematica e della logica, cercando di comprendere il funzionamento della mente umana.
Si trasferì a Parigi nel 1894, dove lavorò al Ministero della Guerra e successivamente come segretario presso l’agenzia Havas. Nel 1925 fu eletto membro dell’Académie Française.
Durante l’occupazione nazista, mantenne una posizione di fiero rifiuto verso il regime di Vichy, restando fedele ai suoi ideali di libertà intellettuale.
Dopo un ventennio di silenzio poetico, tornò alla ribalta con La giovane Parca (1917) e la raccolta Charmes (1922), che include il celebre capolavoro Il cimitero marino (Le Cimetière marin).
Scrisse testi fondamentali come Introduzione al metodo di Leonardo da Vinci (1895) e le riflessioni dell’alter ego intellettuale Monsieur Teste (1896).
Per tutta la vita, ogni mattina all’alba, annotò riflessioni su psicologia, scienza e arte. Questi appunti, pubblicati postumi, sono considerati una delle più straordinarie testimonianze del pensiero moderno.
È sepolto nel cimitero di Sète, che ispirò la sua lirica più famosa.









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